venerdì 30 novembre 2012

Al Tommaseo

Caffè Tommaseo 
Riva Tre Novembre, 5
Trieste
www.caffetommaseo.com






















Prosegue il XV Festival Internazionale della Poesia di Trieste con l'incontro con l'autore Gerard Kanduth (presidente dell'Associazione Scrittori Carinziani) e con la consegna dei Premi del Festival:
14° Premio Internazionale Trieste Poesia a Wole Soyinka (Nigeria), Premio Nobel 1986.
9° Premio Gerald Parks alla traduzione a Pietro Dini e Albert Làzaro-Tinaut (per la traduzione dall'estone dell'antologia poetica Primavera e polvere di Jüri Talvet, Edizioni Joker).
9° Premio Anthares "Un poesta per la pace" che va a Gianmario Lucini.
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Tra gli ospiti: Rei Berroa, Ion Deaconescu, Lisa Deiuri, Barbara Crubissa, Jan Jilek, Erik Lindner, Giuseppe Nava, Marìamatilde Rodrìguez, Erika Vida e Angela Siciliano.
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Il caffè Tommaseo: Caffè storico dalla data d'origine indefinita, di sicuro nel 1830 fu riaperto dopo anni di ristrutturazione dal padovano Tomaso Marcato, che gli diede il proprio nome, Caffè Tomaso.
Una curiosità emersa dagli archivi del locale è che pare nello stesso anno ne fosse entrata in possesso la contessa Lipomana, nome sotto il quale si nascondeva Carolina Bonaparte vedova di Gioacchino Murat. Fra i vari proprietari nel tempo ricordiamo la signora Nerina Madonna Punzo che mantenne intatto l'aspetto originario del locale e pubblicò un periodico Lettere da un antico caffè dai contenuti letterari ed artistici. Tra gli avventori più famosi, nel passato e nel presente: Italo Svevo, James Joyce, Stendhal che fu console per la Francia a Trieste dal 1830 al 1831, Umberto Saba, Franz Kafka, Fulvio Tomizza, Claudio Magris.
Il locale fu legato anche a vicende e protagonisti del Risorgimento, il suo nome stesso ne è la prova.
E' uno dei 35 locali che fecero l'Italia (da una pagina su Il Piccolo).
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Il programma del Festival prosegue e si conclude domani, sabato 1 dicembre, al Caffè San Marco (altro locale storico): Ultima giornata del Festival.
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Ancora un link: Gerald Parks in una pagina del sito www.shelton1963.com
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mercoledì 28 novembre 2012

Lo spreco

"Endnu en af mine hatte med en kvinde under"
(Ancora uno dei miei cappelli con sotto una donna)
di FINN BIRKELUND
finnbirkelund.dk



























Ultima modifica al post 1.12.2013

La mia raccolta TRA LE DITA comprende 32 poesie. Nata in versione cartacea da pochissimi giorni, è stata presentata ieri alla Libreria Minerva di Trieste. Otto (8) delle poesie inserite nella raccolta erano già in questo blog, basta quindi seguire l'etichetta Angela Siciliano- Poesia o cliccare sui link che attiverò a fine post, per poterle leggere e capire il tono della raccolta. La si può acquistare sicuramente alla Minerva e anche in diverse librerie centrali della città, diversamente la si può ordinare attraverso l'eshop della Puzzo.com
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Oggi aggiungo un'altra poesia della raccolta (l'ultima!), che è stata tra l'altro letta benissimo ieri sera da Giulia Toniutti, e prima di tornare alle mie "letture e riletture" voglio ringraziare tutti coloro che sono venuti/e ieri sera alla presentazione: per me è stata una bella esperienza anche grazie al calore del pubblico e al suo senso dell'umorismo.
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Corrado Premuda che ha presentato il libro con molto garbo e tanta simpatia mettendo tutti a nostro agio merita un grazie anche ufficialmente. E infine un grazie anche ai Puzzo che hanno reso possibile il tutto!
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LO SPRECO
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Non puoi sedurmi - lo sai -
con quei seni arroganti
i fianchi nudi ed eleganti
il corpo tornito
il volto scolpito
contro l'azzurro del cielo.
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Non ci riesci - lo vedi -
con lo sguardo acceso
il sorriso accattivante
i gesti ben scelti
le parole squisite,
a sciogliere il gelo in cui vivo.
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Certo: incontrarci tra le lenzuola
e insieme rimanere senza respiro.
Ma invece: dimmi come stai
dietro gli occhiali scuri
che riflettono la mia faccia scortese
tumefatta di sonno perduto,
(e di notti letali, cucite a giorni lenti e brutali).
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Generosa perdonerai - lo spero -
l'incomprensibile diniego e l'enorme spreco,
del paradiso che inutilmente mi offri.
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Link relativi alle poesie che ora sono raccolte in TRA LE DITA e che sono sparse nei vari post di questo blog (i titoli sotto elencati sono in alcuni casi soltanto i titoli dei post e non delle poesie):
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1- Dannate d'annata (2 poesie)
2 - Ti scrivo
3 - Note sommesse
4 - Tra una città e l'altra
5 - Distrazione
6 - La cuoca ginevrina
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lunedì 26 novembre 2012

Tra le dita - copertina



27 novembre 2012, ore 18, TRA LE DITA
presso la Libreria Minerva di
Via S. Nicolò, 20
 34121 Trieste
ISBN 978-88-88475-43-1, euro 10.
Franco Puzzo Editore
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 




 
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sabato 24 novembre 2012

La coppia danzante

"Donna distesa che disegna".
Fotografa: Thérèse Bonney (1897-1978)
Museiverket, Helsinki
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



