giovedì 27 dicembre 2012

Si fa per ridere



SI FA...
PER RIDERE
LO HUMOUR GAY
IN
101
BARZELLETTE
di
Angelo Pezzana
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A 1 euro.
Stampa Alternativa/
Nuovi Equilibri - 2011
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Premesso che chi vuole ridere degli altri deve prima saper ridere di se stesso/a, premesso che l'autoironia è, secondo me, l'unica vera ironia, è un piccolo regalino natalizio a me stessa questo libricino di barzellette sui, dei e con i froci raccolte da Angelo Pezzana:
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La mamma voleva un maschietto, papà una femminuccia. Li ho accontentati tutti e due.
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Un travestito cammina tranquillamente per la strada, quando passa davanti a un cantiere pieno di muratori che gli urlano:"Frocio!". Al che lui, senza aspettare un secondo di più: "Muratori!".
Uno però lo guarda e gli dice: "Buongiorno, signora!". E lui: "Buongiorno, architetto!".
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Un signore entra in un bar. Appena dentro si rende conto che c'è qualcosa di insolito. Gli bastano pochi istanti per rendersi conto che è capitato in un bar per gay. Non ci sono quasi donne e in compenso è pieno di giovanotti. Pensa di uscire, ma poi, riflettendo sui tempi che sono cambiati, che occorre liberarsi dai pregiudizi, decide di far finta di niente e di rimanere. Si avvicina al banco, e con l'aria più  disinvolta possibile ordina un vermuth.
"Chinato?" gli chiede il barista.
"No!" risponde lui terrorizzato. "In piedi e contro il muro!".
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Una coppia etero litiga in un bar.
Entrano due gay che commentano: "Ecco come finiscono le coppie miste!".
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Giochi di società. Intorno al tavolo, un gruppo di amici.
Uno dice: "A questo tavolo c'è un gay!".
Un altro, incuriosito, chiede: "Chi è?".
Il primo risponde:"Se mi dai un bacio te lo dico!".
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E anche la classica che va bene per tante altre categorie fornite di autoironia:
Quanti gay ci vogliono per avvitare una lampadina?
Undici!
Uno avvita la lampadina e gli altri dieci gli gridano bravo!
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lunedì 24 dicembre 2012

La seconda vita

Pablo Picasso (1881-1973): Horta de Ebro - 1909


























Le letture durante un viaggio a volte ti lasciano delle riflessioni da "masticare" anche dopo l'arrivo.
La Repubblica e il suo fascicolo dedicato alle Donne mi hanno fatto compagnia il 22.12.2012, e vi ho trovato due cosine carine e deliziosamente leggere (tra le oscenità politiche di questa Italia sull'orlo del baratro sociale oltre che economico e le terribili stupidità pseudo-spirituali di chi dovrebbe tacere):
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JEANETTE WINTERSON: Com'è che ci si innamora?:
"In inglese diciamo 'to fall in love', cadere nell'amore, ma nell'amore non si cade come si cadrebbe in un buco. Si cade come si cadrebbe nello spazio. E' come spiccare un balzo dal proprio pianeta personale per andare a visitare il pianeta di qualcun altro. E una volta che lo si raggiunge, tutto sembra diverso: i fiori, gli animali, i colori di cui si vestono le persone.
Innamorarsi è fonte di grandi sorprese, perché prima si pensava che sul proprio pianeta tutto fosse in ordine e sotto controllo, ed era vero, in un certo senso, ma poi qualcuno ci ha lanciato un segnale dall'altro capo dello spazio, e l'unico modo per andare a trovare quella persona è stato facendo un grande salto. Ed ecco che andiamo, cadiamo nell'orbita di qualcun altro, e dopo un pò magari decidiamo di avvicinare i due pianeti e farne la nostra casa. E di portarci anche il cane. O il gatto, il pesce rosso, il criceto, la collezione di sassi, tutti i nostri calzini strani (quelli che abbiamo perduto, compresi quelli bucati, saranno sul nuovo pianeta che abbiamo scoperto). E possiamo anche portarci in visita gli amici. E leggerci a vicenda le nostre storie preferite. E la caduta di cui sopra è in realtà stata il gran salto che abbiamo dovuto compiere per stare con qualcuno senza il quale non vogliamo più stare. Semplicemente. PS: Ci vuole coraggio."
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GIAN LUCA FAVETTO: La seconda occasione è quella più vera ma bisogna essere pronti
(suggerendo tre letture sul passaggio che chiude la cosiddetta prima volta e l'avvio alla seconda opportunità: Trentesimo anno di Ingeborg Bachmann, La linea d'ombra di Joseph Conrad e Sportwriter di Richard Ford):
"Tutti a pensare alla prima volta. Quasi tutti a coccolarla e ripassarla. Il primo innamoramento. Il primo bacio. Anche il primo giorno di scuola. La prima notte fuori casa. La prima vacanza con gli amici. La prima bicicletta o moto o auto. Il primo voto dato. Il primo dolore ricevuto. Il primo treno che passa... Tutti o quasi tutti a ricordare e raccontare, a ri-raccontarsi, le prime volte. Anche se vanno male o risultano pessime, rimangono pur sempre prime.[...]. Poi succede che la seconda volta arriva. Arriva sempre anche se non lo vuoi, anche se non lo speri. Perché se non arriva vuol dire che sei morto. E se non sei morto, devi essere pronto. E devi saperla sfruttare, la seconda volta, la seconda occasione.
Di solito, la prima volta appartiene alla giovinezza, la seconda volta è quella vera. In genere, la prima volta accade, la seconda volta si vive con maggiore consapevolezza. La prima volta è fuori di te; la seconda volta sei tu, più cosciente, che l'affronti. La seconda volta può essere persino una seconda vita. Capita. E, normalmente, è una fortuna. [...]. Poi ci possono essere le terze volte. E le quarte."
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sabato 22 dicembre 2012

