mercoledì 27 febbraio 2013

Birthday Letters



TED HUGHES
Lettere di compleanno
Mondadori - 1999
Traduzione di Anna Ravano


Dall'introduzione di Nadia Fusini:
 "11 febbraio 1963: Sylvia Hughes, née Plath, si suicida. Lascia a Ted Hughes due figli e l'ombra di un dolore che lo sprofonda nel silenzio. [...] Il nome di lei riaffiora trentacinque anni dopo, in queste Lettere di compleanno, che sono le ultime poesie di Ted Hughes. [...] Sylvia è fin dall'inizio per Ted la Poesia. Lei ne è in cerca. Vuole non soltanto scriverla, ma viverla: essere la poesia. E' venuta in Europa per questo. A Cambridge incontra Ted e lo elegge a compagno della stessa ricerca. Ted ha già scritto e pubblicato su qualche rivista i suoi versi. Ma ancora non sa dedicare la vita alla poesia; non ha lo stesso coraggio di Sylvia. [...] Autenticamente, spontaneamente nicciana (o whitmaniana), la sua volontà di potenza si applica a devozioni ultraterrene. Sylvia è alla ricerca dell'espressione: "poesia" significa per lei "espressione", non "scrivere versi". Di versificazione, naturalmente, bisogna intendersi. E lei difatti adora la tecnica. Come tutti i veri devoti è perfettamente consapevole che c'è bisogno di esercizio, di metodo. Della fatica non ha paura. Lavora, lavora, come un'ape operaia. La serietà è uno dei tratti dominanti del suo carattere. In più , è umile, è diligente, E' instancabile. E incredibilmente dotata. Sa comporre nei più diversi ritmi, conosce i modi e le forme della poesia. E riconosce in Ted il poeta [...].

Dopo trentacinque anni di feroce silenzio, Ted rompe quel silenzio e lo strazio scoppia nella bellezza di versi tersi e compressi: nasce così questo canzoniere moderno per l'amata scomparsa. E oltre Beatrice, dopo Laura, un altro nome si aggiunge al pantheon della lirica d'amore: Sylvia.
In quei giorni (quanti giorni in trentacinque anni?), ammette Ted Hughes, l'oblio fu necessario alla sopravvivenza. Al primo impatto, e per lungo tempo dopo, sentì che il suo compito era di proteggere, difendere (o nascondere, come molti l'accusarono?) ciò che di Sylvia era rimasto: il nome, i figli, le carte. Leggendo le Lettere di compleanno, ora che ci sono state finalmente recapitate, comprendiamo che oblio non significa dimenticanza, abbandono, trascuratezza, negligenza, rimozione. Anzi, scopriamo che, tenacemente covato, il dolore ha fruttato in un ampio sprettro di timbri e registri che dall'elegiaco al lirico al rapsodico al funebre all'inconsolabile intonano il canto commovente e sobrio del vero dolore. E' vero dolore, è grande poesia. [...] Concentrate, attente, precise, le poesie indagano nel mistero di quell'essere irripetibile, unico che Ted ha amato e perso: Sylvia Plath.

[...] Sylvia a Cambridge la sera del primo incontro, Sylvia a Londra il giorno del matrimonio, Sylvia nei campi di Grantchester che legge Chaucer alle mucche, Sylvia in America, Sylvia e la zingara, Sylvia che sogna, Sylvia che scrive, Sylvia per sempre viva negli occhi dei figli, Sylvia eterna nei versi, nei diari, nelle lettere che Ted eredita e cura. Sylvia scomparsa e sempre viva nelle parole di lei che a Ted sono rimaste, perché ne ha i diritti (legali). [...] Ted racconta. Non grida né urla. Del resto , chi ha detto che per soffrire si debba vomitare a fiotti il dolore? [...] Contempla nella morte il mistero di Sylvia, il segreto stesso della sua poesia. Lo ferisce ancora (si legga I cani mangiano vostra madre) la leggenda stupida, fatta circolare dopo la morte di lei - e non solo per colpa delle "femministe" - che lui ha la colpa di tutto. Che poichè ha abbandonato Sylvia, lei si è suicidata. Come se Sylvia fosse una qualunque moglie frustrata, risentita, inferocita dalla vendetta... E non Sylvia Plath, che vive e muore da poeta. [...].