 
LA COPPIA DANZANTE
di Angela Siciliano
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Testo scritto e letto (registrato) per la Mostra Sonora VIVAVOCE (dal 12 al 19 ottobre 2012) al Metrokubo di Trieste, in via dei Capitelli 6563b) a chiusura del primo corso di scrittura organizzato dall'Associazione DDProject di Trieste, intitolato IL TEMPERAMATITE, con Corrado Premuda come insegnante (pazientissimo, ispiratore e validissimo sostegno nei momenti di sconforto creativo!), dove ho avuto il piacere di conoscere altra gente fantasiosa e appassionata.
Nei brani scritti e registrati per la mostra finale, ognuno di noi ha immaginato di essere la matita di qualcuno e ha provato a descrivere sentimenti e pensieri relativi alla propria condizione. Io ho immaginato di essere la matita di una disegnatrice, un'artista quasi povera e povera quasi per scelta:

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Non mi piacciono le sue dita sporche di nicotina!
Ma cerco di non pensarci quando incomincia a tracciare i segni sui fogli che poi espone e vende ai turisti. Non vende molto in realtà: la gente guarda i suoi fogli, li ammira con gli occhi luccicanti di piacere ma poi dice che costano troppo e rinuncia all’acquisto.
Secondo me i prezzi dei suoi lavori sono volutamente eccessivi perché lei non vuole separarsene e non vuole neanche fare una vita diversa da quella che fa.
Ad ogni modo io riesco a non farmi condizionare dalle nuvolette di fumo che circondano il suo corpo e mi lascio andare al flusso delle sue ispirazioni.
La trovo così travolgente!
Si immerge nel foglio bianco e vuoto e lo riempie di linee e di punti, di curve e di picchi, di significati e di ombre. Quando ritiene di aver finito, le ombre risaltano come fossero luce.
Ed è così testarda!
Prova e riprova, traccia e ritraccia ogni percorso fino a quando non ottiene l’immagine che vuole. La invidio per questa sua capacità di non arrendersi, di trasformare ciò che vede in un mondo, un mondo a sé stante e parallelo: un mondo in bianco e nero.
Lei infatti non ama i colori e neanche i volti. A lei piacciono le arcate, i muri medievali, le finestre, i balconi, le torri, i tetti, e le colline arate, gli alberi, certi viottoli confusi tra le erbacce. E li abbellisce quasi, li migliora con il suo tratto deciso, a volte anche spogliandoli di certi dettagli. Sottrae eppure aggiunge!
Io mi perdo in quello che fa mentre lo fa.
Con piacere l’accompagno più che posso verso l’idea finale. Non sempre però riesco ad assecondarla e mi dispiaccio di questa mia inadeguatezza, ma quando mi accade di intuire e penetrare ciò che sta pensando mi emoziono e inorgoglisco. Sono momenti di grazia in cui sembriamo una coppia affiatata che danza in un’immensa sala deserta, con un’orchestra che suona dal vivo adeguandosi ai nostri passi.
Danziamo leggere, riempendo la sala con le nostre giravolte.
Insieme siamo libere! Libere e felici come chi sta dentro il proprio destino e lo sa, e non vorrebbe né potrebbe stare in nessun altro luogo e con nessun altro.
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venerdì 23 novembre 2012

Tra il mare e il cielo

Book, Santorini, di William Abranowicz, 1990.
                 (phographersgallery.com)






























1- IN FONDO ALLE COSE
di Karin Boye
(traduzione di Maria Giacobbe, in Europa in versi, Il ventaglio - 1989)
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Ho letto nel giornale che una persona è morta,
una persona il cui nome mi era noto.
Visse come me, scrisse come me dei libri, invecchiò
e ora è morta.
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Pensa, essere morti e lasciarsi tutto alle spalle,
angoscia, paura e solitudine e l'implacabile rimorso.
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Ma una grande giustizia si cela in fondo alle cose.
Per tutti c'è in serbo una grazia - un dono che nessuno ci ruba.
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2- da PADRE PADRONE PADRETERNO
di Joyce Lussu
Gabriele Mazzotta editore - 1976
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Le poche conquiste fatte dalle donne nella Resistenza, sia nei confronti della famiglia che della società, furono conquiste autonome, frutto di condizioni e di esperienze concrete; e arricchirono il movimento popolare di caratteri e valori umani e morali, come l'assoluto disinteresse, l'assenza di calcoli di potere per il dopo, la semplicità antiretorica del senso di giustizia, la generosità dei sentimenti, la modestia che fece sembrare naturale non chiedere riconoscimenti, né cariche, nè lodi, rientrando nella vita quotidiana come se anche il tremendo sforzo della guerra fosse stato un aspetto dei quotidiani doveri.
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3 - da L'UOMO CHE VOLEVA NASCERE DONNA
di Joyce Lussu
Gabriele Mazzotta editore - 1978
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La permissività inarticolata ha gli stessi effetti dell'autoritarismo ottuso: genera un senso di abbandono e fa dei figli degli orfani. Così il movimento del '68 divenne un immenso orfanotrofio, ghettizzato e criminalizzato sotto un fuoco concentrico.
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4 - da LE STAGIONI DELLA VITA
di Hermann Hesse
(Traduzione di Volker Michels,  Mondadori - 1988)
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Non lasciare mai cadere oziosamente le mani,
non restare mai fermo a mezza via.
Se vuoi bere a mezzogiorno il vino,
vai per tempo in cantina.
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5 - da L'ARTE D'AMARE
di Erich Fromm
(Traduzione di Marilena Damiani, Il saggiatore - 1963)
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L'uomo moderno crede di perdere qualcosa - il tempo - quando non fa le cose in fretta; eppure non sa cosa fare del tempo che guadagna, tranne che ammazzarlo.
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6 - da LA PELLE
di Curzio Malaparte
Mondadori - 1978
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Anche le bandiere italiane sono gloriose. Se fossero senza gloria, che gusto avremmo trovato a buttarle nel fango? Non v'è popolo al mondo che non si sia, almeno una volta, preso il gusto di buttare le proprie bandiere ai piedi dei vincitori. Anche alle più gloriose bandiere avviene d'esser buttate nel fango. La gloria, quel che gli uomini chiamano gloria, è spesso lorda di fango.