Arci-campagna sugli autobus


Prosegue la campagna sugli autobus della città e della provincia di Trieste
per superare l’omofobia e la transfobia.

Link: La pagina web del Circolo Arcobaleno Arcigay Arcilesbica di Trieste

Ecco le sei (6) foto "appese" all'interno dei veicoli:
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sabato 15 dicembre 2012

Si va diritti all'amore

Il poster versione francese
del film Fermata d'autobus, 1956
 
 

 
 
 




 
 








si va DIRITTI all’amore
going RIGHT to love
v PRAVI smeri do ljubezni
 
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Lunedì 17 dicembre 2012 alle ore 11
presso il Caffè Teatro Verdi, in piazza Verdi n° 1/B a Trieste,
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si terrà la conferenza stampa per il lancio della campagna
“si va DIRITTI all’amore”,
promossa dal Circolo Arcobaleno Arcigay Arcilesbica di Trieste
sugli autobus della città e della provincia per superare l’omofobia e la transfobia.
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La campagna, che ha ricevuto il patrocinio del Comune e della Provincia di Trieste, è stata realizzata con le facce, consumate e stanche, delle volontarie e dei volontari del Circolo Arcobaleno, di Antonio Parisi detto Antony, direttore artistico di Jotassassina, e con lo scatto fotografico e la pazienza di due studenti del Corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Trieste, Giulia Raineri e Roberto Lillo.
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Link:
1 - Caffè Teatro Verdi di Trieste
2 - Più notizie sulla campagna: Circolo Arcobaleno di Trieste
3 - Fotografie di  http://www.dudy.altervista.org/
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La campagna durerà un paio di settimane.


