giovedì 31 luglio 2014

Uscendo da laggiù

Véronique Olmi. Foto in livreetvin.fr




















MATHILDE
di
Véronique Olmi

Traduzione di Alessandra Serra
Einaudi - 2010 

Una coppia di successo (lui noto oncologo cinquantenne, lei scrittrice affermata leggermente più giovane) ridiscute il proprio matrimonio la notte in cui lei rientra "a casa", dopo tre mesi di prigione scontati a causa di una relazione sessuale con un minorenne (consenziente).
All'inizio, tra gli scatoloni che lui ha già riempito degli oggetti di lei, sembra quasi si tratti di un'ultima conversazione prima dell'addio, ma alla fine quando lui la convince a riposare in un provvisorio letto nello studio e a rimandare a domani tutto quanto vorrà e potrà fare, sembra un silenzioso modo di ricucire il loro amore ferito (dallo scandalo, dall'azzardo di lei, dalla monotonia della loro vita in comune, dal loro svalorizzarsi e banalizzarsi a vicenda).


[...]
PIERRE   Ti sentivi responsabile?
MATHILDE   Di vivere quella storia? Sì! Totalmente responsabile!
PIERRE   No, dell'ascendente... dell'influenza, insomma! Ti rendi conto in cosa hai trascinato quel moccioso? Eri consapevole della gravità della cosa?
MATHILDE   Parli come i suoi genitori!
PIERRE   Al processo avevi la stessa espressione di quando uscivi senza scarpe: "C'è qualcosa che non va, ma cos'è?" Mi stai ascoltando?
MATHILDE   No.
PIERRE   No? E perché? Perché? A cosa pensi?
MATHILDE   A una parola... che avevamo inventato, per il bisogno che avevamo di avere una cosa tutta nostra - non avevamo un posto, né un passato, né un avvenire, ma avevamo una parola.
PIERRE   Quale parola? (Mathilde sorride. Pausa). Beh... comunque uno scandalo c'è stato.
MATHILDE    In un certo senso, lo capisco - e magari mi piace anche. Abbiamo dato scandalo.
PIERRE   Non per quello che credi. Il tema del processo non era il desiderio, ma la caduta, Mathilde Esnault era caduta.
MATHILDE   Credimi, Pierre, non c'è stata né caduta né redenzione.
PIERRE   Eppure c'è stata punizione.
MATHILDE   Che non mi impedirà certo di rifarlo.
PIERRE   Sei pazza! Sarebbe...! sarebbe umiliante!
MATHILDE   Per chi?
PIERRE   Ma... per te, naturalmente! Non avrai ancora voglia di farti umiliare?
MATHILDE   Dio mio, sì!
PIERRE   Fino a dove?
MATHILDE   Fino a rivederlo.

Pausa. Mathilde si prende il viso tra le mani.

PIERRE   Sei stanca?
MATHILDE  E' stata una giornata... è stupito da dirsi, ma... non è facile uscire da laggiù... è lacerante, una solitudine inspiegabile.
[...]


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link: teatrooutoff.it

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martedì 29 luglio 2014

Así que pasen cinco años

Federico Garcìa Lorca (Foto da eldiario.es)



















ASPETTIAMO 5 ANNI
Leggenda del tempo in tre atti e cinque quadri
(1931)

di Federico Garcìa Lorca

A cura di Vittorio Bodini
In  "I capolavori di Garcìa Lorca"
Einaudi 1952-1990

Dimensione onirica. Follia che filtra la scena. L'amore che non si vuole. L'amore che non si può. La vita che è dove non la sappiamo e che non è dove la immaginiamo. Simboli, metafore, rime, canzoni e colori sgargianti racchiusi nella notte. Il tempo che si esprime nel presente, nel futuro, nel già passato, nel niente.
Tra i 22 personaggi: il Giovane, il Vecchio, la Dattilografa, il Bambino (morto, con il Gatto), il Manichino, il Domestico e tre Giocatori.
Il Giovane ama la Fidanzata ma per sposarla vuole aspettare cinque anni, senza darci un perché, trascorsi i quali la trova innamorata di un Giocatore di rugby, nel frattempo ha sottovalutato l'amore della Dattilografa, sulla quale focalizzerà una volta resosi conto che la Fidanzata non lo vuole più, ma ormai sarà tardi. Infine, una partita a carte con tre misteriosi signori lo ucciderà.