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mercoledì 21 novembre 2012

Mio enorme foglio bianco

Foto di Rolfe Horn, da photographynow.net


























Roberta Dapunt
da
La terra più del para­diso
Einaudi 2008.
in Rablè.it
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Le intime riflessioni
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II
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Tu mia stanza,
paziente angolo di que­sta casa.
Mia cat­tiva abi­tu­dine, mio vizio capitale.
Tu mia tri­ste pas­sione, mia poesia.
Tu mio orto misericordioso,
mio ter­reno fer­tile, mia arsura.
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Tu grande orec­chio che ascolti
il mio eco mille volte uguale.
Tu mio con­fes­sio­nale, mia direzione.
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Tu mio tabernacolo,
custode della mia anima.
Tu mia cap­pella, che in te conservo
le imma­gini dei santi e dei miseri dannati.
Tu mio venerdì santo, mia Pasqua.
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Tu mio rifu­gio, mia arca,
quando tra le mani dilu­viano gli inchiostri.
Tu mia stanza, mio spa­zio fisso,
mio enorme foglio bianco.
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Tu mia cer­tezza, mio feretro,
mio fune­rale.
In te rien­tra in silenzio
il mio rito quotidiano,
la mia tem­pe­sta, il mio silenzio.
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martedì 20 novembre 2012

Il soffio intatto

Jeff Zaruba: San Francisco, Six Windows.



























Lisa Deiuri
da Il secondo millennio
Campanotto Editore 1995
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Il sentiero stregato
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...Credi a quel soffio
di strana cosa
....che ti butta a terra
solo per risollevarti
e penetrarti nelle ossa
finché non cedi...........come ad un orgasmo
La notte trema
....di questo pensiero che si ammanetta
capisci allora che dio sei:
................hai creato
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In memoria
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Una corsa veloce, violenta
.....poi: il salto
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L'aria ti saetta sul volto e tra i capelli
....e non sai più cosa sei
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Si è compiuta la metamorfosi?
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Forse la dea ti ha trasformato in gazza...
No. Sempre lo stesso essere fatto di foglie e di terra
e puoi volare solo coi piedi piantati al suolo
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Ogni bella favola deve finire
porsi al suo posto coma la tessera di un mosaico
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Eppure il ricordo conserva
ancora intatto il suo soffio
e per un attimo sai che il tempo può essere vinto
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Stelevisioni
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Non parlerò dallo schermo
fuori dagli occhi di
un cantante cieco
con le zanne incravattate
ossigenate da soubrette
Minigonne e tacchi a spillo
passeggiano al guinzaglio
- sensuali microfoni infilati in un condom -
$oldi $oldi $oldi - spedisci la cartolina
"apri le gambe che ti scatto una foto"
La Dama del Cervello
ci ha comprato retine e genitali
e tutte le antenne sui soliti tetti
- e tutti gli occhi sulle solite tette -
Per far carriera
bisogna sapersi gestire
la carne & i suoni
non troppo intelligenti però
- (per un paio d'ore) -
tanto poi cambiano canale
e domani c'è la 2000esima puntata.
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lunedì 19 novembre 2012

Tra le dita alla Libreria Minerva

Le sommeil di Gustave Courbet, 1866



















Sta per uscire TRA LE DITA
di Angela Siciliano
(Franco Puzzo Editore)
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Prefazione di Corrado Premuda, postfazioni di Lucetta Frisa e Consolata Lanza.
La raccolta verrà presentata martedì 27 alle ore 18 presso la libreria Minerva di Trieste, in via San Nicolò, 20. La presentazione è collocata all'interno del XV Festival Internazionale della Poesia, (Trieste, 26 novembre - 1 dicembre 2012).
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Dalla prefazione di Corrado Premuda:
La forza maggiore Angela Siciliano la trova nelle poesie in cui il destinatario è tu: tu, una donna affrontata con la disinvoltura dell'ardore, immortalata attraverso il vocabolario dello struggimento e del desiderio, squadernata nelle innumerevoli possibilità erotiche delle parole.
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Dalla postfazione di Lucetta Frisa:
Gli incontri diversi con Laura, Bruna, Amanda, Patrizia, Lidia ecc. si illuminano di una luce antica - ferma e non sentimentale - e vengono riportati sulla pagina nella loro incantata, anche se ironica
e a volte malinconica, riflessiva freschezza.
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Dalla Postfazione di Consolata Lanza:
Con immagini originali e nitidissime dipinge davanti ai nostri occhi le donne amate e disamate, con ironia scardina e distrugge sicurezze proprie a altrui, con parole veloci ricrea situazioni amorose che tutti conosciamo...
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Link:
 1 - corradopremuda.com  2 - consolatalanza  3- lucettafrisa
4- Il programma del festival    5 - Tra le dita - il segnalibro
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venerdì 16 novembre 2012

A caso

Foto di Ferdinando Scianna: Sant'Elia, 1980.
In aristocratic.com


























Giriamo intorno allo stesso perno. Legati con una corda all'anello piantato sul terreno
tiriamo, strattoniamo. Animali di un padrone. Il nodo è dentro noi stessi, la corda è consunta quanto noi stessi.
La mano del padrone che ci lega è la nostra!
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Con questi pensieri questa mattina uscendo dal bagno ho preso un libro di poesie al volo e a caso dalla libreria: Pavese! Cesare!
Trovo sempre molto carino, molto efficace per certi aspetti e balsamico l'aprire un libro di poesie e sentire la voce del/della poeta che risponde ai miei pensieri! Il caso, l'attrazione dei pensieri, quello che è.
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Le due poesie di Pavese:
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La prima:
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...Sono uscito al mattino al freddo e al sole
come a un'impresa eroica.
...Ho fatto nulla tutta la giornata
finché stremato della gran fatica
son ritornato a stento, moribondo.
...Così ogni giorno ripasso la vita
che mi è venuta in sorte a questo mondo.
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(6 aprile 1929)
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La seconda:
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Ogni giorno che passa è un riandare
tutta la storia grigia della vita.
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........Una donna che appena mi ha parlato
........mi ha messo in cuore come un gran germoglio
........gonfio di gioia.
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E' una gioia vedere tanti rami
verdissimi nel vento e tanti fiori
prepotenti, sboccianti, è una gran gioia
perché nel sangue pure è primavera.
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(17 aprile 1929)
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Buon proseguimento di giornata! Intanto che ..."lacrimogeni lanciati dal ministero di giustizia... nuovo raid a gaza... studenti in piazza, scontri con la polizia... picchetti anti omofobia direi genetica... l'inghilterra torna alla terza classe sui treni... arresti per razzismo e antisemitismo in tutta l'italia, quella con la g prima della elle... qualcuno purtroppo si candida anche alle prossime elezioni ma qualcuno per fortuna no... il maltempo si sposta verso il sud..."
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giovedì 15 novembre 2012

Una vecchia bottiglia trovata in cantina!


