martedì 30 ottobre 2012

Cabelo branco é saudade

 

























Quando ci si sveglia alle 3 del mattino e i pensieri ostinati e ingarbugliati riempiono la stanza e sembrano brulicare sul cuscino come insetti... non resta che ascoltare il fado (in cuffia, considerata l'ora!). E immaginare di vedere il Tejo scorrere. E sulle onde del fiume annegare i propri demoni come gamberetti nel vino bianco! E vedere i propri nemici sbracciarsi tra le correnti, nella speranza di attirare la nostra attenzione e di impietosirci fino a soccorrerli...ma noi non sappiamo nuotare!
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museodofado.pt
lisbonaturismo.it--
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Capelli bianchi è nostalgia
Testo e traduzione
in testifadoinitaliano.blogspot.com
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Capelli bianchi è nostalgia
di un'età andata via,
a volte non è per gli anni
ma sono le delusioni della vita
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Amare troppo è imprudenza
amare troppo poco durezza,
vecchiaia è un viso pieno di rughe,
capelli bianchi è nostalgia.
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Nostalgia sono colombe mansuete
che in noi trovano un rifugio,
paradiso di ricordi
dell'età perduta.
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Come neve che cade,
leggera senza tempesta,

una testa bianca come neve,
a volte non c'entra con l'età
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Più del tempo che passa,
a incanutirci la testa,
sono le pazzie d'amore
sono le delusioni della vita.
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Non guardare al passato
quando la vecchiaia si avvicina,
perchè ormai è tardi, non si può
tornare indietro
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È come legna bruciata
il cuore di chi ha vissuto a lungo,
la cenere è nostalgia
dell'età andata via.
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Testo – Henrique Rego
Musica – Popolare “fado das horas”

Repertorio di Alfredo Marceneiro

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*
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Cabelo branco é saudade
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Cabelo branco é saudade
da mocidade perdida,
às vezes não é da idade
são os desgostos da vida.
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Amar demais é doidice
amar de menos maldade
rosto enrugado é velhice
cabelo branco é saudade
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Saudade são pombas mansas
a que nós damos guarida
Paraíso de lembranças
da mocidade perdida.

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Se a neve cai ao de leve
sem mesmo haver tempestade
e o cabelo cor da neve
às vezes não é da idade.

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Pior que o tempo em nos pôr
a cabeça encanecida
são as loucuras de amor
são os desgostos da vida.

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Para o passado não olhes
quando chegares a velhinho,
porque é tarde e já não podes
voltar atrás no caminho
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É como a lenha queimada
dos velhos o coração,
as cinzas são as saudades
dos tempos que já lá vão.

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mercoledì 24 ottobre 2012

Tre di Lalla Romano

Foto di Edouard Boubat, 1950.
 in edouard-boubat.fr





















LALLA ROMANO
da Giovane è il tempo
(Da una ruvida mano)
Einaudi - 1974
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1
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Come il lume nella stanza tranquilla
senza un'apparente ragione
ha trasalimenti e cadute
e improvvise folgorazioni
qualcosa attraversa l'anima
che la fa lievitare e fiorire.
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2
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Da una ruvida mano siamo spinti
riluttanti animali
scacciati dal calore di una tana
sulle strade ventose
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Non sapevamo
che l'eterno è tempesta
ora tremiamo
nelle misere vesti
al vento siderale
.
Converrà mettere penne
e robuste ali:
sul mare
non soccorrono approdi
al lungo viaggio
.
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3
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Musiche nascono e muoiono
sono ancora parole
soli ardono si spengono
sono ancora tempo
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Solamente il silenzio
oltre il gelo dei mondi
oltre il solitario passo dei vecchi
oltre il sonno dimenticato dei morti
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solo il silenzio vive
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Tra le dita