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giovedì 13 dicembre 2012

Umizza























LA FOIBA GRANDE (1992)
di Carlo Sgorlon (Friuli, 1930-2009)
Mondadori


Dopo la  Materada di Fulvio Tomizza ecco l'Umizza di Sgorlon. In questo caso è un paese inventato ma dalle parti del fiordo di Leme (Limski kanal). Un luogo possibile, raccontato dai tempi della peste nel 1600 ai tempi dell'esodo dei cosiddetti filo-italiani durante i primi tempi del potere comunista di Tito.
Qui rispetto al romanzo di Tomizza le vicende includono ancora più famiglie, più personaggi, più periodi storici e persino più continenti. Il romanzo è come diviso in due, la prima parte in cui i nomi dei luoghi sono in italiano e la seconda parte in cui sono in slavo per sottolineare la spaccatura, il confine, il muro che si alza giorno dopo giorno tra il sentirsi nella propria terra e il sentirsi spinto a lasciare tutto per non morire anche fisicamente (sparendo di notte e senza spiegazioni, lasciando dubbi e dicerie).
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Ma è diviso in due anche nel senso che ci sono i fatti e le parole della superficie e le paure e gli abbissi degli incubi, delle fantasie, delle foibe; e ancora c'è l'amore per una patria spirituale (che non può finire mai) e l'amore per una patria di terreni, alberi, pietre e segrete grotte e fiumi sotterranei (che periodicamente cambia padrone).
L'abitante di Umizza non si sente nè italiano nè veneziano nè sloveno nè croato nè austriaco, gli abitanti di Umizza sono istriani e si sentono tali a prescindere dai poteri che si impossessano della penisola. Nonostante ciò i personaggi sopravvissuti alla guerra, agli omicidi notturni, alle provocazioni di chi rappresenta il regime, lasceranno infine il paese e la penisola e tutti gli scomparsi in fondo alle foibe.
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I personaggi femminili sono molto interessanti, il capitolo dedicato alla peste l'ho trovato delizioso. Nonostanti i temi il tono del racconto non è mai ideologico ma sempre ragionevole e pacato come Benedetto, il personaggio pricipale. In certi passaggi oltre che Materada di Tomizza mi ha ricordato anche Furore di John Steinbeck. Confesso che Sgorlon è un autore che ho sempre "evitato", chissà perché. Una lettura quindi che mi ha sorpresa. Per fortuna ha pubblicato parecchi romanzi e ne approfitterò, recuperando il tempo perduto!
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"Quanti erano gli infoibati? Dodicimila circa, dicevano i pochi che s'occupavano di tenere il conto, e questo fu il numero fornito dal Comitato di Liberazione Nazionale alla Conferenza di Parigi. Ma nessuno aveva totali certezze, e nessuno poteva discendere nelle fosse a contare il numero dei morti."
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lunedì 10 dicembre 2012

Sulla costa del silenzio

Morten Nielsen (1922-1944).
Cenni biografici in dr.dk


























Impegnato nella resistenza danese contro i tedeschi, durante la seconda guerra mondiale. Liquidato o forse suicida durante l'attività partigiana. 


Da SAMLEDE DIGTE
(Poesie raccolte)
di Morten Nielsen



Metamorfosi di una notte estiva
Traduzione di Angela Siciliano

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I tuoi fianchi sono fuoco.
La tua bocca è una stella bruciante
Io sono una sottile striscia di nebbia in lontananza.
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Io stesso sono una tempesta,
una muta e scura tempesta sulla costa del buio e del silenzio.
Eterea brace che brucia verso il tuo petto.
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...... Non parlare, non ti muovere -
sei la chiara notte e il vino selvaggio,
lo spazio titubante e la leggera tenda della finestra,
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un fondo chiaro di sabbia
sotto l'acqua color verde scintillante, come il giorno che sta sorgendo..
Una mano abbandonata sulla mia - e un respiro.


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*
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Forvandling en  Sommernat
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Dine Laender er Ild.
Din Mund er en braendende Stjerne.
Jeg selv er en smal Stribe Taage et Sted i det fjerne.
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jeg selv er en Storm,
en stum, mørk Storm over Mørket og Tavshedens Kyst.
Ulegemlig Glød der forbraender imod dit Bryst.
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...... Stille, helt stille -
og du er den Lyse Nat og den vilde Vin,
det tøvende Rum og Vinduets lette Gardin,
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en lys Bund af Sand
under Vand der er skinnende grønt som den stigende Dag.
En haand lagt løst over min - og et Aandegrag.
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Passiamo ai fatti!

Viola Smith e le Coquettes, 1939
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=DF4_jiKhuuU
La Smith in wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Viola_Smith

Alzate il volume! 


