 "Designer's Window" di Berenice Abott in

A proposito della poesia Tra una città e l'altra
ho ritrovato un altro cimelio, un vecchio numero del
BOLLETTINO DEL CLI, gennaio 1990, anno IX,
dove a pag. 13 si parla di me: Ma va!? 
Era una intervista un pò seria e un pò scherzosa.
Mi rileggo con curiosità: che avrò mai sostenuto?!
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ANGELA COME NOI
Intervista ad Angela Siciliano, vincitrice
del premio DONNAPOESIA '89
a cura di Rosanna Fiocchetto e Giovanna Olivieri
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Il gruppo "DONNAPOESIA" del Centro Femminista Internazionale "Alma Sabatini" di Roma, organizzato da Cristina Colafigli, Amanda Knering e Marcia Theophilo, ha istituito lo scorso anno il primo premio di poesia tutto al femminile: un'iniziativa autofinanziata, progettata e gestita da donne, rivolta alle donne, supportate da imprese di donne quali le riviste "Noi Donne", "Il Paese delle Donne", "Minerva" e la casa editrice "Estro". In novembre il premio DONNAPOESIA '89, alla sua prima edizione scaturita da un concorso nazionale, è stato vinto da Angela Siciliano, curatrice del volume "Poeresia" edito dal CLI. Angela ha trentadue anni; dopo aver vissuto in varie città italiane, risiede ora a Trieste dove studia lingue e lavora. L'abbiamo intervistata per le lettrici del "Bollettino del CLI".
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D. Nella poesia con la quale hai vinto il premio e che è intitolata Tra una città e l'altra, parli di trasferimenti, di letti, di corpi, di estraneità, di desideri, di interlocutrici, di cultura, di silenzio, di linguaggio. Qual è il peso di questi "contenuti" nella tua vita?
R. Nella poesia parlo di cose evidenti - della poesia in generale penso che debba essere letta e interpretata soggettivamente. Certo, scoprire che la gente, leggendoti, ha capito la "tua" versione fa molto piacere; ma a me piace vedere anche quante e quali versioni chi legge riesce a tirar fuori da quella che è scritta e sottintesa dalla e nella intenzione di chi scrive. Insomma, ogni poesia è ciò che vuole chi legge, chi "sente", chi si riconosce e identifica. Le parole diventano autonome e contemporaneamente di chiunque. La poesia non è un comizio o un discorso parlamentare, cioè circostanze in cui ciò che si dice si ha il dovere di fissarlo, ma piuttosto una suggestione e come tale intima e soggettiva, relativa. Comunque nella mia vita quei contenuti hanno un peso decisivo, perché il mio entrare e uscire da certi corpi e certi letti, il mio nomadismo - un pò patologico e un pò ideologico - fatto di desideri chiari e coltivati, di estraneità alle realtà circostanti, il mio parlare ad interlocutrici sorde, spaventate, a volte ottuse, spesso altezzose, mi hanno portata a questa specie di esilio: Trieste è, per me, una città dalla quale il resto dell'Italia sembra un'altra nazione. Non sono triestina: vivo qui da pochi mesi e ho scelto questa città proprio per questa somiglianza  con me: estranea al resto della penisola eppure italiana, multiculturale, bilingue (direi trilingue perché il triestino è la vera identità linguistica più che la lingua italiana: se vai a fare la spesa in Slovenia, la commessa, appurato che sei "italiana", ti parla in triestino!). Io non mi identifico con nessuna città o nazione in cui ho vissuto, tuttavia ho più città, più dialetti, più culture dentro di me; alcune cozzano tra loro ma ho imparato ad amalgamarle il più  possibile, a farle convivere.
D. Hai scelto un approccio poetico soggettivo ("io"), piuttosto che oggettivo. Questo approccio è ricorrente nel tuo lavoro, e quale significato ha per te?
R. L'approccio soggettivo, l' "io", ha il valore del "tu che leggi" e che mentre leggi sei "io".
D. Al concorso hanno partecipato centoventi donne da tutte le città; e nella giuria c'erano poete di prestigio come Dacia Maraini, Biancamaria Frabotta, Marcia Theophilo, Giovanna Bemporad. E' stato gratificante per te ottenere questo riconoscimento non solo legato al valore, ma anche al prevalere?
R. Mi ha sorpresa. E mi ha gratificato - ma molto! - il fatto che la poesia sia stata scelta tra centoventi, anonime. Ciò vuol dire che il mio lavoro è stato apprezzato a prescindere da me.
D. Per l'antologia "Poeresia" sei stata tu a raccogliere poesie, in questa occasione invece ti trovi nella posizione opposta. Ti senti flessibile rispetto a questi ruoli?
R. Flessibilissima. Perché penso che si tratti soprattutto di senso estetico e buon gusto, che si usano sia scrivendo che selezionando poesie altrui. Leggere i versi di qualcuno/a e sentirli vivere, percepirli nella loro sostanza (presunta o oggettiva), li rende tuoi: mentre li leggi e li "capisci", li stai possedendo; è come averli scritti. E' questo che mi porta a pensare che i versi sono di tutti, come la musica...ma è bene ricordare il nome di chi li scrive! (Voglio dire che le poesie sono come creature partorite, figlie insomma, e ci assomigliano e ci appartengono fisiologicamente, geneticamente).
D. Che cos'è il lesbismo nella tua vita e nella tua opera poetica?
R. Nella vita è la parte migliore di me, quella in cui mi muovo più a mio agio, in cui mi riconosco; nell' "opera poetica" è l'ottica che interpreta, non è l'unica ma la più consistente.
D. Ti ispira di più il dolore o l'allegria?
R. Ambedue.
D. Hai mai scritto una poesia per la tua professoressa di matematica?
R. No.
D. Hai cercato di corrompere la giuria per avere il premio?
R. No.
D. Scrivi con la penna o con la macchina da scrivere?
R. Le prime stesure a penna, raramente uso immediatamente la macchina ma succede nei momenti di grazia.
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Infine, la nostra ultima domanda ad Angela, che si è prestata con spirito a rispondere anche ad alcuni quesiti "poco seri", è un piccolo questionario che è stato da lei compilato sbarrandone le caselle corrispondenti ai "si" o ai "no". Eccolo:
Hai mai scritto poesie:
da viaggio = SI
da sonno = NO
di compleanno = NO
di seduzione = SI
da colazione = NO
di consumo = NO.
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mercoledì 14 novembre 2012