Il poeta che Ted è diventato con gli anni non è sicuro che valga la pena di morire per la poesia. Il poeta che scrive queste Lettere per lo stesso scopo è vissuto. [...] Ted ha vissuto la morte, Sylvia ha ucciso la vita, ma non si sono mai davvero lasciati."


.

La zingara

La cattedrale era là,
impotente, in bella mostra, per altri, per altre
età. Lo spettacolare slancio appuntito
della sua stazza ci trafisse
con la cupezza d'ombra e il peso del sacro.
Non era la prima volta che vedevo Reims. Fu l'ultima.
Non ci metterò più piede.
La folgore di quanto accadde
bruciò la più serica, segreta, esitante
carta della Francia che stavo tessendo
davanti a noi - come un ragno tesse la sua passerella,
per il nostro futuro, forse. La nostra prima
esplorazione insieme oltre Parigi,
in ricognizione, prendendo appunti, ammaliati
da tutto. Sedevamo nella piazza,
intingendo croissant imburrati nella cioccolata calda.
Tu scrivevi cartoline, concentrata.
Con l'impermeabile. Metà mattina, l'aria fresca.

La zingara mora e tarchiata
comparve all'improvviso. Rapida, efficiente
come una donnola che saggia ogni fessura,
o la lama di un cameriere che apre le ostriche
e senza fermarsi getta nel secchio
quella cattiva, via, la valva superiore, via,
poi prende quella dopo, attento,
trova la serratura. Offriva
una medaglietta - un san Nicola, una Madonna -
sul palmo della mano tesa. Esperta, senza alzare gli occhi,
tu l'avevi respinta quasi prima che parlasse,
un riflesso pronto, scattato come una trappola, dura,
la tua veemenza incontrò la sua veemenza.
La sua veloce formula di richiesta si bloccò al tuo "Non".
E lei si fermò offesa, attonita, di colpo
come se l'avessi schiaffeggiata. A mo' di pistola il suo dito
si levò contro la tua faccia, tutto il suo slancio
congelato in quel ghiacciolo minaccioso: "Vous
crèverez bientôt". La faccia scura
era un nodo di cuoio unto, un quipu,
come quella di Geronimo. Occhi astiosi
di vendetta color feccia di grappa, antica malignità gallica,
uva passa di bile. E altrettanto bruscamente
mosse oltre,
tra i tavoli e scomparve, lasciando le sue parole
più pesanti della Cattedrale,
più grandi, più oscure, con fondamenta molto più profonde -
Tutto il mio corpo ne sostenne il peso
come una religione più nuova o molto più antica
in me soltanto, da portare
ovunque con me - catacombe più profonde
e con un Dio più forte.
                                    Ma tu
continuasti a scrivere cartoline. Per giorni rimai
talismani di potere, in cynghanedd,
per neutralizzare il suo veleno. Immaginai
di ritornare a Reims: l'avrei trovata
e con una moneta avrei comprato il richiamo
del suo proiettile. Ma tu
non ne parlasti mai. Non lo registrasti
nel tuo diario. E io mi aggrappai alla speranza
che non l'avessi nemmeno sentito. Assordata, forse,
da esplosioni più vicine. Chiusa, forse,
in una più solida cripta.



Il cynghanedd è un complesso sistema di assonanze e allitterazioni caratteristico della poesia medievale gallese e tuttora usato.


*

The Gypsy

The Cathedral was there,
Impotent, for show, for others, for other
Ages.The spectacular up-spearing
Of its tonnage pierced us
With the shadow-gloom and weight of the sacred.
not the first time I'd seen Rheims. The last.
I shall never go near it again.
the lightning stroke of what happened
Burnt up the silkiest, secretive, tentative
Map of France I was weaving
Ahead of us - as a spider weaves its walkway,
For our future, maybe. Our first
Exploration beyond Paris together,
Reconnoitring, note-making, enthralled
By everything. We sat in the square
Dunking our buttered croissants in hot chocolate.
You were writing postcards, concetrated.
In your mac. Midmorning, the air fresh.

