martedì 23 dicembre 2014

L'ultimo premio delle riffe





Da CONFUSIONI
di Alan Ayckbourn


Traduzione di Masolino d'Amico
Costa & Nolan - 1989

in  DUE CHIACCHIERE
AL PARCO






Quattro panchine in un parco, cinque solitudini. Infastiditi dallo/a sconosciuto/a si alzano e vanno a sedersi nella panchina accanto, per giustificare il proprio spostamento infastidiscono con le chiacchiere chi stava già lì che a sua volta si alzerà presto e andrà a sedersi nella panchina accanto, disturbando chi già siede lì:


[...] (Arthur)   Lo sa qual è la cosa più preziosa che si possa collezionare? Le persone. Io sono un collezionista di persone. Le guardo, le osservo, le sento parlare, ascolto il loro modo di parlare e penso, ecco qua, un altro. Diverso. Diverso un'altra volta. Perché le voglio rivelare un segreto. Sono come le impronte digitali. Non sono mai le stesse. E ne ho incontrate un bel po' nella vita. Un bel po'. Qualcuna buona, qualcuna cattiva, tutte diverse. [...]

[...] (Beryl)  Guardi qua. Vuole che torni. Sta fresco. Da lui. E' pentito, non voleva fare quello che ha fatto, giuro che non lo farò mai più, eccetera, eccetera. Mi sembra tanto di averla già sentita, questa storia. Non è la prima volta, glielo garantisco. E non ci sono scuse, le pare? Per la violenza, voglio dire. Sempre lì, si va a finire. Ogni volta che perde la pazienza lui... voglio dire, non ci sono scuse. [...]

[...] (Charles)   Questo a casa mia si chiama egocentrismo, con la "e" maiuscola. E non so se ha notato che sono sempre i giovani. Credono che noi non ci siamo mai passati. Non gli passa per la testa che possiamo essere stati giovani anche noi. Chissà da dove credono che veniamo.[...]

[...] (Doreen)  Io trovo che i cani sono più intelligenti delle persone. Sono molto meglio come compagnia e la cosa meravigliosa è che quando hai un cagnolino, dopo conosci altre persone che hanno i cani. E quello che io dico sempre è che le persone che hanno un cane sono le persone migliori. Sono quelle con cui so che andrò d'accordo.[...]

[...] (Ernest)   Da fuori sembra che funzioni, ma dia retta a me... non sei più padrone di nulla. Hai pagato tutto ma niente è più tuo. Dammi dammi dammi. Prendo prendo prendo. Non basta mai niente. Guardi che non sto contando balle, ma certe volte la mattina la guardo e penso, Gesù, pare che ho vinto l'ultimo premio a una riffa. Badi che non escludo mica che anche lei stia pensando la stessa cosa. Anzi, lo so di sicuro che la pensa. Certo, mi tiene lontano. Ciao, caro, ti ho messo il resto sul tavolo, e sparisce. [...]



Link: Confusioni con lazonta.com



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lunedì 22 dicembre 2014

Giorni di fine anno in riviera










Da MARE D'INVERNO
di Grazia Verasani

Giunti - 2014


Il romanzo in graziaverasani.it


Vivo circondata dall'ostilità più o meno inespressa di cialtroni che sono stati messi lì, alle loro scrivanie, da chi è ai piani alti, e che non rischiano mai né una lavata di capo né il licenziamento. Fingo di non sentire quando mi danno della stronza o dell'arrogante, e anche se mi leccano il culo e mi fanno dei complimenti. Cerco di insegnare il mestiere a sbarbatelli amorfi e presuntuosi che scrivono coi piedi ma si credono già degli Indro Montanelli e vedo sfilarmi davanti agli occhi bellissime stagiste laureate che farebbero più fortuna partecipando a concorsi tipo Miss Italia. Disattendo puntualmente le loro richieste d'attenzione, oltre le loro speranze, perché scaltri o ingenui che siano non hanno capito che siamo tutti manovali precari di una specie di "cultura da crociera" che sta inesorabilmente picchiando sugli scogli.




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mercoledì 10 dicembre 2014

Farfalle di Ada Negri













ADA NEGRI
Foto: dal sito cesareangelini.it

Da Ada Negri, Poesie, Mondadori, 2002




Le farfalle azzurre

Chi sa donde venute
tante farfalle azzurre, sul finire
di quel giugno festoso, al tuo giardino?
Tutte d'un chiaro azzurro ch'era quasi
grigio nel sole, e piccole: alianti
basso sul prato e sull'aiuole, a sciami
leggeri, in danze che parean di sogno.
Chi sa perché, quell'anno,
tante farfalle azzurro-grige come
i tuoi occhi? E non erano i tuoi occhi,
forse, due di quell'ali,
imprigionate tra le lunghe ciglia?
E dove sono ora i tuoi occhi, dove
quelle farafalle color cielo, e l'aria
ch'io respiravo in gioia accanto a te?


Incantesimo

Vidi, nell'aria tersa
d'un mattino d'autunno, in un giardino,
sovra altissimo stel candidi fiori
in spessa aiuola; e trasvolar farfalle
candide intorno ai calici ancor freschi
di guazza. Sì che a me parvero i fiori
lievi farfalle or ferme in cima ai gambi,
or volteggianti al sole: ero con essi
ala, corolla, luce - e non fu sogno.



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lunedì 1 dicembre 2014

VERSIXVERSI



















VERSI PER VERSI
MERCOLEDI' 3 DICEMBRE
AL TEATIME DI VIA DEL MONTE 1, TRIESTE
con Sandro Pecchiari e Angela Siciliano.

Leggeremo le nostre poesie ma
porteremo con noi anche i versi di
Edna St.Vincent Millay, Trilussa, Al Rempel e Golan Haji.

Vedi programma del Festiva Internazionale della Poesia XVII edizione, di Trieste:
stampa  il programma.