sabato 10 novembre 2012

E tu chi eri?

Foto di Cettina Calabrò: La corsa


















Da E TU CHI ERI?
26 interviste sull'infanzia

di Dacia Maraini
Editore Bompiani - 1973
(Rizzoli - 1998)
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E' una rilettura. La prima volta credo di aver letto queste interviste agli inizi degli anni Ottanta. Le interviste sono state fatte, registrate, tra il 1968 e il 1972, anni molto speciali in cui parlare del privato era considerato, per la prima volta, anche un atto politico. Adesso molti degli intervistati sono morti. Per alcuni di loro, che durante la prima lettura non "conoscevo", mi sono sentita spinta dalle interviste ad approfondire la loro conoscenza, a leggere i loro libri, vedere i loro film ecc. Altri erano famosissimi proprio in quel momento, e altri ancora mi erano e mi sono rimasti sconosciuti.
A questo punto ho trovato piacevole rileggerle tutte, rinfrescando la memoria di alcuni stimoli e spunti che avevo trovato in queste pagine.
Riporto non gli stimoli ricevuti ma gli accenni alle diversità di alcuni intervistati.


Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, La cognizione del dolore):
D. Può dire di aver avuto un'infanzia felice?
R. No. L'infelicità maggiore proveniva dalla povertà della mia famiglia. Per quanto nei primi anni abbiamo avuto delle condizioni abbastanza buone, poi le cose si sono aggravate per errori economici di mio padre. Era un temperamento che spendeva più di quanto potesse poi recuperare. Non era un bravo uomo d'affari, sia detto con rispetto. Era un maniaco della terra, della campagna, della gente brianzola.
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Anna Maria Ortese (Il mare non bagna Napoli, Poveri e semplici):
D. Quanti anni avevi quando hai rifiutato la scuola?
R. Tredici.
D. E che facevi? Come occupavi il tuo tempo?
R. Leggevo, camminavo. Facevo i compiti per i miei fratelli. Così ho finito per fare lo stesso le scuole. C'è stato un periodo che mio padre voleva rimandarmi a studiare. Ma io gli ho detto: "Se mi mandate a scuola, mi uccido". Ero così tranquilla e decisa che da allora non hanno più insistito.
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Marco Bellocchio:
D. In che cosa consistevano questi doveri? Quali erano i doveri maggiori per un bambino della tua età?
R. C'era il dovere di dare soddisfazioni al proprio padre. C'era il dovere di seguire la disciplina scolastica. Il dovere di fare il proprio dovere. Ma soprattutto c'era il dovere di provare orrore per se stessi nel caso di trasgressione di uno di questi doveri.
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Giorgio De Chirico:
D. Suo padre è morto presto, quando lei era ancora un ragazzo. Che rapporto aveva con suo padre?
R. Ci volevamo bene. Ma ci parlavamo poco. Era un puritano, un uomo chiuso e severo. Nella mia famiglia del resto parlavamo poco. Fra noi non è mai esistita quella confidenza e quella familiarità moderna che trovo insopportabile.
D. Perché insopportabile?
R. Perché è da gente molle. I padri e i figli che si parlano come compagni di scuola, che si sbaciucchiano, che si tengono per mano. Tutte manifestazioni della smidollatezza del mondo intero.
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Goffredo Parise (Il prete bello, Il padrone):
D. Quali sono i ricordi più remoti che hai?
R. Ce n'è uno in cui vedo un abbisso e una culla di vimini con molti lini bianchi. E poi un altro nelle braccia di mia madre che mi sembrava di un'altezza vertiginosa. Poi anche degli interminabili bagni d'amido che mi faceva mia nonna.
D. Perché d'amido?
R. Non lo so. Forse per calmarmi. Ce l'avevo sempre ritto.
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Liliana Cavani:
D. E tua madre?
R. Era selvatica.
D. Come te la ricordi da ragazzina?
R. Me la ricordo sempre molto giovane. Troppo giovane, forse. Più che una madre era una sorella. Una sorella scontrosa, ribelle, solitaria. Era bella, bruna, con due occhi lucidi e neri. La testa piena di riccioli scuri. Aveva un temperamento molto orgoglioso.
D. Con te come si comportava?
R. Come un'amica. Salvo qualche improvvisa tirannica imposizione. Una volta per esempio ha deciso che dovevo andare a fare la sarta. Avevo otto anni. Ho passato dei giorni tristissimi chiusa in una stanza a cucire, guardando i bambini che giocavano fuori dalla finestra. Poi, per fortuna, ha capito che era una pazzia e mi ha liberata da quella schiavitù.
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Roberto Rossellini:
D. I rapporti con suo padre com'erano?
R. Tenerissimi.
D. Lo stimava? Lo amava senza riserve?
R. Sì, moltissimo, senza riserve. Mio padre era un uomo d'affari ma era anche un intellettuale. Ha scritto alcuni libri che rileggo sempre con molto piacere.
D. Ha mai avuto dei dissidi con suo padre?
R. No, mai. Ci sono stati dei piccoli scontri: la prima cotta grossa che ho preso, la cattiva volontà nello studio. Ma niente di serio.
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Michelangelo Antonioni:
D. E tu com'eri?
R. Ero un bambino bellissimo. Capelli lunghi, castani, occhi verdi. Ma non volevo essere trattato con troppi riguardi. Una volta che mia madre mi faceva delle smancerie, l'ho scostata e le ho detto: "Sono un osso duro, cosa credi". Avevo tre anni.
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Natalia Ginzburg (Tutti i nostri ieri, Mai devi domandarmi):
D. Hai avuto un'infanzia felice?
R. In un certo senso sì. La cosa che più mi tormentava era la sensazione di essere poco amata in famiglia. Mi ricordo che inventavo le malattie per attirare l'attenzione su di me. Volevo stare male e invece stavo sempre bene.
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Luca Ronconi:
D. E a scuola come andavi?
R. In tutta la vita scolastica non ho mai imparato niente. Quello che mi interessava era il modo di parlare di ogni professore, i suoi tic, le sue manie. Mi divertivo a osservarli e non stavo mai attento a quello che dicevano.
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Claudio Abbado:
D. Hai qualche ricordo del Conservatorio?
R. Sì. Uno dei professori che più mi piaceva era Quasimodo. Insegnava letteratura a me e a un mio compagno. Eravamo gli unici due allievi.
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Alberto Moravia (Gli indifferenti, La ciociara):
D. Quindi i tuoi studi sono stati fatti in maniera molto irregolare.
R. Non ho studiato per niente. A scuola ho fatto la quarta elementare, la prima e la terza ginnasiale e basta. Non capivo niente. Capivo solo le cose che mi piacevano.