ATTO TERZO
Quadro secondo

[...]
GIOVANE   Dammi un bicchiere d'acqua fresca. (L'aspetto del Giovane manifesta sconforto e prostrazione fisica. Il Domestico lo serve). Non era molto più grande quella finestra?
DOMESTICO   No.
GIOVANE   E' strano che si sia stretta. La mia casa aveva un patio enorme dove io giocavo coi miei cavallucci. Quando l'ho rivisto a vent'anni, era così piccolo che non mi sembrava possibile che io abbia potuto corrervi tanto.
DOMESTICO   Il signore sta bene?
GIOVANE   Sta forse bene una fontana che getta acqua? Rispondi.
DOMESTICO   Non so.
GIOVANE   Sta bene una banderuola che gira come vuole il vento?
DOMESTICO   Il signore fa dei paragoni... Io invece vorrei chiederle, se il signore permette... E il vento sta bene?
GIOVANE (brusco)   Sto bene.
[...]


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Link: diquiacinqueanni.com
(Nel sito ci fanno notare la coincidenza della data completa che sembra sia alla fine del manoscritto di quest'opera, 19 agosto 1931, con quella della morte di Lorca, 19 agosto 1936, esattamente cinque anni dopo.)


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venerdì 25 luglio 2014

Look Back in Anger

John Osborne nel 1971 da nickelinthemachine.com





















RICORDA CON RABBIA
(1956)
di John Osborne

Traduzione di Alvise Sapori
Einaudi -1950-1964

Quattro personaggi. Jimmy, il principale, è un giovane uomo figlio di operai, quasi sempre arrabbiato con il mondo intero, insopportabile perfino a sé stesso (oggi verrebbe gentilmente guidato verso il primo Centro di Salute Mentale): un tipo che parla di sè come vittima e critica per principio (in molti casi anche giustamente) le classi sociali più abbienti; poi c'è Cliff, suo amico, suo socio e convivente (insieme gestiscono una bancarella di dolciumi), il quale soprattutto dona equilibrio con la sua presenza paziente tanto a Jimmy quanto a sua moglie Alison, il terzo personaggio, figlia di un colonnello, la quale sembra essere la facile vittima del fascino ringhioso di Jimmy.
Ma viene a salvarla Helena, attrice e donna di carattere, amica di Alison.
Alison è incinta e la sua amica l'aiuta a tornare nella famiglia di origine per offrire al nascituro una vita migliore di quella che si prospetta con Jimmy.
Partita Alison proprio Helena la sostituirà nel cuore e nella vita di Jimmy, con Cliff sempre presente.
Infine Alison torna avendo perso il bambino e Helena lascia la casa. Anche Cliff si allontana un momento dalla situazione, probabilmente per salvaguardare i propri nervi!
Dunque l'eterno arrabbiato, l'eterna ingenua e debole, l'amica sleale e contraddittoria (ma anche Jimmy lo è: detesta certe maniere di certe "signore" ma se ne sposa una e la sostituisce con un'altra), e Cliff che non prende mai veramente posizione, un po' amico, un po' compagno di vita di tutti e di nessuno.
In tanta rabbia e tra tanti litigi ci sono le oasi di pace e di tenerezza che si realizzano quando Alison e Jimmy giocano con due pupazzi, l'orso che rappresenta lui e lo scoiattolo che rappresenta lei.