The dark stub gypsy woman
Was suddenly there. Busy, business-like
As a weasel testing every crevice,
Or the blade of a waiter splitting oysters,
Flinging without a pause
The bad one into yhe bin, the top shells
Into the bin, then at the next, attentive,
Finding the key-hole. She was holding out
A religious pendant - a Nicholas, a Mary -
Palm upwards. Expert, without a side-glance,
Almost before she spoke you had refused her,
A practised reflex, sprung like a trap, hard
Your vehemence met her vehemence.
Her racing routine demand stopped at your "Non".
And she did stop, stung, stunned, as sudden
As if you had slapped her. Like a pistol her finger
Came up to your face, all her momentum
Icicled into a pointer: "Vous
Crèverez bientôt". Her dark face
A knot of oiled leather, a quipu,
Like Geronimo's. Bitter eyes
Of grappa-dreg revenge, old Gallic malice,
Raisins of bile. And as abruptly
She had gone on, hither, thither,
Among the tables and vanished, leaving her words
Heavier than the Cathedral,
Bigger, darker, founded far deeper -
My whole body taking their weight
Like a newer or much older religion
In me alone, to be carried
Everywhere with me - deeper catacombs.
And with a stronger God.
                                         But you
Went on writing postcards. For days I rhymed
Talismans of power, in cynghanedd,
To neutralize her venom. I imagined
Returning  to Rheims, how I would find her
And give her a coin - bribe her to call home
Her projectile. But you
Never mentioned it. Never recorded it
In your diary. And I hung in a hope
You hadn't even heard it. Deafened, maybe,
By closer explosions. Closed, maybe,
In a solider crypt.


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martedì 19 febbraio 2013

Noi come il vino

P.S. Krøyer, Vinstue i Ravello, 1890 (Vineria-osteria a Ravello).
Foto: Skagens Museum















Ho sempre trovato i nomi dei vini poetici. Il modo tradizionale di bere in Italia e forse in tutto il sud dell'Europa è quello di bere soprattutto durante i pasti "il proprio vino", o nel senso che viene dalla propria terra o nel senso che viene dalle terre della zona, del paese, della provincia. Se viene da oltre è già esotico, bizzarro, non vale niente.
In realtà ogni vino è unico. Ogni vitigno è un mondo a sé, cresce in un determinato terreno e con un determinato clima. Poi il frutto va trattato in un modo o in un altro e quando arriva, elaborato, nel bicchiere, con il suo colore e il suo profumo, è ancora in movimento, perché il sapore dipenderà da quante ore è a contatto con l'aria, da cosa la persona che lo sta bevendo ha appena masticato e tanto altro.
Un insieme sfuggente di elementi che rendono IL VINO quasi magico (stupefacente in tutti i sensi!).
Il bicchiere di vino, in solitudine o in compagnia, è un'esperienza legata al momento, all'adesso.
Nel senso che lo stesso vino, dalla stessa bottiglia, durante lo stesso brindisi è amaro in una bocca e morbido e dolciastro in un'altra bocca.  Dunque il bicchiere di vino è anche una faccenda personalissima, privata, intima. IL VINO è sfuggente a definitive classificazioni.
Come le persone.

Ci sono migliaia di vitigni in Italia e figurarsi nel mondo, soprattutto nel Vecchio Mondo. Alcuni vitigni sono conosciuti solo in una zona limitata, sono appunto autoctoni, pochi chili di uva e pochi litri di vino all'anno.
A volte restano sconosciuti a tutti quelli che non sono mai passati di lì!
I vini e i vitigni sono come l'umanità, dalle infinite variazioni. Noi siamo diversi a seconda del terreno e del clima in cui nasciamo e della mano che ci cresce e dell'ambiente che ci forma. Gli esseri umani sono unici e originali sempre, irripetibili ad ogni stagione ma tutti somiglianti.
Simili e differenti allo stesso tempo. Così sono anche gli animali e le piante. La natura e l'universo hanno la diversità inclusa nei loro codici d'origine, la diversità è il valore che fa la la differenza, distingue, impreziosisce.
Chi è meglio di chi? Nessuno.