D. Cioè?
R. Mi piacevano la storia, la geografia e basta. Ancora adesso non so fare una divisione.
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Bernardo Bertolucci:
D. Ero più attaccato a tuo padre o a tua madre in quel periodo?
R. Non lo so. Ma se andiamo avanti, verso i sei anni, mi ricordo che per me è stata molto importante la scoperta della scrittura. Io identificavo la scrittura con mio padre. Appena ho imparato a scrivere, ho cominciato a imitarlo; scrivevo poesie come lui.
D. Lo vedevi bello tuo padre?
R. L'ho sempre visto uguale, per lungo tempo. Più che bello, insostituibile. Ma forse ho rimosso in qualche modo il fatto di "guardare il padre". Prima non lo guardavo per paura, poi mi identificavo con lui e quindi anche se lo guardavo non lo vedevo.
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Mario Soldati (L'attore, La sposa americana):
D. Fra tuo padre e tua madre, chi è che ha avuto più influenza su di te?
R. Mia madre. Perché vivevo sempre con lei. Perché era la più forte. Anche se io, questa influenza, la combattevo sempre continuamente. Pensa che quando nel '39 mi hanno offerto di fare un film su Piccolo mondo antico di Fogazzaro, mi sono accorto che non l'avevo mai letto. E sai perché? Era l'autore preferito di mia madre. Anche i romanzi di D'Annunzio non li ho mai letti, per protesta contro mia madre che li adorava.
D. Ma perché protestavi contro tua madre?
R. Perché mi opprimeva col suo affetto. Mio padre la tradiva. Lei non ha mai osato farlo, anche se lo desiderava. Magari l'avesse fatto! Sarebbe stata felice. E invece, trascurata da mio padre, si è attaccata a me in maniera morbosa. Io sono diventato il suo secondo marito.
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Giorgio Strehler:
D. Eri un bambino felice o infelice?
R. Molto felice. Ho avuto un'infanzia piena di musica. Mi addormentavo sentendo in una stanza vicina mia madre che suonava il violino.
D. A cosa attribuisci questa felicità?
R. Alla natura sostanzialmente generosa di mia madre. Non parlava molto. Anzi posso dire che mia madre non mi ha mai detto niente su come dovevo comportarmi, non mi ha insegnato niente. Ma adesso mi accorgo che era l'unica maniera per spiegarmi tutto. Mi lasciava libero di essere me stesso.
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Lalla Romano (Maria, Nei mari estremi):
D. E tu come lo vedevi tuo padre da bambina?
R. Ne ero affascinata. Lo consideravo un uomo straordinario. I padri delle altre bambine erano noiosi, parlavano per sentenze. Lui no, era inventivo, vivace e affettuoso.
D. E tu approfittavi mai di questo suo affetto per te? Facevi dei capricci?
R. Non ero una bambina capricciosa. Ero silenziosa e tranquilla. Solo una volta mi sono impuntata e neanche quella volta lui si è arrabbiato o mi ha rimproverata.
D. Su cosa ti eri impuntata?
R. Una notte tornando a casa in carrozza ho visto che i campi lungo la strada erano punteggiati di papaveri. Io avevo una passione per i papaveri. Da piccolissima li chiamavo "Ci-ucci". A vederli provavo un'esaltazione. Quando sono stata a casa, ho detto che volevo tornare indietro a raccogliere quei papaveri. Mia madre non mi ha dato retta e si è messa a dormire. Mio padre invece si è rivestito, mi ha preso per mano e mi ha accompagnata al campo dei papaveri. Il grano era chiaro e i papaveri erano neri. Lui paziente e premuroso si chinava a raccoglierli assieme me e finché non ne ha radunato un gran mazzo non siamo tornati a dormire.
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Elio Petri:
D. Puoi dire di aver avuto un'infanzia felice?
R. Nessuno può avere un'infanzia felice.
D. E perché?
R. C'è la felicità della scoperta della vita, sì. Ma è guastata dalla repressione. I bambini andrebbero lasciati liberi di fare quello che vogliono. Si può insegnare loro a portare calze e scarpe, a pulirsi il naso, a non mettersi le dita in bocca, cioè dare loro una coscienza scientifica del proprio corpo. Ma per il resto bisognerebbe lasciarli liberi. Cosa che la società non fa. Soprattutto quando il rapporto con la natura investe il sesso. Qualunque inibizione in questo campo è sbagliata ed è fonte di infelicità.
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Renato Guttuso:
D. E con te tuo padre come si comportava?
R. Era pieno di premure. Dolce, affettuoso. Aveva però un temperamento didattico. Mi diceva continuamente quello che dovevo fare e quello che non dovevo fare nei minimi particolari.
D. E cos'è che non dovevi fare per esempio?
R. Per esempio leggere Salgari. Non so perché.
D Non voleva che tu leggessi libri di avventure?
R. Sì, ma non Salgari. Dovevo leggere Verne. Oppure qualche classico. Ma non Salgari.
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Maria Callas:
D. Dunque la prima infanzia l'hai passata in America. Fino a quando sei rimasta a New York?
R. Fino a tredici anni. Nel '29 c'è stata la crisi economica e noi ci siamo cascati dentro fino al collo. Ad un certo punto mio padre ha deciso di rientrare in Grecia e siamo tornati, proprio nel momento in cui scoppiava la seconda guerra mondiale.
D. Hai dei ricordi di allora?
R. Ricordo la Grecia nera di fame e tante atrocità.
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Pier Paolo Pasolini (Poesia dialettale del Novecento, Una vita violenta):
D. Era importante per te l'affermazione scolastica? E perché?
R. Sì, molto. Proprio per quei valori che mi aveva insegnato mia madre: la serietà, l'applicazione, l'entusiasmo per il sapere. In quel periodo, a Conegliano, ho cominciato a dire bugie. Le prime colpe coscienti.
D. Che genere di bugie?
R. Bugie un pò gratuite. Mia madre mi diceva: non andare in strada, e io andavo in strada di nascosto, senza dirglielo. Probabilmente, se le avessi detto che volevo andare a giocare fuori, non mi avrebbe detto di no. Ma io raccontavo lo stesso quelle bugie. Mi piaceva. Quelle bugie sono legate a un colore meraviglioso tra il verde e l'azzurro che forse era il vestito di mia madre o una blusa di quel periodo, non so.
D. Quanti anni avevi?
R. Cinque anni. Ma il periodo delle bugie è passato subito. Ci siamo trasferiti a Casarsa, dove ho frequentato la seconda elementare. La seconda elementare è uno dei punti vertici della mia vita. Ho vissuto per la prima volta in una casa mia, in mezzo a un mondo nuovo di cugini, cugine, zie, zii, nonni e nonne. Quell'anno c'è stato un amore per mia cugina Franca che era una bambina bellissima e allegra.
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venerdì 9 novembre 2012