http://www.triestepoesia.org/

 
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lunedì 22 ottobre 2012

Amori pregiati trattenuti


Raphael Perez: Relazione.
In it.artscad.com



























SULLE SCALE
di Costantino Kavafis
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da POESIE EROTICHE
Traduzione di Nicola Crocetti
Crocetti Editore -1983
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Scendevo quella maledetta scala;
tu entravi dalla porta; per un attimo
vidi il tuo viso ignoto e mi vedesti.
Poi, per non essere rivisto, mi nascosi, e tu
passasti in fretta, nascondendoti il viso,
e t'infilasti in quella maledetta casa
dove non avresti trovato il piacere, come anch'io del resto.
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Pure, l'amore che volevi l'avevo io da darti;
l'amore che volevo - lo dissero i tuoi occhi
sciupati e diffidenti - l'avevi tu da darmi.
Si sentirono, si cercarono i nostri corpi;
compresero la pelle e il sangue.
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Ma ci nascondemmo, tutt'e due sconvolti.
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venerdì 19 ottobre 2012

Padri e Madri della cultura italiana


Dipinto di Oscar Ghigla, 1908
in artesuarte.it



























Ispirata da un post intitolato Ci volete invisibili? che Michela Murgia ha scritto e pubblicato sul suo blog, dico la mia:
E' vero che a volte gli spazi sono stretti, è vero che in certe circostanze bisogna scegliere e dare la priorità a qualcosa o qualcuno rischiando di omettere, trascurare, dimenticare altro e altri.
Ma...bisogna usare anche il cervello!
Non è possibile, penserebbe un qualunque redattore di un qualunque elenco di nomi relativo alla letteratura italiana, che su TOT numero di nomi  soltanto UNO sia femminile!!
E' evidente che qualche nome maschile deve essere accontonato, per un momento, per fare spazio a nomi femminili. Oppure bisogna allungare la lista di almeno altri 20 nomi, tutti femminili!
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Vada per i padri della lingua italiana (a quei tempi le femmine dovevano soltanto fare figli ed erano appunto solo femmine, non persone, cittadine e lussi simili...addirittura si diceva che non avessero neanche l'anima!! Figuriamoci se potevano produrre "capolavori"... a parte i figli!) vada, dicevo, per i cosiddetti Padri che erano e restano i Padri, ma... avvicinandoci lentamente ai nostri tempi, dopo la pseudo scoperta dell'America, dopo la riforma luterana, dopo la caccia alle streghe, dopo la rivoluzione industriale, dopo le suffraggette, dopo il marxismo, dopo la resistenza al fascismo, dopo la contestazione del sessantotto, dopo il femminismo moderno, possibile che non ci siano almeno DIECI nomi femminili da ricordare, in Italia,  nel campo della letteratura?
IMPOSSIBILE.
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Che le si sia lette o no, che ci siano piaciute o no, ci sono autrici che sono state premiate, che hanno venduto, che sono state lette da tanti/e, che hanno insegnato a scrivere a tanti/e, che hanno insegnato a pensare.
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Allora facciamo un'opera buona, siamo responsabili, raccontiamo noi a chi non sa quali sono i nomi impossibili da evitare in un elenco, canone, antologia o storia della letteratura italiana che sia.

Io ne scrivo alcuni, voi scrivete i vostri schiacciando il tasto "commento". Aggiungete nomi o scartatene pure con i vostri argomenti e gusti.
Affianco i nomi che ho scelto con un link che spieghi in parte perché quel nome merita di essere ricordato:
E tante altri nomi femminili, in lungo e in largo, prima e dopo la Grande guerra, nomi nuovi o relativamente nuovi, nomi che hanno nutrito il femminismo italiano o l'hanno ignorato, nomi aiutati un poco dal riflesso di padri e mariti famosi o semplicemente o comunque nomi tenaci, nomi di carattere e di sostanza.
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Chiudo linkando un altro post, pubblicato sul blog di Noi Donne: Grazia Deledda non si legge a scuola
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giovedì 18 ottobre 2012