ATTO TERZO
Scena seconda

[...]
HELENA    Benissimo. Vado giù in camera mia a fare le valige. Se mi sbrigo faccio ancora in tempo a prendere il treno delle sette e un quarto per Londra. (Ambedue lo fissano ma lui si appoggia alla tavola e non la guarda). Alison non ha niente a che fare con la mia decisione... Assolutamente niente, devi capirlo. E' una decisione che ho preso da sola. Lei ha persino cercato di farmi cambiare idea. No. La vera ragione è che stasera ho capito improvvisamente quello che in fondo avevo sempre saputo. Non si può essere felici se non si è nel giusto, o se si fa soffrire qualcuno. Non credo in ogni modo che sarebbe stato possibile andare avanti così, ma io ti amo, Jimmy. Non amerò mai nessuno come ho amato te. (Si volta verso sinistra) Ma non posso continuare con te. (Con passione e sincerità) Non posso partecipare a tutto questo soffrire... Non posso! (Si aspetta una reazione da lui. Jimmy annuisce guardando il tavolo. Helena si riprende e si sforza di essere autoritaria. Ad Alison) Non credo che ce la faresti ad affrontare il viaggio stasera; posso accompagnarti io in albergo prima di partire. Abbiamo una mezz'ora; farò a tempo. (Si avvia alla porta).

La voce di Jimmy la ferma.

JIMMY (con voce bassa e rassegnata)    Tutti vogliono sfuggire alla pena di essere vivi. E soprattutto vogliono sfuggire  all'amore. (Va alla "toilette") L'ho sempre saputo che qualcosa del genere sarebbe successo... un dramma di coscienza tipo la moglie malata... che avrebbe sconvolto i tuoi sentimenti delicati di fiore di serra. (Raccoglie la roba di Helena sulla "toilette" e va all'armadio guardaroba. Fuori cominciano a suonare le campane). E' inutile cercare di ingannarsi sull'amore. Non puoi accettarlo come si accetta un impiego facile, senza sporcarti le mani. (Le porge la roba e apre l'armadio) Ci vogliono muscoli e coraggio. E se non riesci a sopportare l'idea... (stacca un vestito dalla stampella) di sporcare la tua bell'anima di bucato... (li si avvicina) farai meglio a rinunciare decisamente alla vita e avviarti alla santità... (le dà il vestito) perché come essere umano, sei fuori strada... Bisogna scegliere fra questo mondo e quell'altro... (Helena lo guarda un attimo ed esce rapidamente. Jimmy è scosso ed evita gli occhi di Alison. Poi va alla finestra. Ci si appoggia e batte il pugno sul telaio) Oh, quelle campane!

[...]


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corrierespettacolo.it

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sabato 12 luglio 2014

Devo averlo già detto

















SCUSATEMI
(1999)

da PROVE D'AUTORE
di Harold Pinter
Traduzione di Alessansra Serra
Einaudi - 2002

Scusatemi. Devo averlo già detto. C'era la luna piena. Lui era dietro di me. Mi accarezzava il seno. Eravamo in giardino. C'era odore d'inchiostro. Lui voleva fare il cuoco su un transatlantico. Veniva da una famiglia di cuochi. Consegnavano a domicilio. La ditta "Mamma e figli". Era giovane. La luce alla finestra si era spenta. Mia madre aveva guardato giù.  Devo averlo già detto. Lui era dietro di me. Mi accarezzava il seno. Scusatemi.
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Mia madre era in giardino. C'era la luna piena. Lui era dietro di lei. Le stava accarezzando il seno. Voleva fare il cuoco su un transatlantico. Io ero alla finestra e guardavo giù. Scusatemi. Scusatemi. Devo averlo già detto. Scusatemi.
.
Scusatemi. C'era odore d'inchiostro. Erano in giardino. La luce alla finestra si era spenta. Guardavamo giù. Sua madre era cuoca su un transatlantico. Lui era giovane. Era in piedi dietro di lei. Le accarezzava il seno. C'era la luna piena.
.
Io sono dietro di lei. Le accarezzo il seno. Voglio fare il cuoco su un transatlantico. La luce alla finestra si spegne. Guardo su. C'è odore d'inchiostro. Scusatemi.
.
Sono in giardino. Lui è dietro di me. Mi accarezza il seno. La luce alla finestra si spegne.