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venerdì 21 novembre 2014

Les parents terribles

Foto in theguardian.com di Jane Bown




















I PARENTI TERRIBILI
(1938)
di JEAN COCTEAU

Traduzione di Marisa Zini
Einaudi - 1972


[...]
Yvonne   Cosa diamine hai, Lèo... Ti ecciti...
Lèo   Niente affatto; ma in certi momenti il vostro carrozzone, il vostro relitto, oltrepassano i limiti. Lo sai perché un cumulo di biancheria sporca si ammucchia nel bel mezzo della camera di Michel? Lo sai perché Georges potrebbe tracciare i calcoli nella polvere del suo tavolo da architetto, perché la vasca da bagno è intasata da più di una settimana? Be', proprio perché, qualche volta, ci godo a lasciarvi affondare, affondare, impantanare, a vedere quel che succederebbe se ciò continuasse... e poi la mia mania dell'ordine prende il sopravvento e vi salvo.
Yvonne   E, secondo te, il nostro carrozzone avrebbe spinto Michel a cercarsi... una casa... presso una donna...
Lèo   Non è il solo.
Yvonne   Alludi a Georges?
Lèo   Sì, a lui.
Yvonne   Accusi Georges di tradirmi?
Lèo   Non accuso nessuno. Siccome non approfitto dei vantaggi della borghesia, rifiuto le menzogne che hanno origine da una vecchia turpe abitudine di bisbigliare e di chiudere le porte, non appena si parli di nascite, di patrimoni, di amore, di matrimonio o di morte.
Yvonne   Hai scoperto che Georges mi tradisce?
Lèo   E tu non lo tradisci?
Yvonne   Io... Tradisco Georges? e con chi?
Lèo   Dal giorno della nascita di Michel hai tradito Georges; hai smesso di occuparti di lui per non occuparti che di Michel. Lo adoravi... ne eri pazza e il tuo amore è cresciuto via via che Michel cresceva. Crescevano insieme. E Georges restava solo... E ti meravigli che sia andato a cercare affetto altrove. Credevi ingenuamente che il carrozzone avesse la funzione di carrozzone, e basta.
[...]



Link: teatroteatro.it


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martedì 11 novembre 2014

The Remission

Mavis Galland. Foto dalla pagina del The Telegraph del 19 febbraio 2014



















In AL DI LA' DEL PONTE e altri racconti
di MAVIS GALLANT

Traduzione di Giovanna Scocchera
Rizzoli - 2005


Da LA REMISSIONE

"Barbara capì, dal modo in cui lui la guardò, di aver iniziato il suo viaggio verso sud come moglie e madre dalla bellezza sfiorita, per giungere in un luogo dove il suo viso appariva esotico. Fino a quel momento aveva pensato solo che quella salita sul treno era una normale famiglia inglese, mentre poi ne era scesa la sua caricatura. La questione era sempre la stessa: l'occhio di chi guarda."

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LINK: telegraph.co.uk e panorama.it

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lunedì 10 novembre 2014

A place i've never been

Dal festivaldelleletterature.it del 2005

























In UN LUOGO DOVE NON SONO MAI STATO
di DAVID LEAVITT

Traduzione di Anna Maria Cossiga
Mondadori - 1990


Da C'è Chips

"Ecco la mia storia: quando ero piccolo, la mia famiglia viveva a Cleveland, e avevamo una cagna che si chiamava Troubles. Nella casa accanto c'era un cane che si chiamava Chips, e a una certa ora del pomeriggio, quando Chips entrava nel nostro giardino, mia sorella gridava: "Troubles, c'è Chips! C'è Chips!" e Troubles si alzava, dall'angolo dove stava e piombava in giardino per vedere il suo amico. Poi ci trasferimmo in California, e Troubles diventò vecchia e balorda e sembrava che non le piacessero più gli altri cani. Chips era ancora a Cleveland, o forse morto; non sapevamo.
Un giorno, un'amica andò a trovare mia sorella. Stavano guardando i vecchi album di fotografie di Cleveland, e mia sorella raccontava. "Non dovevamo fare altro" sentii che diceva alla sua amica, "che gridare Troubles, c'è Chips! C'è Chips! e allora..." E prima che riuscisse a finire la storia, Troubles era arrivata di corsa nella stanza, abbaiando e saltando e fiutando l'aria. Qualcosa era rimasto, malgrado il tempo passato e i cambiamenti a cui era stata sottoposta, il viaggio attraverso il paese, e il canile, e i gatti. Mia sorella si mise la mano sulla bocca, gli occhi le si riempirono di lacrime, e come la giovane maga che vuole disperatamente annullare il  potente incantesimo che ingenuamente ha appena pronunciato, gridò: "Troubles, basta! Basta! Basta!" ma non servì a niente. Niente avrebbe calmato Troubles, e niente l'avrebbe fatta smettere, mentre abbaiava, e saltava e mugolava, e annusava, in cerca di quel miracoloso cane che aveva attraversato gli anni e i chilometri per ritrovarla."


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Link: ultimo festivaldelleletterature.it/

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giovedì 6 novembre 2014

Zero

Samuel Beckett. Photograph: Roger Pic
In a pieceofmonologue.com




















Da FINALE DI PARTITA  (1955-1957)
di Samuel Beckett

Traduzione di Carlo Fruttero
Einaudi - 1961,1968 e 1990



[...]
HAMM   Che tempo fa?
CLOV   Lo stesso di sempre.
HAMM   Guarda la terra.
CLOV   L'ho guardata.
HAMM   Col cannocchiale?
CLOV   Non c'è bisogno di cannocchiale.
HAMM   Guardala col cannocchiale.
CLOV   Vado a prendere il cannocchiale. (Esce)

HAMM   Non c'è bisogno di cannocchiale.
CLOV   (entra col cannocchiale in mano)   Sono tornato, col cannocchiale. (Si avvia alla finestra di destra, la guarda) Ho bisogno della scaletta.
HAMM   Perché? Ti sei scorciato? (Clov esce, col cannocchiale in mano). Questo non mi piace, non mi piace affatto.
CLOV   (entra con la scaletta ma senza cannocchiale)   Ho portato la scaletta. (Piazza la scaletta sotto la finestra di destra, vi sale, si accorge di non avere il cannocchiale, scende dalla scaletta) Ho bisogno del cannocchiale. (Si avvia alla porta).
HAMM   (con violenza)   Ma ce l'hai, il cannocchiale!
CLOV   (fermandosi, con violenza)   Ma no, non ce l'ho il cannocchiale! (Esce).
HAMM   E' di un triste...
CLOV   (entra col cannocchiale in mano)   Ora ritorna l'allegria. (Sale sulla scaletta, punta il cannocchiale sull'esterno. Gli sfugge di mano, cade. Pausa). L'ho fatto apposta. (Scende dalla scaletta, raccoglie il cannocchiale, lo esamina, lo punta sulla sala) Vedo... una folla in delirio. (Pausa). Niente da dire, per far vedere lontano ti fa vedere lontano. (Abbassa il cannocchiale, si volta verso Hamm) Allora?
Non si ride? 
HAMM   (dopo aver riflettuto)   Io no.
CLOV   (dopo aver riflettuto)   Io nemmeno. (Sale sulla scaletta, punta il cannocchiale verso l'esterno) Vediamo un po'... (Guarda spostando il cannocchiale) Zero ... (guarda) ... zero (guarda) ... e zero. (Abbassa il cannocchiale, si volta verso Hamm) Allora? Più tranquillo?
HAMM   Niente si muove. Tutto è ...
CLOV   Zero...
[...]