Tornando ai vini, chi è più prezioso? Certo il Barolo, caro e dell'annata giusta, sul mercato è più prezioso dell'anonimo verdicchio nella bottiglia sulla tavola quotidiana, ma se quel verdicchio anonimo è stato coltivato dalle mani di mio padre, imbottigliato dai miei fratelli e messo sulla tavola da mia madre... per me è più prezioso del Barolo d'annata! Forse.
Ma se sono 30 anni che bevo lo stesso vino aspro fatto dalla mia famiglia e non ho mia assaggiato un sorso di Barolo di media qualità, allora sono una provinciale! Forse.

Torniamo al vino. In ordine NON alfabetico, un accenno alla poesia dei nomi (e conseguente personalità) di alcuni vini italiani (spesso i vini hanno lo stesso nome del vitigno, altre volte devono il nome al terreno, alla collina, al podere in cui le vite sono cresciute; a volte le uve vengono da vitigni che, di origine, italiani non sono):
Nebbiolo, Barbera, Trebbiano, Montepulciano, Bonarda, Verdicchio, Sangiovese, Malvasia, Primitivo, Negroamaro, Grechetto, Cortese, Zibibbo, Dolcetto, Falanghina, Inzolia, Lagrein, Brachetto, Vermentino, Marzemino, Canaiolo, Monica, Fumin, Cataratto, Barolo Amarone, Rosso ConeroRibolla, Prosecco, Verduzzo, Schioppettino, Rondinella, Nuragus, Terrano, Sassicaia, Sagrantino, Lacrima di Morro, Fogarina, Chianti, Vespolina, Falerio, Greco di Tufo e tanti, tanti altri.




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sabato 16 febbraio 2013

I perversi e gli iniqui




PROVERBI  6, 12-15


Il birbone

Il perverso, uomo iniquo,
va con la bocca distorta,
ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi
e fa cenni con le dita.
Cova propositi malvagi nel cuore,
in ogni tempo suscita liti.
Per questo improvvisa verrà la sua rovina,
in un attimo crollerà senza rimedio.

(La sacra Bibbia - Edizione ufficiale della CEI - 1994.
Cattolici italiani)

*

L'ipocrisia

L'uomo da nulla, l'uomo iniquo, cammina
con la falsità sulle labbra; ammicca con gli occhi,
parla con i piedi, fa segni con le dita.
Ha la perversità nel cuore, trama del male in ogni tempo,
semina discordie.
Perciò la sua rovina verrà all'improvviso,
in un attimo sarà distrutto, senza rimedio.

(La Bibbia - Società biblica di Ginevra - 2008.
Luterani italiani)




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venerdì 8 febbraio 2013

Separarsi e divorziare


Donata Francescato
FIGLI SERENI DI AMORI SMARRITI
Ragazzi e adulti dopo la separazione
Mondadori - 1994