Parole, il grande amore

Patrizia Valduga
Foto in  poesiafestival.it 
(di Campanini-Baracchi)





















Da
QUARTINE
SECONDA CENTURIA
di Patrizia Valduga
Einaudi - 2001
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Scrive/dice l'autrice in Per una definizione di "Poesia" (pubblicato negli Atti del Convegno internazionale "Letteratura e religione in Europa, III", svoltosi a Milano, 27-30 settembre 1995,  e in "Testo" nuova serie, XVIII, gennaio-giugno 1997):
Tutti i versi che ho scritto, da vent'anni a questa parte, sono in forma chiusa: sonetti, madrigali, sestine, ottave, terzine dantesche, distici, serventesi classici e, ultimamente, quartine.
Se vent'anni fa qualcuno mi avesse chiesto: "Perché quest'ossessione della forma?", avrei risposto: "Perché sono una persona sensuale, incline al piacere dei sensi, e soprattutto a quello dell'udito". Perché il piacere che dà una ripetizione ordinata di suoni e di ritmi è un piacere sensuale. Perché la poesia è canto, e "incantamento", aiuta persino a respirare bene. [...]. Se oggi mi venisse fatta la stessa domanda, risponderei: "Perché sono una persona religiosa".[...]. Dalla poesia come incantamento sono arrivata alla poesia come "pensiero emozionato" o "emozione pensante". Pensiero e emozione diventano una sola cosa, la stessa cosa, attraverso la forma, attraverso il lavoro sulla lingua: il poeta è lo scienziato della parola come pensiero-emozione, e la sua grandezza è direttamente proporzionale alla quantità di pensiero-emozione che riesce a fissare nel lavoro formale. [...]. E sono arrivata alla mia ultima definizione: la poesia è "esposizione rituale della morte". L'imprigionamento delle parole è l'imprigionamento della vita: la sospensione, il congelamento della vita per affermare e salvare la vita. Se sacrificare significa rendere sacro mettendo a morte, la poesia significa la vita, la rende sacra attraverso il rito della forma che la espone alla morte. [...].


101.
Per me si va da un niente a un altro niente
a dar l'assalto alla mortalità.
Con tutto questo ardore ancora ardente
ancora non è vita questa qua.
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106.
Tutto nel cuore e tutto il cuore in tutto:
sarà così alla fine delle fini?
il cuore sparpagliato dappertutto?
senza più notti, senza più mattini?
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114.
Mica lo nego: sono una nervosa;
ma in fondo buona, sì, davvero, buona.
Venga chi mi perdona e spieghi cosa
in quest'antro di lupi mi perdona.
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138.
Facciamo tutto quello che è da fare,
se è fattibile... Diamoci da fare:
ché quando scenderemo nelle bare
avremo tutto il tempo per non fare.
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165.
Vero, non voglio più chi non mi vuole.
Né chi mi vuole troppo: è un oppressore.
Voglio semplicemente le parole,
sono loro il mio solo grande amore.
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182.
Così dico al mio corpo: Non volere
che quello che possiedi e per volerlo
impara che la pace è nel sapere,
perché sapere il mondo è possederlo.
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183.
Così dico alla mente: Per piacere
non dare peso ad altro che alla calma;
nelle eterne infallibili stadere,
lo sai, non peserai più di una salma.
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188.
Di quel poco che resta di quel fuoco
resta l'amore quando non si fa
che soffre troppo del suo troppo poco,
però profuma di felicità.