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martedì 4 novembre 2014

American Blues

Thomas Lanier Williams ovvero 
Tennessee Williams |
Cover Credit: Bernard Safran























In  I BLUES (American Blues)
di Tennessee Williams

Einaudi - 1953 / 1965
Traduzione di Gerardo Guerrieri


Da
LA LUNGA PERMANENZA INTERROTTA
ovvero
UNA CENA POCO SODDISFACENTE


[...]
ARCHIE LEE   La vecchia una volta sapeva far da mangiare, ma adesso, neanche per sbaglio. Da un po' di tempo la cucina qui è peggiorata in modo pauroso.
BABY DOLL   Hai ragione, Archie Lee. Non si può darti torto.
ARCHIE LEE  Un buon piatto di radicchi li puoi sopportare cotti con carne di porco e lasciati sul fuoco finché non diventano teneri, ma così, crudi e sconditi, non sono buoni per i maiali.
BABY DOLL   Rovinare quattro radicchi è difficile: lei ci è riuscita.
ARCHIE LEE   Come avrà fatto?
BABY DOLL   (adagio e con disprezzo)    Per un'ora li ha tenuti sul fuoco. Dice: bollono. Vado in cucina, il fornelli è ghiaccio. Non s'è dimenticata, la vecchia idiota, di accendere il fuoco? La chiamo. "Ehi, - dico, - zia Rosa! Forse io lo so perché il radicchio non bolle". "Perché non bolle?" fa lei. "Eh, - dico io, - non sarà perché non era acceso il fornello?"
ARCHIE LEE   E lei, che ha detto?
BABY DOLL   Ha buttato indietro la testa e s'è messa a ridacchiare. "Uh, e io che lo credevo acceso, il mio fornello! E io che li credevo a bollire, i miei radicchi!" Tutto mio. Il mio fornello, la mia cucina, i miei radicchi. Ormai ha preso possesso di tutto.
ARCHIE LEE   Accessi di megalomania!  (Dall'interno della casa proviene una risatina acuta). Che ha da far coccodè?
BABY DOLL   Che ne so perché fa coccodè! Magari per far vedere che è di buon umore.
ARCHIE LEE   Rischia di diventare una bella scocciatura!
BEBY DOLL   Mi dà talmente sui nervi che piglierei e mi metterei a urlare. E' cocciuta! Più cocciuta di un mulo!
ARCHIE LEE   Uno può essere cocciuto e saper cucinare il radicchio.
BABY DOLL   No, se sei talmente cocciuto da non guardare neanche sotto il fornello se è acceso!
[...]


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sabato 18 ottobre 2014

Crave

Foto da nytimes.com







TUTTO IL TEATRO
di Sarah Kane (1971-1999)


Traduzione di Barbara Nativi
Einaudi - 2000












Da   FEBBRE
(1998)


[...]
A   Sono la bestia all'estremo del guinzaglio.
C   Silenzio o violenza.
B   A te la scelta.
C   Non riempirmi lo stomaco se non sai riempirmi il cuore.
B   Mi riempi la testa come solo una persona assente sa fare.
M  Confusione mentale, disfunzioni sessuali, ansia, cefalee, nervosismo, insonnia, agitazione, nausea, diarrea, prurito, tremori, sudorazione, convulsioni.
C   Ecco di cosa soffro per ora.
M  Va bene.
B   Non sarà niente di grave.
A   Non è niente di grave.
C   O mi sopprimi o mi rinchiudi.
A   Nessuno sopravvive alla vita.
C   E nessuno può sapere come è la notte.
M  Non hai mai pensato che forse eri nel posto sbagliato?
C   No.
B   Mai.
A   No.
C   Se muoio qui mi hanno uccisa i programmi tivù.
A   Ho mentito per te ecco perché non ti posso amare.
M  Non chiedere,
A   Non implorare,
B   Imparare, imparare, perché non imparo mai?
C   Mi accendono la luce ogni ora per controllare se respiro ancora.
B   Ancora.
C   Io gli spiego che la privazione del sonno è una forma di tortura.
B   Ancora e ancora.
M  Se ti suicidi dovrai ritornare e farlo di nuovo.
B   Ancora la stessa storia, sempre quella.
A   Che tu non rivolga mai la mano contro te stesso.
C   Le cose futili, non quelle utili, mi terranno insieme.
M  Senti ancora le voci?
B   Solo quando mi parlano.
[...]



Link: apriteilsipario.it (Laboratorio Nove)


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giovedì 16 ottobre 2014

Bepi Tron



BEPI TRON
Radiodramma- 1970

da
FIORI QUADRI CUORI PICCHE
quattro commedie in un atto


di Nera Gnoli Fuzzi

Società Artistico Letteraria - Trieste 1975


La salma di Bepi Tron è sul letto. Il diavolo è già pronto per portarlo via. Bepi Tron chiede un giorno di tempo per andare a controllare le reazioni alla sua morte presso le tre persone, le uniche, con le quali è stato generoso in vita. Resterà deluso. Invece sarà piacevolmente sorpreso dall'unica persona presente al suo funerale, il tipo al quale aveva rubato del denaro.
Alla fine il diavolo pur portandoselo via sembra essere nel dubbio: forse l'anima di Bepi Tron non è proprio del tutto nera!



[...]
DIAVOLO   Mi presento, allora: sono il diavolo... Capito? Su, andiamo, la festa è finita.
BEPI            Macché festa e non festa! Fammi il piacere! Il diavolo? E... cerchi me?
DIAVOLO   E chi, allora? Andiamo!
BEPI            Il diavolo... ma guarda un po'... esisti... Dunque, tutte quelle balle che ti raccontano... mica sono balle... Sai che non me l'aspettavo? ... Un altro inferno dopo la vita! Si esagera, no? Beh! lasciami pigliar fiato...
DIAVOLO   Spiritoso! Bravo! Fiato? Ma quale fiato? L'hai appena tirato, il fiato, no? Sei morto, no? E allora?
[...]




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lunedì 13 ottobre 2014

Tre titoli e un paio di precisazioni


Non è mai troppo tardi per chiarire

Il 22 marzo 2014
sul quotidiano Il Piccolo (di Trieste)
è stata pubblicata la recensione
e l'invito alla presentazione
della mia seconda raccolta poetica
intitolata STANZE D'ALBERGO.
La recensione è firmata Mary Barbara Tolusso, che ringrazio, ma poiché ha fatto confusione tra il titolo del mio primo romanzo e quello della mia prima raccolta di poesie, e poiché la recensione continua a vivere online nell'archivio del Piccolo ritengo sia utile avvisare i miei pochi lettori che QUANDO L'AMORE NON BASTA è il titolo del mio primo romanzo uscito nel 2008 (Gingko Edizioni),
invece la prima raccolta di poesie si intitola TRA LE DITA (Franco Puzzo Editore - 2012).