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mercoledì 9 luglio 2014

Questo, quello, quell'altro

Ugo Betti (1892-1953)















FRANA ALLO SCALO NORD
(1936) 
di Ugo Betti

Comune di Camerino
Università degli Studi di Camerino - 2002

A cura di Alfredo Luzi

In una nazione straniera non specificata, in un cantiere in cui si sta costruendo uno scalo ferroviario, una frana ha causato la morte di alcuni operai. Un'inchiesta è in atto. Il consigliere Parsc cerca di  individuare i responsabili: Il costruttore Gaucker? La società ferroviaria? Gli operai stessi? I pregiudizi sociali e l'alone di potere economico (e culturale) sembrano proteggere tanto il costruttore quanto la società ferroviaria e lasciano invece prevedere l'abbandono al loro destino degli operai e delle loro famiglie. Sono tutti consapevoli di essere dentro un ingranaggio in cui ognuno fa la propria parte e non si sottrae?

[...]
Gaucker    (ansioso) Voi dite che la colpa... che io...
Parsc   ...che noi tutti si sia...
Il testimonio miope    ...trascinati; travolti, dentro un torchio, signore. (Con l'indice teso)  Congegni, ruote, orari: un torchio da uva, signore. A poco a poco tutti, veniamo spremuti lì dentro. (A Gaucker)  I vostri manovali ci hanno lasciato le ossa.
Gaucker   Allora voi... dite che Kurz...
Parsc   (confuso) ...che in sostanza, lo scopo...
Il testimonio miope   (febbrile) Lo scopo è di aumentare il rendimento; di dare al torchio qualche altro giro, signore. Statistiche, infortuni... postriboli... Tutto calcolato, incastrato, direbbe Kurz. Infortuni vuol dire gente schiacciata, signore, tagliata in due.
Parsc   Qua si diventa matti. La colpa! I responsabili!
Il testimonio miope   (toccandolo, e come in segreto) Ci sono. Ci sono delle persone, caro signore, dei vecchi intorno a un tavolo... Son quelli che decidono. Tutto deliberato, da prima! Gli indennizzi, mettiamo, già stanziati, da prima: quei milioni di uomini faranno questo, renderanno tanto; queste ragazze: (ammiccando) prenderanno il libretto; questi tisici, pazzi; questi altri, invece, li faremo morire, li seppeliremo, poniamo. Questo, quello, quell'altro.
Gaucker   Ma la frana...
Il testimonio miope   Capite il meccanismo? Questa bella bambina coi boccoli, per esempio; il giorno tale, in via tale, l'autobus tale la taglierà così. (Facendo la voce di un altro) Ma signore... la mia bambina, così vivace... (Fingendo di rispondere) Mi dispiace, c'è l'ordine: acceleramento del traffico.
Parsc  (esasperato) Ma che vi salta, ora, che c'entra?
Il testimonio miope   Avanti, avanti; accellerare, costruire, scavare. Vengono gli operai, gente infangata, ridicola, sono allegri, si danno dei colpi sulle spalle: dovranno morire. Questo, quello, quell'altro, un tanto per cento; più, meno, secondo il finanziamento, signore. Questione di numeri.




LINK: Anniversari bettiani in  cronachemaceratesi.it




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lunedì 7 luglio 2014

La rima














DITEGLI SEMPRE DI SI'
(1927)
di Eduardo De Filippo

Michele esce dal manicomio e va a vivere a casa della sorella vedova. Sono in pochissimi a sapere della sua provenienza. Lui prende tutto alla lettera, crea equicoci, in verità non tutti dannosi, e mette in luce alcune verità. Ovviamente lo faranno tornare in manicomio prima possibile!