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domenica 9 dicembre 2012

Le rose

Le rose di Tina Modotti, Messico 1925.
Da stile.it.
http://www.comitatotinamodotti.it/






























Una poesia di Emily Dickinson
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Traduzione di Margherita Guidacci
(La grande poesia - Corriere della sera, 2004)
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Non accostarti troppo alla dimora di una rosa
se una brezza le preda
o rugiada le inonda
cadono con timore le sue mura.
E non voler legare la farfalla
o scalare le sbarre dell'estasi:
garanzia della gioia
è il suo rischio perenne.

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Go not too near a House of Rose -
The depredation of a Breeze
Or inundation of a Dew
Alarm its walls away -
Nor try to tie the Butterfly
Nor climb the Bars of Ecstasy,
In insecurity to lie,
Is Joy's insuring quality.
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(c. 1878)
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sabato 8 dicembre 2012

Le mogli dei Nazzareni piceni

Foto: Beatrice Piacentini-Rinaldi
(1856-1942)
dal sito comunesbt.it






















Da SONETTI MARCHIGIANI
di Bice Piacentini
Dialetti italici - Roma -1926
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(Con personale e sicuramente manchevole
tentativo di traduzione, sfruttando le note del libro stesso
e i miei anni trascorsi a San Benedetto del Tronto.)
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Lu vi bbune
('N cantine)
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- Marìteme sta jècche? - Scì, Mariè.
- Avè se sta 'mbriache, 'llu zezzò!
... Jè nnòtte, su, rejème, Nazzarè!
Te puzza sprefennà, ttè 'ssu 'mbriacò!
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'Stu scellerate! 'N ze te ritte, avè!
Avè 'nta va facènn'j sburdijò!
Su, fa lu bbune, su, vinne 'nche mmè.
Che sci 'mpise! Cammine , sci u no?
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Abbije preste a ffamme trebbelà;
scème spesate 'n jè manche trè ddì!...
Ppù, le fantelle se vo' maretà!
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Avè s'jè bbille 'stu sacche de vi'!
'N fa' la cummèdie, a mmè nen me teccà!
'Stu zizze, 'stu schiefuse, passa vi!
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Il vino buono (in osteria)
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- E' qui mio marito? - Sì, Marietta.
- Guarda come è ubriaco, lo sporcaccione!
... Forza! andiamo a casa Nazzareno, che è notte!
Che tu possa sprofondare, ubriacone!
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Scellerato, guarda non si regge in piedi!
Guarda come va barcollando!
Su fai il bravo, vieni con me.
Accidenti quanto pesi. Vuoi camminare sì o no?
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Comincia già a farmi soffrire,
siamo sposati da appena tre giorni!
E poi le ragazze vogliono sposarsi!
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Ma guarda che bel sacco di vino!
Non fare la commedia, non toccarmi!
Sporcaccione, schifoso, levati!
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venerdì 7 dicembre 2012

La lingua di tutto il mondo

























Edna St. Vincent Millay
da L’amore non è cieco


Traduzione di Silvio Raffo
Crocetti Editore 1991, 2001


Nel dorato bacile d’un gran canto
versiamo tutta la nostra passione;
si giacciano abbracciati gli altri amanti
nel riposo d’amore – noi parliamo
con la lingua di tutto il mondo: il sangue
che s’agita, la lunga inerzia, i fremiti,
le calde palme supplici all’ospite che fugge,
ed un’anima sola, indifesa, ma forte.
Il desiderio solo canta al liuto;
nell’aperto sospiro, fra le ortiche
s’acquieti il menestrello, ozioso e muto
anche lui – sia l’amore alto e lontano:
tradisce il ramo piú alto quel frutto
che ogni passante può trovare a terra.

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*
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Into the golden vessel of great song
Let us pour all our passion; breast to breast
Let other lovers lie, in love en rest;
Not we, - articulate, so, but with the tongue
Of all the world: the churning blood, the long
Shuddering quiet, the desperate hot palms pressed
Sharply together upon the escaping guest,
The common soul, unguarded, and grown strong.
Longing alone is singer to the lute;
Let still on nettles in the open sigh
The minstrel, that in slumber is as mute
As any man, and love be far and high,
That else forsakes the topmost branch, a fruit
Found on the ground by every passer-by.
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mercoledì 5 dicembre 2012

Gli specchi nel fondo dei bicchieri

Giacomo Sandron, vincitore della 7th Trieste International Poetry Slam
durante  il XV Festival Internazionale della Poesia (26 novembre - 1 dicembre 2012). 
I suoi libri - deliziose edizioni personalizzate -
 si possono acquistare (a Trieste)  presso LIBERARTI  in piazza Barbacan.
Foto  ©  Andrea Montesel.