Ecco la recensione di Tolusso:

Angela Siciliano, gli amori sono stanze d'albergo

Si intitolava "Quando l'amore non basta" la precedente raccolta poetica di Angela Siciliano, un libro che già dal titolo sottendeva come il sentimento non sia davvero autonomo, ci siano cioè delle interferenze, degli ostacoli esterni, soprattutto quando non rientra in una sorta di "regolarità" di genere. La dimensione dell'omosessualità è accolta anche in quest'ultima silloge, "Stanze d'albergo" (Franco Puzzo Editore) che sarà presentato domani allo storico Caffè San Marco, alle 11, da Gabriella Musetti. A differenza del precedente libro la poetica dell'autrice alza il mirino, supera i codici di genere all'interno della diffidenza sociale, per sviluppare un discorso più dinamico, completo. Si parla d'amore, appunto, che sia gay o non gay ha una relativa importanza. Ciò che conta sono i movimenti e gli scarti che si vivono in ogni relazione, la possibilità di un cambiamento, di un compromesso, di ciò che siamo o no disposti a fare per raggiungere l'altro. Siciliano abbandona certe trame più elegiache per adottare una tecnica molto più realista e incisiva. Lo fa dando al verso una cadenza prosastica, senza dimenticare il ritmo. E soprattutto riesce a dominare la lingua all'interno di un quadro colloquiale, operazione che ha i suoi padri in poeti come Raboni e Giudici, tra gli unici autori in versi, forse, che siano riusciti in Italia a coniugare realismo e lirismo. Quelli di "Stanze d'albergo" sono quadri famigliari, di intimismo collettivo, dotati anche di autoironia o di una messa allo specchio che concede poche repliche alla consolazione patinata. Soprattutto sorprende l'ultima parte – che forse meritava essere la prima – la sezione intitolata "Trama e ordito". La serie di poesie che vi sono accolte aumentano il passo del respiro, spostano il baricentro del sentimento a una dimensione più totalizzante, non temono certa "crudeltà" dei fatti. Le relazioni sono sempre al centro dell'attenzione, che siano amorose, parentali o amicali, ma c'è uno scarto in più, previsto proprio dall'oggettività dello sguardo. Tanto che una poesia come "Sei sceso dall'auto" ricorda "La stanza del suicida" di Wislawa Szymborska. E anche in altri testi, sopra tutti "Mio zio dissotterra patate", ritroviamo l'abilità "fredda" della poetessa polacca nell'incidere con verticalità la vita (e la morte) affidandoci all'ordinario, al basso, agli oggetti e alle situazioni più lineari, meno sorprendenti. In fondo è del poeta la possibilità di indicare il nuovo nel vecchio: si chiama capacità di evocazione. È sempre necessario avere una buona dose di caos dentro di sé per partorire una stella danzante, sosteneva Nietzsche. Per la poesia talvolta basta una buona dose di meraviglia. Mary B. Tolusso

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LINK di "approfondimento": Con un pò d'ironia Quando i titoli non bastano, e con un pizzico di serietà in più Tra le dita. Aggiungo un link relativo alla recensione di Stanze d'albergo di Luca Benassi su NOI DONNE, in questo caso precisando che in realtà NON ho "attraversato l'Europa" ho soltanto frequentato e/o frequento ancora quei due, tre paesi europei. Infine nel caso fosse sfuggito all'inizio del post : "Stanze d'albergo" nell'archivio del Piccolo.


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venerdì 10 ottobre 2014

A Lie of the Mind

Sam Shepard. Foto dal sito sam-shepard.com




MENZOGNE DELLA MENTE
di Sam Shepard

Traduzione di Rossella Bernascone

Costa & Nolan - 1988



Beth e Jake sono il tipo di coppia in cui lui picchia periodicamente e lei non lo lascia. Questa volta però lui ha avuto la mano particolarmente pesante. Crede di averla uccisa.

Beth non è morta ma finisce all'ospedale e ne esce con le funzioni cerebrali limitate, forse recuperà, forse resterà "strana" per sempre.
Dopo questo incidente definitivo, annunciato da anni, in un certo senso tornano bambini entrambi, l'assalitore disperatamente fuori di sè perché incapace di immaginarsi senza Beth, e la vittima che non ricorda esattamente cosa è successo ma senza Jake si sente sperduta in un mondo che non riconosce più. Ritornati "come bambini" vengono "accolti" dalle rispettive famiglie d'origine.

Sul palcoscenico due pedane si illuminano a turno, due scene che descrivono le due famiglie geograficamente lontane. L'energia della madre di Jake si contrappone all'energia del padre di Beth.
Frankie, il fratello di Jake raggiunge Beth per verificare i fatti, Mike, il fratello di Beth vuole e ottiene a modo suo vendetta.
Jake e Beth sembrano non esistere più come coppia e forse neanche come individui.



Atto terzo - scena terza

[...]
MIKE   Nessuno si rende conto che siamo stati traditi? Da uno di noi. Si è legato alla famiglia col matrimonio e ci ha ingannati tutti. Ha ingannato lei! Le ha mentito! Le ha detto che l'amava!
[...]



Link: compagniateatraleiguitti.blogspot.it


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venerdì 3 ottobre 2014

Nel cortile di un caffè

Foto in fr-online.de















Christoph Hein
PASSAGE
(1988)

Traduzione di Fabrizio Cambi
Costa & Nolan - 1995


Autunno 1940, nel retrobottega di un caffè a sud della Francia, un gruppo di profughi tedeschi ebrei
aspetta il momento giusto per attraversare il confine franco-spagnolo e raggiungere una nave che li porti ognuno a destinazioni diverse, in altri continenti.
Sulla scena, il gruppo sta per essere scoperto dai nazisti e tenterà quindi in anticipo e ancora con più rischi la fuga con l'aiuto della gestrice del caffè e del sindaco del villaggio. Se ci riusciranno non si sa. Uno di loro, il sinologo e filologo Hugo Frankfurther, ricorda la figura di Walter Benjamin, critico e sociologo, che in circostanze molto simili, come il personaggio, concluse con il suicidio il tentativo di fuga prima ancora di iniziarla.


Atto secondo

[...]
FRANKFURTHER   E' stato inutile. E' stata una fuga che ci ha avvicinati al nostro destino.
OTTO   Si controlli e non si lamenti
FRANKFURTHER   Non mi lamento. Come vede, sono più che sereno. E' come in una tragedia antica: corriamo e corriamo per arrivare a ciò da cui volevamo fuggire.
[...]