"I figli più sereni dopo la separazione sono quelli che hanno la sensazione di non aver perso nessuno dei genitori. [...]  molti conflitti tra ex partner derivano anche da tratti di personalità difficilmente modificabili, da problemi infantili di rapporto con i propri genitori, da contesti familiari d'origine [...]. Molti rancori, odi, dissidi sono, tuttavia, indotti o incoraggiati dalla società e, talvolta, parenti e amici fomentano le ostilità con i pettegolezzi. Inoltre la legislazione sul divorzio, che ha tratto metodi e mentalità da un codice studiato per i crimini, quello penale, e da un altro per dispute tra avversari, quello civile, contribuisce ad inasprire i conflitti.
[...] Varie ricerche mostrano che le procedure legali per ottenere la separazione e il divorzio, spesso acuiscono i contrasti tra coniugi. [...] In realtà, il risultato che si ottiene consultando un legale è spesso il contrario di quello che ci si aspettava. Ogni avvocato tenta, infatti, di ottenere per il proprio cliente il massimo e, in tal modo, lo esaspera, facendogli pensare di avere effettivamente diritto a tutto quello che egli reclama per lui.[...] Non bisogna poi dimenticare che più a lungo dura una causa, più lauti compensi ricevono gli avvocati. [...] Considerando che le separazioni giudiziali e le strategie adottate dagli avvocati aumentano l'ostilità, la sfiducia e, in generale, il senso di impotenza e ostacolano la comunicazione diretta tra coniugi, in molti paesi sono nati alcuni gruppi di mediazione familiare [...].
La mediazione familiare, infatti, oltre a stabilire alcuni patti, è volta a portare i due partner a un buon divorzio psichico, a ridurre il conflitto tra loro, a potenziare l'autostima di ciascuno dei due e a far raccontare loro più positivamente le loro esperienze. Tutte condizioni che, come abbiamo visto, consentono una miglior qualità di vita dopo la separazione."

Ottima lettura per chi è in mezzo a una separazione o un divorzio, direttamente o indirettamente. Personalmente ho capito che se si tratta male la persona che ci ha lasciato o che abbiamo lasciato, stiamo, in realtà, trattando male noi stessi/e, perché i dieci, venti, trenta anni (o mesi) con quella persona sono anche dieci, venti, trenta anni o mesi della nostra vita.
Se rinneghiamo quello che di buono c'è stato nel rapporto, rinneghiamo il tempo che abbiamo speso in quel rapporto. Tempo speso per sempre.
Quindi nella vita non si tratta soltanto di imparare ad amare bene un'altra persona, non c'è soltanto da saper gestire un matrimonio, una convivenza, un affetto qualunque, ma (cosa più difficile) si tratta anche di imparare eventualmente a separarsi bene, a saper divorziare, sapersi lasciare, e cioè nel modo migliore possibile: senza bombe e cannonate, senza accuse e buone scuse, senza imbrogli e senza dispetti, senza vittimismo e neanche rabbia.
Perché trattare con inimicizia un/una ex, equivale a fare del male a se stessi, a quella parte di noi che in quel rapporto ha vissuto.
Salviamo (nel cuore e formalmente) il rapporto che finisce, e quel rapporto porterà sempre con sè e per noi, il buono che conteneva!
Ci vogliono decenni per capire la bontà di una tale ricetta.

Penso sia questo che la dottoressa Francescato intenda dire con raccontare più positivamente le proprie esperienze. C'è molto più valore in un "E' un amore finito ma finchè è durato mi ha dato molto" che in un "E' stato un errore madornale, maledetto il giorno in cui ci ho creduto". Con la prima frase, che è anche un atteggiamento, ci si porta dietro un bagaglio di cose utili e persino belle, insieme al dolore e alla delusione, con il secondo atteggiamento ci si portano dietro soltanto le macerie, che ancora fumano e corrodono, e che insieme al dolore e alla delusione distruggono il presente e mettono a rischio un possibile decente futuro. Quindi penso che sia importante riuscire a leggere positivamente la separazione e il divorzio, non per ingenuità o mollezza di carattere ma proprio per continuare a vivere sanamente.

Non so se questo saggio circoli ancora nelle librerie o nelle biblioteche, io l'ho trovato in un negozio di libri usati, a 1 euro! E avendo letto di Donata Francescato, intorno il 1975, "Famiglie aperte: la comune", scritto con la sorella Grazia (Feltrinelli, 1974),  mi sono incuriosita e l'ho comprato.
Ovviamente ci sono dentro dati e statistiche da aggiornare ma è ancora e comunque una lettura utile.


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mercoledì 6 febbraio 2013

Semplice












"Una ventenne che fa la cinquantenne funziona meglio
di una cinquantenne che fa la ventenne."

Tratto da Le regole di Adele,
(Internazionale, 1/7 febbraio 2013)

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