lunedì 26 gennaio 2015

LeggereDonna n.166 pag 27













E' uscito il numero 166
della rivista LeggereDonna
(gennaio-febbraio-marzo 2015)

A pag 27 Gabriella Musetti
scrive del mio Stanze d'albergo:




Si usa dire di un piccolo libro, ma consistente: esile, eppure denso. In effetti questo libretto ha la corposità di un’opera maggiore, già a partire dalla sua disposizione, diviso com’è in quattro capitoli: Clausura, Hotel Pietrosa Riviera, Precario vivere, Trama e ordito. Una allusione al titolo Stanze d’albergo,che a mio avviso non si riferisce tanto ai movimenti della vita privata di Angela Siciliano, il suo nomadismo, la sua nascita in Belgio, la passione per i viaggi di scoperta e indagine di sé, la sua irrequietezza esistenziale, potremmo anche dire, quanto piuttosto a una concezione della vita stessa come precaria. Sono stanze d’albergo quelle che abitiamo, non dimore durature e solide nel tempo, la nostra transitorietà non ci consente veri radicamenti né nei luoghi, né nelle relazioni, e neppure nelle nostre abitazioni. Cogliere e accettare questa dura verità, che rappresenta il limite umano, anche se spesso tendiamo a dimenticarlo o ignorarlo, costa fatica ed è sicuramente frutto di una grande esperienza di vita e di lavoro interiore.
E necessita pure di una dote rara: la purezza di cuore, capace di farci accogliere l’esistenza giorno per giorno, nella sua precarietà e bellezza. Una dote francescana, che corrisponde a scelte di misura nella turbolenza del cuore.
Da questo punto di vista il libro assume l’andamento di un percorso in quattro stadi: la solitudine inevitabile, anche nelle relazioni più intime, amorose, amicali. Essere su una soglia, come nel dormiveglia in cui si percepisce una presenza amichevole, ma si sceglie di tornare nel buio caldo e confortevole del sonno. Oppure la desolazione di un silenzio che sorprende, il tempo che sgretola le relazioni amorose, fino all’ultimo bilancio in perdita, una osservazione disincantata e quasi da lontano, ironica sui disfacimenti del tempo: «Ho smesso di essere».
Sono le due ultime sezioni quelle più corpose e rilevanti. I temi riguardano le relazioni, in primo luogo amorose, lesbiche. Il rapporto è con un tu che si dispiega accanto, con cui non è facile trovare rispondenza, che mette in gioco una alternanza di posizioni, di volontà, di punti di vista, di scelte diverse. Un gioco alterno di parole dette e taciute, dove il non detto assume corpo e consistenza a fianco dell’espresso.
Una schermaglia amorosa in cui si studiano le mosse dell’avversaria come in una partita a scacchi, disposti anche a perderla, se le regole prescritte non sono rispettate. Una osservazione sempre in bilico tra l’accettazione e la ripulsa, come una soglia sottile, da cui guardare che cosa è dentro e che cosa resta fuori. Sembra una strategia guerresca nutrita con la misura oraziana dell’attesa, dell’uso del calore domestico che tempera la rabbia per le ingiustizie subite, e l’ironia pungente che smonta la supponenza di chi si crede un dio «affacciato sui mortali».
C’è anche spazio per i ricordi improvvisi che assalgono in un momento di quotidianità e riportano repentinamente all’indietro, alla pura felicità dell’infanzia più lontana. E la traccia sofferta di una rottura che lascia ancora strascichi irrisolti.
Ma è la sezione ultima, Trama e ordito, che rappresenta un salto di qualità nella composizione complessiva. La voce si fa più distesa, si allarga a comprendere brani di esistenza comune, che, a partire da singoli eventi, singole e concrete immagini private, si dispiega in un coinvolgimento generale della umana condizione
di precarietà e limite. È come guardare nella sua essenza, nella trama e nell’ordito, appunto, di un tessuto comune. La voce si accosta alla grande poesia europea, sto pensando all’ironia di Wislava Szymborska, di Carol Ann Duffy. Immagini di vita quotidiana colte nei frammenti che rivelano fragilità improvvise.
La vita che si consuma e si svuota nei gesti consueti di un interno, mentre fuori dalle finestre la stessa vita appare più completa, vivace. La fatica quotidiana del lavoro e la morte come gesto conclusivo, normale, colto nella crudezza senza scampo dei corpi arresi. Immagini nette e interroganti, che indicano una partecipazione trattenuta, lontana dalle esibizioni e dagli eccessi di sentimento. Una scelta di rigore nelle parole che fanno intendere di più di quanto dicono. Come la linea di demarcazione tra visibile e invisibile, così sottile e mobile, tanto che una traccia resta sempre nei luoghi frequentati e sugli oggetti conosciuti. Nonostante le modificazioni del tempo e perfino altre destinazioni d’uso degli oggetti, non si cancellano le impronte invisibili della vita concreta, di altre storie sedimentate per sempre sulle cose, uguali a se stesse, dentro di noi.