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lunedì 22 settembre 2014

Matematica e pregiudizi

www.paesesera.it del 16 Giugno 2013















LA MELA DI ALAN
hacking the Turing Test

di Valeria Patera

Di Renzo Editore - 2007


Non potendo riprodurre nessun brano del testo (per volere dell'editore e dei proprietari dei diritti) riproduco l'intervista del 16 giugno 2013, firmata  Elena Paparelli sul Nuovo Paesesera La voce di Roma:

Una “cybertragicommedia” dedicata al matematico inglese Alan Turing. Scienziato “outsider”, e anche ingegnere, biologo, cripto analista. La sua vita straordinaria viene portata in scena da Valeria Patera ne La mela di Alan, testo teatrale che ha scritto e diretto, e che torna sul palco il 18 giugno alle 20.30 al Teatro Palladium, sostenuto dall’Università Roma 3 e dalla Sapienza, all’interno del Festival Roma Europa. Video,musica e parole per uno show multimediale aperto alle contaminazioni, costruito attorno alle vicende di uno dei più importanti scienziati del Novecento. Una preziosa occasione di “teatro-scienza”, non mossa da intenti semplicemente divulgativi, ma dal desiderio di dar corpo a una avventura emozionante che attraversa il comico come il tragico, perfettamente ritagliata sulla complessa personalità del geniale studioso, ritenuto padre del computer e uno dei fondatori dell’informatica.
Nella Seconda Guerra Mondiale Turing riuscì a decrittare il Codice della macchina Enigma, utilizzata dai tedeschi per mascherare le comunicazioni riservate. Sua la Macchina di Turing, l’archetipo di tutti i calcolatori. Sua anche la teoria che sta alla base dell’intelligenza artificiale. Ma la sua morte fu tragica: dopo essere stato condannato alla metà degli anni Cinquanta per omosessualità, fra carcere e castrazione chimica scelse quest’ultima. E poi si suicidò, mangiando una mela avvelenata con cianuro di potassio. La regista Valeria Patera racconta a Paese Sera lo spettacolo e il suo protagonista.

La storia di Turing viene messa in scena come se fosse il viaggio in Internet di due hacker degli anni ’90. Perché questa scelta?
La prima ragione è sicuramente legata al fatto che Alan Turing fu un pioniere del mondo digitale. Non volevo realizzare una pièce teatrale classica ma la mia intenzione era quella di riuscire a creare un vero e proprio cortocircuito fra la genesi delle intuizioni di Turing e gli esiti sociali della sua grande capacità visionaria, i cui effetti ci hanno portato molto avanti. Sono rappresentati due hacker degli anni ’90 sia perché il testo è stato scritto per la prima volta 10 anni fa, sia perché volevo mantenere ben vivo l’approccio avventuroso al mezzo, quando ancora non c’erano i social network come abitudini pervasive nella nostra quotidianità. A rivedere questo testo oggi ci accorgiamo di quanto esso appaia già storicizzato. Per un giovane di 20 anni lo spettacolo può cioè certamente essere visto come un pezzo di archeologia informatica. Che funziona perché comunque parla in maniera nuova e attuale di una fase importante della storia della tecnologia e non solo.

La mela di Alan” viene definita una “cyber tragicommedia”…
Turing è andato incontro ad una morte tragica. Si è dovuto sottoporre a un trattamento chimico per la sua omosessualità considerata all’epoca come una devianza sociale. Fa riflettere l’eleganza del suicidio stesso che mise in atto, che ha una forte potenza simbolica. La mela è insieme simbolo della conoscenza e del peccato. Quella che ha ingerito, e che lo ha fatto morire, rappresenta anche quella concezione della conoscenza che lui scardinò. Turing disse infatti che non c’era nulla di sacro nel funzionamento di un cervello. Anzi, il meccanismo di funzionamento del cervello poteva essere riprodotto. E questo creò un pandemonio. Va anche detto che Turing si suicidò il giorno di Pentecoste, dettaglio che non mi è sfuggito e che non è affatto trascurabile. Ma forse è più giusto dire che Turing “è stato suicidato”, perché lo hanno messo al rogo, bruciandolo dal di dentro. Proprio lui, scienziato autonomo e indipendente che si era battuto per la libertà. Dall’altro lato lo spettacolo è anche una commedia perché Turing era uno scienziato informale con un gran senso dell’umorismo, brillante e anticonvenzionale, naif addirittura. Pensiamo solo al fatto che i pedali della bicicletta con cui amava girare potevano essere sbloccati e azionati soltanto grazie ad una sequenza numerica che conosceva soltanto lui. Insomma, come figura da portare in scena mi ha certamente anche divertito e intrigato. Un divertimento e un duro lavoro che ho condiviso con i miei collaboratori e che ha dato i suoi frutti. Già alla prima rappresentazione c’erano più di mille persone, di cui la gran parte erano giovani.

David Sebasti interpreta il protagonista della sua pièce. Perché ha scelto lui?
Innanzitutto mi serviva un attore che fosse davvero bravo. Conosco David Sebasti da venti anni, e lo apprezzo molto. Ha una grande naturalezza nel farsi abitare dai pensieri fortemente speculativi di Alan. In più lo trovavo giusto anche fisicamente. Stessa stima ho per gli altri attori scelti per interpretare gli altri personaggi. Ciascuno di loro sul palco si alterna in un doppio ruolo. Mi piaceva molto l’idea di mettere in scena il gioco stesso del teatro, attraverso una sorta di svelamento della rappresentazione. Così, all’alternanza fra reale e virtuale, fisico e astratto, si unisce quella dello spettacolo e del suo smascheramento. In questo testo c’è poi anche molto piacere del teatro nel senso tradizionale del termine. E la messa in scena è una vera e propria festa per gli occhi grazie anche alle scelte della video maker dello spettacolo Valeria Spera.

La mela di Alan” è anche una sua pubblicazione per Di Renzo Editore. La figura di Turing merita un approfondimento…
Assolutamente sì. Esistono diversi saggi che indagano lo straordinario percorso intellettuale e umano di Turing, e che possono aiutare ad avvicinarsi di più alla sua grandezza profetica.

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Il film The Imitation Game (Toronto Film Festival - 2014) in The Indipendent
La pagina su ateatro.org
e su gravità-zero.org


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mercoledì 17 settembre 2014

La bela vita











LA BELA VITA
di
PINO ROVEREDO

Lint - 1998




Atto unico, in triestino (con la versione in italiano). Siamo in carcere, nella cella con vari detenuti e nella sala dei colloqui. Ma c'è anche la voce della coscienza pulita che ovviamente si chiama Bianco. Il tempo passa lentamente, ricordi, rimorsi, promesse a sè stessi, voglia di libertà. I ruoli di innocente e colpevole possono facilmente confondersi.
E' la storia di una giornata in cui, ci spiega l'autore, "un gruppo di detenuti qualsiasi usa la confidenza di un dialetto. In questo caso il triestino, ma ogni altro dialetto va altrettanto bene: dipende solo dalla dislocazione del carcere" e la versione in italiano "potrà quindi essere 'tradotta' in una qualsiasi altra parlata: siciliano, veneziano, napoletano, milanese... Questo, spero, senza perdere il tono drammatico e ironico del testo."


