venerdì 25 ottobre 2013

Ni d'Eve ni d'Adam

Amelie Nothomb,
foto di Jean-Baptiste Mondino





Né di Eva né di Adamo
di
Amélie Nothom

Voland - 2007
Traduzione di Monica Capuani


"Già all'aeroporto di Hiroshima ebbi un'impressione molto netta: non eravamo nel 1989. Non sapevo più in che anno fossimo: certo non nel 1945, forse negli anni Cinquanta o sessanta. Lo shock atomico aveva rallentato il corso del tempo? Non mancavano le costruzioni moderne, la gente era vestita normalmente, le macchine non erano diverse dalle altre in circolazione nel resto del Giappone. Era come se, qui, le persone vivessero in maniera più intensa che altrove. Abitare in una città con un nome che, per il pianeta intero, è simbolo di morte aveva esaltato in loro la fibra vivente; ne derivava una sensazione di ottimismo che riproduceva l'atmosfera di un'epoca in cui ancora si credeva nell'avvenire.
La constatazione mi colpì al cuore. Fui subito sopraffatta da questa città dall'atmosfera lacerante di spavalda felicità."


Link: Nothom presso casa editrice Voland



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martedì 22 ottobre 2013

L'incessante pulsare della vita


Foto da la1rsi.ch dove è possibile vedere-ascoltare
un'intervista all'autrice.



ROSETTA LOY
Le strade di polvere
Einaudi - 1987





Nella stessa casa convivono e si susseguono diverse generazioni: agricoltori, soldati, commercianti, suore, figli, mariti, mogli, serve e servi, fratelli e sorelle. In un contesto in cui si ripetono le guerre, lontane o nei paraggi, che rimandano a casa gli uomini cambiati, e si ripetono i parti, qualcuno togliendo la vita alla madre o al neonato. E poi ci sono gli amori, quelli silenziosi, quelli inevitabili, quelli inopportuni, ma anche quelli fortunati; e c'è la povertà che affianca le ricchezze, ci sono le opportunità colte o ignorate, gli incidenti, l'alluvione, il colera. Matrimoni e vedovanze, nascite e morti tra vizi e virtù di ognuno. Piccole magie terrene. Grandi miracoli accolti distrattamente.

Con una geografia che, partendo dalla casa situata in un villaggio del Monferrato, passa per i nomi esotici e lontanissimi dove si svolgono le guerre e per le polverose "strade per" il circondario. Una geografia fatta umilmente anche di colline e di alberi: il noce o il pero fermi da decenni nella visuale di una finestra e che testimoniano molte vicende familiari o vengono implicati direttamente nel destino di qualcuno.

Tutto raccontato al presente, riproducendo l'incessante pulsare della vita.

Il romanzo inizia con il personaggio del Gran Masten che fa costruire la casa alla fine del Settecento quando comincia a possedere bestie e terre, e finisce con il silenzio di due dei suoi figli, in questo breve Epilogo:

Si racconta che Luìs e Gavriel rimasti soli non parlassero mai. Sedevano di fronte al fuoco, vecchi e asciutti, chiusi in un cerchio invalicabile di silenzio. Il tramestio dei topi sempre più numerosi, il rumore della pioggia e dei tuoni o lo sbattere di una farfalla notturna ai vetri, annegavano al di là di quel silenzio senza superare mai il limite di guardia. Nemmeno il violino del Giai, se ancora avesse suonato, avrebbe potuto. Solo alla fine, quando la fiamma aveva bruciato l'ultimo pezzo di legno (meli che non producevano più frutti, rami secchi del noce e poi, in seguito, anche il pero davanti alla sala), Gavriel, il maggiore, si alzava: - Andumma a drommi, - diceva. - Andumma, - rispondeva Luìs raddrizzando la sua gamba diventata pura cartilagine. E quelle parole, le uniche possibili, deflagravano nella casa e la percorrevano come un vento nell'oscurità delle stanze. Sollevavano la polvere dai mobili, e la casa intera scricchiolava come un vascello in rada.



Postato anche nel Blog del Centro Documentazione Elca Ruzzier di Trieste


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venerdì 11 ottobre 2013

Due di Gemma Bracco

Foto di Gianna Omenetto. Titolo: FinExtra



















Due poesie da NOTTURNI
di Gemma Bracco
(Guanda - 1997)


Mattina

Oggi gli oli non hanno luce
non hanno trasparenza gli acquarelli
il vetro non è puro
la seta non è morbida
le parole come semi alla rinfusa
non si sa quale fiore germoglieranno
o si seccheranno chiuse
in perenne sterilità
Mattina atrabiliare
mentre si inzuppano di tediosa pioggia
le più delicate poesie
si appesantiscono nell'indolenza
le forme della danza
Comincia così la punizione?
Iniziano così le piaghe d'Egitto?
Già preannunci di tenebra
già il ronzio lontano di un'invasione d'insetti
già botole d'incertezza
si aprono ai nostri passi



Nel parco autunno

Ora che le acacie diradano le tenui fronde
e i pini sventagliano più pigramente le loro frange
le piccole rose sono più cupe e tonde
rinchiuse in se stesse
Camminiamo nell'autunno
come su braci ancora calde
sulla terra che morbida accoglie
gli avanzi di un regale festino
Oltre il cancello dove la vite
tinge di rosa le sue foglie
quasi un'effimera aurora
o un durevole tramonto
incertezza timore fragilità
delicatezza di vetro macchiato dal tempo
vertigine di rami assottigliati
sospensione di circoli sfuggenti
trasparenze di cieli evanescenti
più remoti e screpolati




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domenica 6 ottobre 2013

L'alibi prima del peccato

Pino Roveredo. Foto da
contrada.it (Teatro Stabile di Trieste)









CAPRIOLE IN SALITA
di PINO ROVEREDO


Romanzo per molti aspetti autobiografico, è la storia di un alcolista.
Come con le cosiddette droghe anche con l'alcol si può finire in manicomio, in prigione, a dormire dentro una scatola di cartone in stazione, a rubare gli ori ai familiari, a spergiurare, a morire di malattie conseguenti all'abuso.

Questo  primo romanzo di Pino Roveredo è uscito nel 1996 pubblicato dalla  LINT, una casa editrice triestina (triestino anche l'autore), e attualmente è pubblicato da Bompiani:

Fui ricevuto da un medico con capelli scuri e occhiali che sembrava approfittarsi della sua altezza per farmi sentire ancora più basso, mi chiese in maniera molto dolce e rilassandosi sulla sedia di parlargli di me. Sicuro che qualsiasi cosa gli avessi detto non l'avrebbe interessato cominciai con il collegio, cercando un po' di commiserazione sulle difficoltà passate, presentando l'alibi prima del peccato. Proseguii con la cronaca bugiarda del mio bere, diminuendo spudoratamente tempo e quantità, ma dopo tanti anni per la prima volta mia moglie si ribellò all'omertà arrugginita della vergogna e rubandomi la parola intervenne per smentirmi, presentando dosi e qualità nei loro termini esatti. Il dottore la calmò dicendole: "Non si preoccupi, signora, sapesse quanti esordiscono con soli due o tre bicchieri ma poi, quando si entra in confidenza, la misura tocca tranquillamente la verità dei litri".



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