[...]
TUTTI   Sentiamo, sentiamo.
LUIGI   "Ora mistica". Ho immaginato due distese di cipressi in conversazione notturna. Un lungo viale che conduce al cimitero. Avverto subito l'uditorio che, mentre la tematica delle mie composizioni è un fatto tutto personale, il ritmo, al contrario, si stacca, è vero, dalla formula ermetica, ma si aggancia alla corrente realistica e impressionistica, fatta di chiazze opache e di spiragli allucinanti, il cui filone trova larvati riscontri in tutta la letteratura valida avanguardista degli ultimi vent'anni.
Dunque: "Ora mistica"...
Buio nel cimitero.
Gelo di marmo,
Sagome di tombe,
Loculi disadorni.
Erbetta. Erbette.
Gira il custode
E non gli sembra vero
Di udire il chiacchierio
Delle civette.
Lento e pesante il passo
Del custode: cra, cra
Si sente e riconosce quello.
MICHELE   Quella...
LUIGI   Quella chi?
MICHELE   La rana.
LUIGI   Che ce trase 'a rana?
MICHELE   Voi avete detto che si sente: cra, cra.
LUIGI   Cra, cra: il passo del custode. Lo stridio dei piedi sui ciottoli del viale.
MICHELE   Fino a prova contraria so' sempre state 'e rane che hanno fatto cra, cra.
LUIGI   Già, ma diversamente come avrei potuto descrivere il rumore di quei passi? Dunque:
cra, cra
Si sente, e riconosci quello.
Fiero, impettito e con le mani sode
Chiude con due mandate quel cancello.
Ecco quel cubo grigio:
E' la sua casa.
Ora dorme pesante.
Ulula il vento.
Dorme il custode ignaro,
Dorme nella sua tomba di cemento.
Chi è? Chi vedo?
Pallido e disfatto
S'incammina e s'avanza Sergio Pròculo.
MICHELE   Chi è Sergio Pròculo?
LUIGI   E' nu signore ca trase dint' 'o cimitero.
MICHELE   'E notte?
LUIGI   'E notte!
Chi è? Chi vedo?
MICHELE   E' un proconsole romano?
LUIGI   No, è un signore qualunque.
MICHELE   E perché si chiama Pròculo?
LUIGI   Io mi chiamo Strada? Voi vi chiamate Murri?  Uh, mamma mia... E stu signore si chiama Pròculo. Jamme nnanze... 'I' si m' 'o facite fa'! Chi è? Chi vedo?
MICHELE   Ma chi è che dice "Chi è? Chi vedo?"
LUIGI   Ma se m'interrompete continuamente non lo arriverete a sapere mai.
MICHELE   Ma allora ci sta un'altra persona dentro al cimitero?
LUIGI   Niente affatto, non ci sta nessuno.
MICHELE   Allora chi è che dice "Chi è? Chi vedo?"
LUIGI   'O dich'io.
MICHELE   Allora nel cimitero ci stai pure tu?
LUIGI   Io stongo 'a casa mia... E' il poeta che parla. Sono visioni, allucinazioni che riceve lo scrittore nel momento della creazione.
Chi é? Chi vedo?
Pallido e disfatto
S'incammina e avanza Sergio Pròculo.
MICHELE   Scusate, ma il custode è andato a dormire nel cubo di cemento... Va bene?
LUIGI   Sì...
MICHELE   E ha chiuso il cancello con due mandate?
LUIGI   Sissignore.
MICHELE   E allora come entra Sergio Pròculo? Non si può entrare col cancello chiuso.
LUIGI   Ma non bisogna sofisticare.
MICHELE   Sentite, per me non si può entrare da nessuna parte quando ci sta un cancello chiuso.
LUIGI   E va bene: era entrato 'a sera primma.
MICHELE   Allora il cancello si chiude una sera sì e una sera no?
O si chiude tutte le sere o non si chiude mai.
LUIGI   Se mi volete prendere in giro, io 'a fernisco e nun se ne parla cchiù.
TUTTI   Ma no, andate avanti.
MICHELE   Andiamo avanti.
LUIGI   Dunque:
S'incammina e avanza Sergio Pròculo.
Stanco si ferma,
Geme e di soppiatto
Si china
E poggia il capo su di un loculo.
MICHELE   Ah! ecco! Abbiamo capito perché si chiama Sergio Pròculo!