Scena 6

[...]
EDY:   E con tu' mama come xe?
FIGLIA:   Ah, solito, quela xe nata per sufiar e brontolar...
EDY:   E magari la ga sempre su con mi...
FIGLIA:   Uh! Te ga voja!... No manca giorno che no la maledissi el momento che la te ga incontrà, e zò con 'sto mascalzon, farabuto e delinquente e altro, pezo...
EDY:   Povera Marisa, no se pol darghe torto, con tuto quel che ghe go fato passar...
FIGLIA:   Sì, però ultimamente va un poco mejo, specie co' 'sto novo mato che la ga... Te li dovessi veder, i par due morosi... i xe sempre 'tacai al telefono, e se scrivi letere coi fiori e i se basa drio i cantoni...
EDY:   Che Dio ghe daghi,... ma la sa che te vien a trovarme?
FIGLIA:   Mi no ghe digo e ela no domanda niente, però...
EDY:   Però...
FIGLIA:   Però, ogni volta che xe giorno de coloqui... me trovo un biglieto de cinquantamila dentro la borseta...
EDY:   Eh, go sempre dito che quela dona xe come la castagna: dura de fora e tenera de dentro... Ma, 'scolta, per cambiar discorso, te lavori ancora?
[...]

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Edy: E con la mamma, come va?
Figlia: Ah, solito, quella è nata per soffiare e brontolare...
Edy: E magari ce l'ha sempre su con me...
Figlia: Uh! Hai voglia!...Non manca giorno che non maledica il momento che ti ha incontrato, e giù con 'sto mascalzone, farabutto e delinquente... e altro di peggio...
Edy: Povera Marisa, non si può darle torto, con tutto quello che le ho fatto passare...
Figlia: Sì, però ultimamente va un pò meglio, specie con questo nuovo tipo che ha... Li dovresti vedere, sembrano due fidanzatini... sempre attaccati al telefono, si scrivono lettere con i fiori e si baciano dietro gli angoli...
Edy: Che Dio la guardi...ma sa che vieni a trovarmi?
Figlia: Io non glielo dico e lei non domanda niente, però...
Edy: Però...
Figlia: Però, ogni volta che è giorno di colloqui... mi trovo un biglietto da cinquantamila dentro la borsetta...
Edy: L'ho sempre detto che quella donna è come la castagna: dura di fuori e tenera dentro... Ma ascolta, per cambiar discorso, lavori ancora?



Link: La bela vita su trieste.com


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lunedì 15 settembre 2014

Ett drömspel

www.strindberg.org



IL SOGNO
(1901)
di August Strindberg
(1849-1912)

Traduzione Giorgio zampa
Adelphi - 1994





La figlia del dio Indra viene invitata dal padre a scendere sulla terra per osservare la stirpe terrena e per capire il perché dei suoi lamenti. Osservando e a volte assumendo i ruoli di alcuni, la figlia di Indra troverà la miseria, la malattia, lo sfruttamento, il dolore fisico e quello dell'anima e contrasti, disarmonie, disgusto, disprezzo ma anche bellezza, amore, poesia, gioia semplice.
Le scene e gli avvenimenti cambiano spesso come nei sogni dove tutto può accadere e si spiega; tutto è pronto ed evidente non appena l'inconscio lascia aperto uno spiraglio in cui la coscienza può vedere e leggere se vuole e se sa farlo.

[...]
LA FIGLIA
      Alla povertà ero preparata, alla sporcizia no!
L'AVVOCATO
      La povertà è sempre relativamente sporca!
LA FIGLIA
      E' peggio di quanto mi fossi sognata!
L'AVVOCATO
      C'è chi sta peggio! Nella pentola c'è ancora da mangiare!
LA FIGLIA
      Ma che mangiare è?  
L'AVVOCATO
      I cavoli costano poco, sono nutrienti e buoni!
LA FIGLIA
      Per chi ama i cavoli! Io li trovo ripugnanti!
L'AVVOCATO
      Perché non l'hai detto?
LA FIGLIA
      Perché ti volevo bene! Ho voluto sacrificare i miei gusti!
L'AVVOCATO
      Allora io devo sacrificare i miei per te! I sacrifici debbono essere reciproci.
LA FIGLIA
      Ma che cosa mangeremo? Il pesce? Tu detesti il pesce.
L'AVVOCATO
      E' anche caro!
LA FIGLIA
      Questo è più duro di quanto credevo!
L'AVVOCATO (gentile)
      Vedi quanto è duro!... E il bambino che doveva essere legame e benedizione... sarà la nostra rovina!
LA FIGLIA
      Amore! Io muoio in quest'aria, in questa camera che guarda sul cortile, con questi strilli del bambino, per ore interminabili, senza sonno, con quella gente là, i loro lamenti, le loro liti e le accuse... Finirò col morire, qui dentro!
L'AVVOCATO
      Povero fiore, senza luce, senza aria...
LA FIGLIA
      E tu dici che c'è chi sta peggio!
L'AVVOCATO
      Io sono tra gli invidiati di questo quartiere.
LA FIGLIA
      Tutto andrebbe bene, se solo potessi avere un po' di bellezza, in questa casa!
L'AVVOCATO
      So che vuoi dire un fiore, un eliotropio, ma costa una corona e cinquanta: sono sei litri di latte oppure quattro chili di patate.
LA FIGLIA
      Starei volentieri senza mangiare, se avessi solo il mio fiore.
L'AVVOCATO
      C'è una bellezza che non costa niente, e se manca in una casa, è il peggiore tormento, per un uomo sensibile!
LA FIGLIA
      Qual è?
L'AVVOCATO
      Se te lo dico ti arrabbi!
LA FIGLIA
      Abbiamo fatto il patto di non arrabbiarci!
L'AVVOCATO
      Abbiamo fatto il patto... Va tutto bene, Agnese, solo non il tono brusco, duro... Lo conosci? Non ancora!
LA FIGLIA
      Non lo sentiremo mai!
L'AVVOCATO
      Per quanto dipende da me, mai!
LA FIGLIA
      Dillo, allora!
L'AVVOCATO
      Ecco. Quando entro in una casa, guardo prima come la tenda è sistemata in basso... (Va alla finestra e aggiusta la tenda) Se cade giù come uno straccio, me ne vado subito... Dopo, do una occhiata alle sedie... Se sono disposte in ordine, rimango. (Mette a posto, contro il muro, una sedia) Poi guardo le candele nei candelieri... Se sono storte, c'è qualcosa di storto nella casa... (Raddrizza una candela sul cassettone) Vedi, cara, è questa la bellezza che non costa niente!
LA FIGLIA  (china la testa sul petto)
      Non il tono brusco, Axel!
L'AVVOCATO
      Non era brusco!
LA FIGLIA
      Sì, lo era!
L'AVVOCATO
     Accidenti!
LA FIGLIA
     Che linguaggio è?
L'AVVOCATO
     Perdonami, Agnese! Ma io ho sofferto tanto del tuo disordine, quanto tu soffri della sporcizia. E non ho osato dare una mano per ordinare la casa perché ti arrabbi, prendi la cosa come un rimprovero... Uffa! La finiamo adesso?
LA FIGLIA
      E' così difficile essere sposati... E' più difficile di tutto! Bisognerebbe essere un angelo, credo!
L'AVVOCATO
     Credo anch'io!
LA FIGLIA
     Credo che comincerò a odiarti, dopo questo!
L'AVVOCATO
     Guai a noi, allora!... Cerchiamo di prevenire l'odio! Ti prometto che non farò più osservazioni sull'ordine... anche se per me è una tortura!
LA FIGLIA
     E io mangerò i cavoli, anche se per me è una sofferenza!
L'AVVOCATO
    Una convivenza sofferta, insomma! Il piacere dell'uno è il tormento dell'altro!
[...]
   