I met the wolf alone

foto in zetaboards.com






























Da L'AMORE NON E' CIECO
di EDNA ST. VINCENT MILLAY
a cura di Silvio Raffio - Crocetti Editore, 1991, 2001
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Il vero incontro
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Al timido occhieggiare d'ogni pecora,
..Al lupo! astuto il mio cuore gridava,
..e l'intero contado risvegliava.
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Al lupo! Al lupo! sùbito ad occorrere
..i buoni vicini in mio aiuto,
..recando badili e forconi.
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Il mio grido a distanza era ormai noto:
..per questo ero sempre salvata.
Il lupo vero lo incontrai da sola
..e fui tranquillamente divorata.
 .
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The True Encounter
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"Wolf!" cried my cunning heart
At every sheep it spied,
And roused the countryside.
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"Wolf!Wolf!" - and up would start
Good neighbours, bringing spade
And pitchfork to my aid.
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At length my cry was known:
..Therein lay my release.
I met the wolf alone
..And was devoured in peace.
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domenica 14 ottobre 2012

Scrive Bernhard

Nicole Müller in
denkenundschreiben.ch



















Da
UNA FOLLIA IN QUATTRO TEMPI
di
Nicole Müller
Traduzione di Chiara Guidi
Edizioni e/o - 1995
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In quel periodo e in quell'appartamento vuoto, gentile Dottoressa Nagel, scrive Bernhard, per la prima volta ho tentato di scrivere con un pò più di serietà. Per esempio mi ero prefissa di descrivere la familiarità delle cose, che avvertivo tornando a casa dopo il turno di notte. Era qualcosa che mi affascinava in modo straordinario. Tornavo a casa sul fare del giorno, salivo le scale brancolando nel buio, aprivo la porta dell'appartamento, giravo l'interruttore della luce, ed ecco quegli oggetti dall'aspetto tanto amichevole. Un sacchetto di plastica nel corridoio, il mio sacco a pelo accuratamente steso con qualche libro dalla parte della testa, il pane incartato.
Tornando a casa attraversavo l'appartamento e contemplavo i miei scarsi beni, e quei beni parevano avermi aspettato con calma e con pazienza e mi trasmettevano il loro calore. Pareva che nelle cose ci fosse qualcosa che non era per niente inanimato, ed era questo che avrei voluto descrivere. Ho tentato. Decine di volte ho tentato di descrivere il mio ritorno a casa e l'amichevole accoglienza da parte di quegli oggetti che hanno la cattiva fama di essere inanimati. Per fortuna in cucina c'era un bancone a muro con sgabelli da bar, perché io non avevo un tavolo, e senza quel banco da colazione in cucina non avrei avuto nemmeno un luogo adatto a un tentativo di scrittura. Si scrive e si fallisce, scrive Bernhard. Ecco la mia esperienza dopo altri dieci anni durante i quali il mio IQ non è cresciuto di un solo punto. Allora come oggi ho fallito a scrivere, ma allora come oggi mi sembra importante avere quantomeno un luogo dove sia possibile fare un tentativo di scrittura.
Allora insomma ho sempre fallito nel tentativo di illustrare la familiarità delle cose, e nel bel mezzo di questo fallimento è salito sul mio taxi Hugo Loetscher o Loertscher, di cui pur non avendo letto nulla ero in grado tuttavia di affermare con certezza che lui non aveva fallito a scrivere, visto che sui giornali erano uscite recensioni lunghe e molto benevoli delle sue opere, che io - contrariamente ai suoi libri - avevo letto per filo e per segno. Hugo Loetscher voleva andare a Zürichberg, da una casa cinematografica, se ben ricordo. Io volevo sapere qualcosa sulla scrittura, ma a causa della mia ignoranza non ho osato domandare nulla allo scrittore seduto in fondo alla macchina. Lui taceva, e io tacevo mentre facevo attenzione al traffico e lui al viavai per le strade. L'occasione di avere sul taxi un addetto alla parola, continuavo a ripetermi, non capiterà tanto spesso. [...]. Mentre il taxi attraversava la città e ci avvicinavamo sempre più alla nostra meta io ho lottato con me stessa, e appena siamo saliti su per la Dolderstrasse mi è venuto un coraggio di quelli che possono venire solo quando si è presi dal panico di rimaner tagliati fuori e ho domandato a Hugo Loetscher o Loertscher: "E' proprio necessario avere voglia, quando si scrive, o funziona anche senza voglia?". Loetscher o Loertscher non fu affatto turbato, come avevo temuto, dalla domanda di una tassista, e senza distogliere lo sguardo da fuori si limitò a dire:"Sì, è necessario. Senza voglia non si può scrivere". Ecco cosa disse Loetscher e non Loertscher, come oggi so, dopo aver letto le sue opere, sul mio taxi.
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giovedì 11 ottobre 2012