Link: Leggere Donna (Tufani Editrice)


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giovedì 15 gennaio 2015

Eremita o brigante

Fernanda Romagnoli (1916-1986)











Con il numero 15  di
ARCIPELAGO ITACA
(rivista solo online www.arcipelagoitaca.it)
scopro  FERNANDA ROMAGNOLI 
e le sue poesie dalle raccolte Capriccio-1943, Berretto rosso - 1965, Confiteor - Guanda 1973, Il tredicesimo invitato, Garzanti - 1980.
La scelta dei testi nella rivista è stata curata da Danilo Mandolini (da Il tredicesimo invitato e altre poesie - Libri Scheiwiller, Milano, 2003).

Tra quelle scelgo per i lettori di letture-e-riletture:


IL TREDICESIMO INVITATO

Grazie - ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto qui come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano - lui ascolta.
Fra tante risa - cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito « Sto per piangere! »
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che - entrando - lui è rimasto fuori.


TU

Tu, che chiamiamo anima.
Colore negro, odore ebreo. Tu profuga,
tu reietta, intoccabile. Tu transfuga
dal soffio dell’origine.
Non ti spetta razione, né coperta,
né foglio di reimbarco.
Per registri e frontiere
non esisti.

Ma in sere come queste, di cangianti
vaticini fra i monti,
ad ogni varco
può apparire improvvisa la tua faccia
d’eremita o brigante.
« Fronda smossa,
pietra caduta… » trasale in sé il passante
che la tua ombra assilla
di crinale in crinale,
mentre corri ridendo nell’occhiata
del cielo, che ti nomina e sigilla.



IO

Quella donna dal viso indifeso
un poco sfiorita -
che passa nello specchio
in una scolorita veste rossa,
senza fruscio, di fretta,
rialzando sul capo i capelli
con mano distratta:
quella donna dall'anima dimessa
dicono che son io.






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venerdì 9 gennaio 2015

La porta sbagliata

In copertina foto di Jutta Klee





LA PORTA SBAGLIATA
(1968)
di
Natalia Ginzburg
in
Tutto il Teatro di N.G.











Atto primo

...
Tecla   [...] Non voleva uscire con me, si vergognava a farsi vedere con me per la strada. Le spiegavo che lavoravo in una ditta di macchine da cucire. Alzava le spalle. S'era ficcata in testa che ero una puttana ed è morta con quella idea. E' sempre così con i genitori. O loro si vergognano di noi o noi ci vergogniamo di loro. O loro sono delusi di noi o noi siamo delusi di loro. Oppure loro fanno su di noi dei sogni che ci esasperano e ci riempiamo di vergogna tanto sono lontani dalla nostra vera persona. Finché poi loro muoiono e allora scopriamo che li abbiamo sempre trattati tanto male e abbiamo un rimorso che ci mangia il cuore. [...]
Questa è l'analisi. L'analisi lo insegna. Ti insegna a essere solo quello che sei. Però non è che smetti di star male. Hai tutte le tue piaghe e te le tieni. Bruciano. Hai sbagliato qui, hai sbagliato là, hai offeso quello, hai offeso quell'altro. La mattina apri gli occhi e ti saltano addosso i rospi. Ti mangiano il cuore. [...]






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giovedì 1 gennaio 2015

Petra von Kant










LE LACRIME AMARE 
DI PETRA VON KANT
(1971)

di Rainer Werner Fassbinder

Traduzione di Roberto Menin
(in I rifiuti, la città e la morte e altri testi)
Ubulibri - 1992


Petra è attualmente (dopo sfortunate vicende da moglie sottomessa) una donna emancipata, indipendente e di successo. Si occupa di moda e vive con la segretaria-cameriera-autista-aiutante e sempre silenziosa Marlene.
Si innamora di Karin, giovane, bella, sposata ma vicina al divorzio e le crea una carriera da modella. Ma la loro relazione si rivela debole nel momento in cui il marito di Karin è di nuovo nelle vicinanze.
Senza gratitudine Karin esce dalla vita di Petra dopo essersi fatta dare anche dei soldi.
Disperazione di Petra, alcol e fiele. E riflessioni.
Accanto a lei sempre Marlene, che la serve e le obbedisce in silenzio. Inoltre: Valerie, sua madre, che si stupisce di un sentimento di questo genere nella propria figlia, Gabi, sua figlia, che non capisce come possa trattare così male Marlene, e Sidonie, una vecchia amica, che le ha fatto conoscere Karin e la informa dei suoi movimenti dopo l'abbandono.
Dopo le amare lacrime Petra crescerà di un palmo nel suo modo di amare un'altra persona, inclusa Marlene alla quale offrirà amicizia. (Nel film Marlene la rifiuterà andandosene, ma nel testo teatrale non sappiamo la reazione di Marlene all'offerta).


Atto quarto

[...]
Valerie   Bisogna avere il coraggio della fede. Tutti hanno bisogno di una consolazione. Tutti, Petra. E... Tutti sono soli senza Dio.
Petra   No, mamma. Non è consolazione quella. Bisogna imparare a amare senza pretendere.
Valerie   E' la stessa cosa, Petra. credimi.
Petra   Io non l'ho amata per niente. Volevo soltanto possederla. Ma adesso non più. Adesso comincio a amarla. Ho imparato, mamma, e mi è costato molto. Certo che imparare non dovrebbe essere un tormento.
[...]



 Link: Le lacrime amare di Petra von Kant al Rossetti di Trieste / in Wikipedia


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