Link: milanoartexpoteatro.wordpress.com/2011  
e dramawebben.se



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domenica 14 settembre 2014

Salute a tutti-tv show

scienzaexpressedizioni.it







FARMAGEDDON
L'ultimo uomo sano sulla terra

di Patrizia Pasqui

(per ogni copia venduta
1 euro è a favore di Emergency)

Scienza Express edizioni - 2012






Blockbuster, l'account

ACCOUNT -  Il nostro cliente ha un nuovo prodotto sta a noi farlo diventare un successo, un blockbuster!
Per vendere questo prodotto dobbiamo inventarci una malattia e convincere i medici e i loro pazienti che è un malanno reale. La mission è semplice:
   Fase  1)  Costituire un Comitato con gli esperti più in vista nel settore e ovviamente finanziare generosamente le loro ricerche. Grazie a loro riusciremo a far inserire la nostra nuova malattia nelle classificazioni ufficiali internazionali. Fatto questo, sarà un gioco da ragazzi far produrre linee guida che raccomandino il prodotto del nostro cliente.
   Fase  2)  Diffondere informazioni sulla nuova malattia (e il prodotto del cliente che viaggia insieme). In primo luogo i medici: sono loro che prescrivono. Una newsletter è ok, ma non dovremo trascurare siti web, meeting, informatori e quant'altro.
   Fase  3)  Guai a dimenticarsi i consumatori. Fatta la malattia, dobbiamo fare i malati. Dobbiamo fondare, costituire, organizzare, sostenere le associazioni dei malati, prima ancora che sappiano di esserlo. Loro devono consumare il nostro prodotto, e premere sul sistema nazionale perché sia rimborsato. Le associazioni saranno i nostri migliori alleati per convincere tutti che la nuova malattia è seria e credibile. Sì, questo costerà un po', ma il budget non ci manca.

(esce)

DEUS EX MACHINA  (comparendo in video) - Avete capito? Se pensate che tutto questo sia fantasia, vi sbagliate. Io l'ho trovato su Pharmaceutical Marketing, rivista leader per le tecniche di promozione dei farmaci, che ha descritto quel percorso come esempio di successo nel lancio di molte malattie. Strategie di mercato che non hanno a che fare con la salute, ma con il profitto. (l'immagine scompare)




Link: Farmageddon su scienzaexpress.it  e teatrodellacooperativa.it


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martedì 9 settembre 2014

Afleggjarinn

Da una pagina del kristeligt-dagblad.dk. Didascalia in danese:
Auður Ava Ólafsdóttir si è convertita al cattolicesimo
alcuni anni fa e si è scelta il nome Ava
ispirandosi ad una santa cieca. Foto di Leif Tuxen.




















ROSA CANDIDA
di Auður Ava Ólafsdóttir

Traduzione di Stefano Rosatti 
Einaudi - 2012

Tanto facile è stato per me leggere questo romanzo tanto difficile mi è spiegare perché mi è piaciuto.
Perchè sembra misurare la vita attimo per attimo?
Un chilometro di strada alla volta, un metro di giardino alla volta, un giorno, un pasto alla volta?
Lobbi, il personaggio principale, l'io narrante, un giovane disorientato, cultore di rose, padre per caso, solo e solitario decide di occuparsi del roseto più vecchio del mondo, in un convento tra le nuvole, in cima a una roccia, chilometri e chilometri lontano da casa.
Il viaggio verso il famoso roseto e lavorarlo, si rivelerà essere anche il modo per occuparsi della propria vita (anima e corpo), della sua bambina e della donna con la quale l'ha concepita. Sullo sfondo il padre anziano e ottimista, la madre scomparsa improvvisamente e di recente, il fratello gemello bello come un attore e autistico.
La madre di sua figlia è una ragazzona intelligente che deve ancora finire di studiare e che diventa donna davanti ai suoi occhi. Sua figlia, minuscola e delicata, sembra già così sapiente ed è così speciale.
Coincidenze, piccoli miracoli, forza positiva che spinge avanti. Lobbi, lo spilungone dai capelli rossi, nel corso del romanzo cerca e trova quanto gli serve per vivere ma porta con sé anche tre talee di una rara rosa da trapiantare.


"Il paesino sorge sulle pendici di un colle roccioso. Sulla cima si staglia la sagoma del monastero. Anche se sembra impossibile, il giardino, citato in ogni manuale di botanica e famoso fin dal Medioevo soprattutto per il suo roseto, si trova lassù.
Un velo di bruma gialla fende in orizzontale l'edificio che pare sospeso in aria. Le strade, talmente strette che si riesce a malapena a scorgere il cielo, sono ripidissime, quasi verticali: proseguire in macchina potrebbe essere rischioso. Prendo quindi il mio zaino e le rose e mi avvio a piedi su per la salita. E' in circostanze come questa che si apprezzano i vantaggi del bagaglio leggero. le case sono di tanti colori, è straordinario. Mi basta percorrere pochi chilometri per rendermi conto che sono nella patria delle tinte preferite da mio fratello: le facciate si offrono ai miei occhi vestite di camicie rosa, cravatte verde menta, maglioni viola, gilet marroni a rombi gialli... i vasi ornamentali di ortensie e di dalie sono disposti lungo la strada che porta alla vetta, dove c'è l'unica via in piano. Ed è proprio in fondo al passaggio, in quel varco di luce blu, che troneggia l'antica chiesa, accanto alla pensione del monastero, il luogo in cui mi devo presentare."