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sabato 5 luglio 2014

Timbrato Napoli














LA DOPPIA VITA DEI NUMERI
di Erri De Luca

Feltrinelli - 2012

La notte di capodanno di un fratello e una sorella, due persone mature, a Napoli, a casa di lei.
Sullo sfondo i fuochi d'artificio.
Al momento della tombola si uniscono a loro i fantasmi dei genitori dall'aspetto giovane
e dell'ultima donna di servizio (ladruncola) della padrona di casa.

Scrive l'autore nella presentazione:
"Dialogo succede tra uno scoglio e le ali che ci fanno il nido, tra il seme e la terra, tra le nuvole e il vento, tra le onde e una barca in avaria, dialogo è lo stacco di  una foglia in autunno fino all'ultima oscillazione e alla sua resa al volo. Dialogo non è un interrogatorio.
Monologo è quello del fuoco nel camino, che borbotta, sputa, scricchiola, soffia e fa una ninnananna, una preghiera, un'arringa di avvocato difensore.
Coro è il mercato, non il grande magazzino dove il cliente è incolonnato e muto con il suo carrello, ma quello all'aperto dove si grida il vanto della merce e si contratta il prezzo."


PARTE SECONDA

[...]
LEI  Non facciamo nessuna festa, passiamo la serata a chiacchierare fino a mezzanotte. La festa la fa la città.  Resterà fuori dalla finestra. Tu mi tieni compagnia per quella sera. Cucino pasta al sugo alla genovese. A proposito, lo sai perché si chiama così? Genova non c'entra niente.
LUI  No. C'è una spiegazione? Il cuoco si chiamava così?
LEI  No, genovese è una deformazione napoletana di genevoise, "di Ginevra". Un cuoco svizzero che lavorava presso una grande famiglia dimenticò il soffritto di cipolle sul fornello a fuoco basso. Dopo ore era diventato scuro e denso con quel sapore sublime.
LUI  Una buona spiegazione. Napoli ha avuto nel 1800 gli svizzeri venuti a lavorare, pasticcieri, cuochi, cioccolatai. Emigravano a Napoli, gli svizzeri. Già questo basta a dire che città era allora.
LEI  E' la tua città. Tu sei timbrato Napoli, come la mia finestra. La tieni scritta in faccia la provenienza. Rughe napoletane, mani che fanno mosse napoletane, pure quando stai zitto, fai un silenzio napoletano. Te la porti tatuata addosso la città.
LUI  Si vede che sono così napoletano da non aver bisogno di abitarci. Ci vengo volentieri ma non posso usare il verbo tornare. Il posto da dove mi sono staccato a diciott'anni non c'è più.
[...]





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venerdì 4 luglio 2014

Da dove vengono i tassisti?


Luis Sepùlveda. Foto da: milan.cervantes.es


















Diario di un killer sentimentale 
(1996)
di Luis Sepùlveda
La biblioteca di Repubblica - 2002

Traduzione di Ilide Carmignani

Gli ultimi sette giorni prima della prematura pensione di un signore intelligente e purtroppo anche sentimentale che di professione fa il killer.
Sentimentale non lo era mai stato prima, ma l'incontro e la relazione di qualche anno con una francese lo ha reso tale e quindi lo ha indebolito, la sua professionalità e lucidità ne risentono, soprattutto quando lei inaspettatamente lo lascia.
Rimetterà tutto a posto, guadagnandosi la libertà di andarsene in pensione (invece di pagare le distrazioni e le intemperanze con la morte, che è di prassi in questi casi) uccidendo il difficile e sfuggente (e per la prima volta interessante: ecco il sentimentalismo che lievita) ultimo bersaglio... e anche la francese che sorprendentemente sarà in compagnia dell'incarico nel momento decisivo.
Bang-Bang: poche parole, molti soldi, solo sei brevi capitoli, saggezza e ironia. Alberghi e taxi. Esperienza e rischio. I monologhi dei tassisti delle varie città e le conseguenti riflessioni del trasportato, il nostro killer, sembrano dare il ritmo alla storia.