Dalla raccolta
COSSA VUSTU CHE TE DIGA
(Cosa vuoi che ti dica)
di Giacomo Sandron
Edizioni Culturaglobale.it - 2010
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Co' torno casa in tren
ghe passo sempre da drio casa mia
prima de rivar in stassion
e buto l'ocio par veder se xe qualcun fora
in giardin ch'el fa qualcossa:
me pare che taja l'erba
me mare che la sgaruma in orto
me fradel che se fuma 'na paja
o che altro ch'el lese,
ma tuto quel che rivo veder
- el tren ga pena tacà a ralentar ,
el va ancora un fià massa veoce -

xe la macia bianca del sareser
cò buta fora i fiori
che sbrissia sul vero del finestrin
e xe 'na voce che me dise
movite dai, che semo drio spetarte.
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(Quando torno a casa in treno
ci passo sempre dietro casa mia
prima di arrivare in stazione
e sbircio per vedere se c'è qualcuno fuori
che fa qualcosa in giardino:
mio padre che taglia l'erba
mia madre che lavora l'orto
mio fratello che fuma
o quell'altro che legge,
ma tutto quello che riesco a vedere
- il treno ha appena cominciato a rallentare,
va ancora un pò troppo veloce -
è la macchia bianca del ciliegio,
quando è in fiore,
che scivola lungo il finestrino
e c'è una voce che mi dice
muoviti dai, che ti stiamo aspettando.)
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Chi sa s'el servirà mai a qualcossa
tuto sto vin
che vemo bivù fin desso,
se i ne darà mai un toco de carta
ch'el ne diga che semo stai bravi
che vemo fato benon
a tirarse su ste cioche
a sdrondenarse 'l sarvel
a ingomearse 'l stomego
a insiminirse i oci
su tuti sti speci
che i vien fora tai biceri
co' che te ne lassi un goto
sul fondo,
a vardarghe drento fisso
sintirse manco rudinasso.
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(Chi lo sa se a qualcosa servirà
tutto questo vino
bevuto fino ad ora,
se ce lo daranno mai un attestato
che ci dica che siamo stati bravi
che abbiamo fatto bene
a prenderci queste sbronze
a frastornarci il cervello
a ingarbugliarci lo stomaco
ad incrociarci gli occhi
su tutti gli specchi che vengono fuori
sul fondo dei bicchieri
quando ne lasci un goccio,
e a guardarci dentro fisso
sentirsi un pò meno rottame.)
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lunedì 3 dicembre 2012

Verdi anni

Un uomo - 2003, di Raphael Perez
gaypaintings.com






















Da VERDI ANNI
di Sandro Pecchiari
Samule Editore - 2012
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Gatti
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confuse dai fari nella guida
le ombre sono gatti,
gatti i sacchetti in preda al vento
se soffia annoiato tra le strade
se rotola nel bianco sfrigolante,
gatti le onde dopo il gioco
d'uno scirocco stanco,
gatti i tuoi occhi, se guardavi,
pigri e all'erta...
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e la tua ombra rimane un gatto,
furtivo, nel mio cuore
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Rinascita del sole
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mi sorprendi al voltare delle scale
alto e vasto tra le volte e i faretti
che snudano il corpo tuo potente e nudo
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mi soffermo nell'ombra tua decisa
che scorro con le mani, castamente,
per le telecamere a circuito chiuso
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attimi in cui percorro
il metallo caldo della schiena,
l'addome baldanzoso, il nido vuoto delle ascelle,
il tuo mantello lasco da slacciare.
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tu ritorci lo sguardo nell'oblio
che avvolge veloce nel baratro le cose
ma sembri ricordare e confidarlo
allungando il tuo braccio verso il mio
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in questo abbraccio disteso sui millenni
ti suggerisco un'anima qualsiasi
quella che non potevi né dovevi allora scegliere,
per farti rimanere ancora un poco
e immaginare o poter sentire
il corpo tuo maestoso, i tuoi odori.
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Sandro Pecchiari presenta la sua raccolta Verdi anni alla libreria In Der Tat di Trieste  al n. 22 di via Armando Diaz, il 15 dicembre prossimo alle ore 18 (insieme a Andrea Roselletti che presenterà la raccolta A Lonely Pop Heart)
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domenica 2 dicembre 2012