Link: lastampa.it 





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venerdì 5 settembre 2014

Of mice and men

Foto di Steinbeck dalla New York Public Library






Da
UOMINI E TOPI
(1937)
di
John Steinbeck
 
Traduzione di Cesare Pavese
Bompiani - 1984







Lennie e George due braccianti alla ricerca di un lavoro in California. Il primo è ancora un ragazzo, mentalmente ritardato, ma che possiede la forza di almeno due uomini adulti, l'altro gli fa quasi da padre, da fratello maggiore, anche se è stanco dei guai che inconsapevolmente Lennie procura a entrambi.
Così come gli capita di uccidere piccoli animali semplicemente maneggiandoli e accarezzandoli, così Lennie ucciderà la moglie del padrone delle terre in cui hanno appena cominciato a lavorare.
E George ucciderà Lennie con un colpo di pistola alla nuca, per evitargli di finire nelle mani degli uomini della fattoria che lo stanno cercando per picchiarlo e impiccarlo.

"La moglie di Curley giaceva semicoperta dal fieno giallo. E la cattiveria, le voglie, lo scontento e l'ansia di essere notata, tutto era scomparso dal suo viso. Era tutta graziosa e semplice, e il suo viso era giovane e dolce. Ora le guance imbellettate e le labbra dipinte le davano una parvenza di vita, come dormisse leggermente. I riccioli, piccoli salsicciotti minuscoli, erano sparsi sul fieno intorno il capo, e le sue labbra, dischiuse.
Come talvolta avviene, un attimo discese e si librò e durò molto più che un attimo. E il suono tacque e il movimento tacque, per molto molto più che un attimo.
Poi gradualmente il tempo si ridestò e riprese a trascorrere lento."


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domenica 31 agosto 2014

Ultimo giorno d'agosto

Sofronio Pocarini, L'armonia dell'imbrunire (ante 1930),
in Arte nel Friuli-Venezia Giulia 1900-1950
























1 - n.26 di Emily Dickinson
da Stanze d'alabastro 
SE
Traduzione di Nadia campana

Un tratto d'azzurro-
un guizzo di grigio -
pezze di scarlatto sul cammino:
fanno il cielo della sera.
Poca porpora sfuggita
nella corsa di pantaloni rubini -
un'onda d'oro
un orlo del giorno:
solo questo fa un cielo del mattino.


2 - POZZO di Umberto Fiori
da Poesie 1986 - 2014
Mondadori

Stavo per rimanere
senza di me. Non c'erano più freni.
Non c'era dove, quando,
chi, cosa. Come il getto di petrolio
sale dal pozzo, su tutti stava per piovere
l'innocenza più nera.



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venerdì 29 agosto 2014

Un dono ai lettori del blog











Dal mio  STANZE D'ALBERGO
(Franco Puzzo Editore - 2014)


Trasuda l'agosto eccitato dalla tua abbronzatura
nella città sconosciuta e un po' bizzarra.

S'infiltra l'estate fluida nella stanza d'albergo
tra lo specchio e il cielo, nelle ore più calde.
Trabocca dai morbidi incroci di linee e colori
sul biancore delle pareti.

Nel futuro di ogni giorno si affollano le paure
piccole e ridicole anche in vacanza.
Ma tra i libri e gli altri oggetti pulsa la fiducia.





(N.d.A.: In risposta ai dubbi di alcuni, il primo verso va inteso così:
 Trasuda dalla tua abbronzatura l'agosto eccitato).


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mercoledì 27 agosto 2014

Di verde e di muschio

Magritte: La recherche de l'absolu

























Alcuni Hai-Ku 
di LIDIA BORGHI


Anima
Da Dio proviene
imperitura gioia
a Dio ritorna
. 
Amore
Quel che rimane
di un giorno perfetto
accanto a te
.
Meditazione
Concentrazione
interiorizzazione
Dio è con me
.
Occhi
Mi guardi dentro
Di verde e di muschio
Sono a casa

Voce
Un'armonia
Incanto musicale
Ore liete
.
Vento
Furia celeste
fugace pensiero va
soverchiandomi

Odio
Fuoco che bruci
Porti via il bene
Tutto è buio
.
Laura
Occhi amati
catturi il mio cuore
sensuale preda



Gli sparsi Haiku di questo post provengono in parte dal blog di Lidia Borghi
Diversi suoi Haiku sono stati pubblicati nella rivista Contemporary Literary Horizon
.
.
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venerdì 22 agosto 2014

Tre immagini per un racconto

Una sfida per i lettori del quotidiano IL PICCOLO di Trieste: Un racconto per l'estate firmato Federica Manzon ("La terra vista dall'acqua") e illustrato e ispirato dalle foto dei lettori. 
Su Il Piccolo di domenica 17 agosto scorso è stata pubblicata la quarta puntata del racconto e le tre foto di Giada Passalacqua.
Le immagini devono inventare situazioni inerenti al racconto e che lo portino a uno sviluppo plausibile. Le foto le sceglie Federica Manzon. I vincitori ricevono in regalo dei libri che si possono ritirare subito presso la sede del quotidiano.
Mi racconta Giada Passalacqua a proposito delle sue foto pubblicate: 

Giada Passalacqua: "Adrenalina"



"... forse un Davide che trascina a riva il Golia, o ancora, immaginando scambi di battute fra i marinai; “Ocio, spostite - Sempio, spostite; - Vira! - No te me ciapi! - Son prima mi.- risate, forse nervose, forse di gola e gongolanti..."

Traduzione: ocio, attento (in questo caso); sempio, cretino; no te me ciapi, non mi prendi.




Giada Passalacqua: "Ampie possibilità"





"...Le sedie, in circolo, smaglianti nella luce che segue un acquazzone improvviso che ha reso l'aria tersa e luminosa e già un cameriere ha pulito i tavoli dai residui delle gocce, un vuoto che si contrappone al pieno..."
Giada Passalacqua: "Sguardi sull'infinito. Perplessi"






"...La suggestione del dipinto di Caspar Friedrich Viandante sul mare di nebbia,  la lontananza delle montagne innevate, il blocco a rimanere su di una riva e non poter abbandonare la città; le figure contornate come un disegno da poter animare e produrre un film, lo scarto fra le giacche, una scura l'altra rossa: il senso di solitudine o di noia nell'attesa di un/una che tarda..."






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