"Quando la mulatta uscì portandosi via centomila pesetas e le brezze ardenti dei Caraibi, chiamai il bar e chiesi che mi mandassero in camera una bottoglia di whisky. E così passai la notte di quella brutta giornata senza aprire la bottiglia anche se avevo una voglia terribile di ubriacarmi, parlando con la foto del tipo che avrei dovuto uccidere, perchè, anche cornuto, un professionista è sempre un professionista."



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mercoledì 2 luglio 2014

Sette di Salvatore Toma

Roses (2) di Massimo Gardone
























Dal Canzoniere della morte di Salvatore Toma
a cura di Maria Corti
Einaudi


1-

Vento leggero che parli
con voce di foglie
che apri i germogli
e li fai trepidare
nella primavera.
Vento che asciughi
i panni, bianchi
come visi di bambini,
e a volte con dolcezza
il sudore della fronte,
fa' che la mia morte
sia liscia, serena
come il tuo respiro.

  (Quad. XVIII,14)

2-

Che cosa ti accade
anima nera come pece
e a volte leggera
sotto forma di farfalla,
che cosa ti sorprende
ti supera ti vince
all'imbrunire?
Cogli l'attimo
anima nera
conta i secondi
cerca di capire
l'attimo in cui scatta
la tua metamorfosi
esattamente.

  (Quad. XV, 45)

3-

Che cosa ti accade,
bruco nero,
quando prendi forma di leggera farfalla,
che cosa ti sorprende,
ti supera, ti vince?
Cogli l'attimo,
bruco nero,
l'attimo in cui scatta
la tua metamorfosi, esattamente.

 (Quad. XVIII, 45 - Bestiario salentino del XX secolo)


4-

Toma,
se vuoi continuare a scrivere
devi smettere di bere.
Cari amici,
io devo fare molto di più
per smettere di bere:
devo smettere di scrivere.

  (Quad. XV, 47) 


5-

E adesso
voglio dirvi
cosa penso io della fine del mondo.
Non ci sarà nessuna apocalisse
nessuana catastrofe colossale
né un dio decantato
seduto a un bivio
che con un cenno studiato della mano
sotto lingue di fuoco
e voragini indicibili
manda a destra e a sinistra
ora i buoni ora i cattivi
come una macchina industriale.
Ma la terra si trasformerà
in un prato verde fiorito
infinito e gioioso
pieno di porci agnelli
cavalli conigli
vacche anatre galli...
e tanti altri animali
che per infiniti secoli
abbiamo violentato ucciso
mangiato e fatto a pezzi.
Essi sono là
che ci aspettano...

(Bestiario salentino del XX secolo)

6-

Le lunghe strade fuorvianti
ondulate strette infinite
leggere polverose
che non portano a niente
in compagnia di rovi
e di abissale silenzio
le lunghe strade con cielo giallo
sciate ogni tanto
da qualche volo d'uccello
anonimo lineare senza canto
con a bordo brandelli di periferia
ecco che il vecchio  matto
le cammina ogni sera
con piene di cuori di legno
le solite bisacce
in agghiacciante
compagnia del rimorso
i pensieri a boomerang
il passo lento.

(I sogni della sera)

7-

Mi vien da ridere
perché in fondo ci godo.
Il mio cuore (chiamiamolo
così questo effervescente ascoltare)
impazzisce. Non c'è niente da fare.
Al lusso allo star bene si mesce
la più desolante povertà
il paese è come la città
non ci resta che la mente
il sogno proibito
il blaterare placido
e corretto della sopravvivenza.

(I sogni della sera)



Link:
salentopoesia.blogspot.it  
e nazioneindiana.com


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