Cinque di Frabotta

Biancamaria Frabotta.
Foto da poesiablog.rainews24.it


























DA MANI MORTALI
di Biancamaria Frabotta
Mondadori - 2012
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Manca un fiore
alla tua tomba recente.
Non avertene a male
se lo rubo a un vicino.
Nutrita è la sua scorta
e perdonerà il furto.
E' la prima estate
che t'ho voltato le spalle.
Come quando il mare è solo, la sera
e si smette di guardarlo.
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Con le spalle allo sciabordìo
della cucina, ascolto dalla banchina
il richiamo delle chete stoviglie.
Ti sei alzato prima di me
esploratore predestinato
alla luce e una volta
fuori, non so se torni
a vegliare il mio buio.
Ma io non sospiro da sola
nella cunetta del lenzuolo
dove, come di un visitatore
occasionale, accanto
per un poco di te
resta il caldo, il mormorìo
delle vaghe chiacchiere
l'imbarazzante aroma
della vita consenziente.
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Sorgeva da un angolo lontano del campo
ma era come se sorgesse da ogni angolo
su quei due che la vedono senza voltarsi.
Bianca e nera, quanto la sua lontananza.
E splendenti, nella sventura dei crateri
miliardi di occhi catturati a spiarla.
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Scuotiti malumore congenito
ai fervori del giorno dicembrino
lesto corre il sole d'inverno
grato alle nostre ossa usurate
verso un nuovo compimento.
All'inizio tutto era presente e informe
ma oggi si battezza un'opera desiderata
vai scheggia di azzurro fra
le grate della segreta, vola
semplice come un saluto
a chi ne ha fatto richiesta.
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Nell'estate del duemila e tre
tutto si prosciugò silenziosamente.
Un meraviglioso azzurro puntato
su di noi come un'arma radiosa
premeva i piedi sul suolo, spruzzava
di calce le pareti, entrava, senza
nemmeno una goccia di pioggia
anche di notte
dentro i nostri occhi spalancati.
Dal tronco del melo colava pece nera
e a febbraio bisognò abbatterlo intero.
Il fico si salvò scrollandosi di dosso
la veste lieve delle foglie assetate
e a luglio cogliemmo fichi secchi
da terra, come fosse Natale.
La siccità portò via anche due peschi
che si erano avviticchiati l'uno all'altro
all'insaputa di tutti, in un solo albero da fuoco.
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sabato 1 dicembre 2012

Tra le dita - 2012






















TRA LE DITA
di Angela Siciliano
 
«Angela si ricollega idealmente, e non solo, alla grande Saffo, innamorata delle donne con una tale intensità che ancora adesso palpita e ci commuove. Sia il sentimento come la sessualità e l’amore per la natura – unico cerchio sensuale e affettuoso che avvolge la poesia della Siciliano – appaiono qui di un “opaco candore” come lei stessa li definisce.»
Lucetta Frisa
 
«Che belle le poesie che parlano d’amore, d’intesa, di un rapporto che inizia e ci entusiasma o che è finito lasciandoci ricordi, e lo fanno con schiettezza e allegria, senza inutili circonlocuzioni ampollose ma con la forza dei sensi che domina l’eros!»
Corrado Premuda
 
«Con immagini originali e nitidissime dipinge davanti ai nostri occhi le donne amate e disamate […] La sua è una poesia ingannevolmente semplice, della semplicità di chi non si nasconde dietro lirismi oscuri per incidere nel cuore della vita […] L’erotismo che la pervade è concreto e visivo, denso, di efficacia sicura e senza compiacimenti né languori. Una poesia che unendo sapientemente forza e ritegno ci lascia più sereni, perché ci ha regalato bellezza.»
Consolata Lanza



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