189.
Il domani di domani in domani
zampetta piano giorno dopo giorno
fino all'ultima scena e al battimani.
Poi giù il sipario. Senza più ritorno.
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Link:
1 - P. Valduga in wikipedia
2 - il post: Una Patrizia...
Altro cliccando l'etichetta Patrizia Valduga.
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martedì 6 novembre 2012

Sotto il coperchio del pozzo

Ove John Abildgaard (1916-1990).
Fotografato nel 1988 da Lars Gundersen.
In lars-g.dk/



























Da POESIA MODERNA DANESE a cura di Maria Giacobbe
Edizioni di Comunità - 1971


Due poesie di Ove Abildgaard
(1916-1990)
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Ci sorprendiamo
.
Ci sorprendiamo
e la chiamiamo mistero.
Ci sorprendiamo, ma la vediamo
vivere negli occhi vellutati
del cavallo,
quando senza pastoie
è soltanto un cavallo,
la vediamo risplendere
nelle lucide ali del merlo
nelle chiome autunnali
sotto i vortici estivi.
E come tenerezza
nel viso dell'amante
quando l'amato
si specchia nel sonno.
Il mistero
che il quotidiano nasconde
come il coperchio del pozzo
nasconde la chiara sorgente.
Ci sorprendiamo
e la chiamiamo mistero,
la sola sorgente.
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Vi undres...
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Vi undres
og kalder det gåden.
Undres, men ser
den leve i hestens
fløjelsøjne,
når den fri for tøjler
kun er hest,
ser den lyse
i solsortens blanke vinger
i efterårsløvet
under sommerens hvirvler.
og som ømhed
i elskerens ansigt,
når den elskede
spejler sig i søvn.
Gåden,
hverdagen skjuler
som daekslet over brønden
der skjuler den klare kilde.
Vi undres
og kalder den gåden,
den eneste kilde.
.
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Sotto la volta notturna
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Mi tuffai nei tuoi occhi
come anatra nel padule.
Bevvi dalle tue labbra
come da un secchio il vitello.
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Affondai nel tuo seno
come in un mucchio di grano
e i miei polmoni ansarono
come in fucina il mantice.
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Quando tutto fu calmo,
come dell'oro fuso,
gatti sazi dormimmo
sotto la volta notturna.
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Under nattens hattepuld
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Jeg dykked i dine øjne
som aender i mosevand.
Drak af dine laeber
som kalven af en spand.
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Sank i dine bryster
som i en dynge hvede
og mine lunger blaeste
som baelgen i en smedie.
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Da alt igen var stille,
som sammensmeltet guld
spandt vi os i søvn
under nattens hattepuld.
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giovedì 1 novembre 2012

La giustizia è semplice













DACIA MARAINI
Sulla mafia
Piccole riflessioni personali
Giulio Perrone Editore - 2009
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"Applicare le regole è la cosa più difficile per chi governa. Non crearne di nuove perché nei codici c'è già tutto, ma fare rispettare quelle vecchie, impedendo l'abitudine alle raccomandazioni, ai privilegi, alle pretese delle corporazioni. Le regole sono lì, basta applicarle. Ma nessuno ha il coraggio di farlo. In questi giorni sono alle prese con le memorie di una persona straordinaria vissuta a cavallo del secolo scorso: Emanuele Notarbartolo. Un uomo di legge, un amministratore nato e cresciuto a Palermo. Un uomo per niente rivoluzionario, tradizionale in tutti i suoi gusti, monarchico e conservatore. Eppure costui seguiva una pratica inconsueta: applicava le regole. E l'ha fatto prima come amministratore dell'ospedale comunale di Palermo che stava andando in sfacelo, poi come sindaco della città, quindi come amministratore del Banco di Sicilia che stava precipitando nei debiti. Appena arrivava a risanare un disastro economico e organizzativo però lo mandavano a casa. Il suo compito era mettere in pratica quello che nessuno osava fare: colpire i disonesti, tagliare gli sprechi, rompere delle consuetudini, sopprimere dei privilegi.
Creandosi ogni volta dei nemici nuovi e agguerriti. I politici gliela facevano pagare togliendogli lo stipendio e ogni possibilità di fare carriera.
La mafia no, la mafia, una volta attaccata, ha pensato solo a eliminarlo. Notarbartolo viene pugnalato da tre assassini sul treno che lo portava da Termini a Palermo la sera del 1° febbraio 1893. Per chi lo amava e lo stimava - la maggioranza della città - è stato un grave lutto. Ma cosa contavano gli abitanti senza potere di una città brutale e corrotta? Cosa contavano gli ammalati di un ospedale gestito coi soldi pubblici? Cosa contavano migliaia di risparmiatori di fronte alla mafia e ai suoi sostenitori?
Il pietismo e il paternalismo non servono ai più deboli. Non si tratta di politica ma di giustizia. Pochi si rendono conto che questo è un Paese assetato di giustizia. Anche se finge di non crederci, anche se pratica il vezzo del cinismo, anche se per abitudine preferisce allearsi coi più forti, anche se pretende di credere che la furbizia vinca su tutto. Quel poco o molto di buono che c'è nel Paese ha un bisogno fisiologico, estremo di giustizia. E non di una giustizia astratta, sbandierata, retorica, proclamata e fumosa. Ma di quelle piccole giustizie quotidiane che costituiscono poi la grande rete del vivere civile. Colpire i privilegi e dare spazio alla concorrenza per esempio. Sembra facile ma tutti sanno che da noi è peggio che ammazzare il drago dalle sette teste."
(Corriere della sera, 4 luglio 2006)
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Leggi anche il post Orrori nostri
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