Tanto è gentile

Foto di Edouard Boubat: Gatti su un tetto.
In www.allposters.com























E dal gatto di Cesare Pavese passiamo alla gatta di:
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ELSA MORANTE
Minna la Siamese
in ALIBI
(Einaudi)
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Ho una bestiolina, una gatta: il suo nome è Minna.
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Ciò ch'io le metto nel piatto, essa mangia,
e ciò che le metto nella scodella, beve.
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Sulle ginocchia mi viene, mi guarda, e poi dorme,
tale che mi dimentico d'averla. Ma se poi,
memore, a nome la chiamo, nel sonno un orecchio
le trema: ombrato dal suo nome è il suo sonno.
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Gioie per dire, e grazie, una chitarretta essa ha:
se la testina le gratto, o il collo, dolce suona.
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Se penso a quanto di secoli e cose noi due divide,
spaùro. Per me spaùro: ch'essa di ciò nulla sa.
Ma se la vedo con un filo scherzare, se miro
l'iridi sue celesti, l'allegria mi riprende.
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I giorni di festa, che gli uomini tutti fan festa,
di lei pietà mi viene, che non distingue i giorni.
Perché celebri anch'essa, a pranzo le do un pesciolino;
né la causa essa intende: pur beata lo mangia.
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Il cielo, per amarla, unghie le ha dato, e denti:
ma lei, tanto è gentile, sol per gioco li adopra.
Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi,
processo io non ne avrei, né inferno nè prigione.
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Tanto mi bacia, a volte, che d'esserle cara io mi illudo,
ma so che un'altra padrona, o me, per lei fa uguale.
Mi segue, sì da illudermi che tutto io sia per lei,
ma so che la mia morte non potrebbe sfiorarla...
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(1941)
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sabato 6 ottobre 2012

Nelle tasche di Cesare

Riflessi. Foto di Jacques Wisman
in monsieurphoto.free.fr





















Cesare Pavese
LE POESIE
Einaudi - 1998
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Da Estravaganti scelte
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[II]
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Poter venir sepolto alla mia morte -
oh il più tardi possibile -
nel cimitero della notte azzurra.
Sprofondare in quel buio sanissimo,
con tutti i miei versi in tasca
e respirar quell'aria di montagna.
Ma la luna, no non la voglio.
Piuttosto rompo l'immagine
e invoco il bel sole d'agosto,
nell'esagerazione folle del mezzogiorno.
Là disteso nei venti dell'abbisso
sotto una fiorita di papaveri
sentir salire intorno a me nei brividi
di putrefazione e di morte
le lunghe marcide colonne ammiccanti
tra le sfere dei sogni
in un sommesso cantico di toni
dove le febbri che circolano in terra
nelle pagine della mia vita
siano esaltate e trasformate in forme
di colore sintetico
pieno di musica
e di poesia
e di scultura
e di architettura (perché senza quella non si fa nulla).
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E vedere nei campi delle stelle
sui torrenti sanissimi dei raggi
nei fremiti di tutto il paradiso -
nottetempo bambina -
avanzarsi sommessa e rassegnata
apparizione diafana di toni
la più bella di tutte
vestita di una seta di sorìa,
o di piume di augello,
o di una lunga camicia
la tua figura, o Margherita pia,
con un mazzolino selvaggio in mano
e protesa i seni verso le stelle...
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novembre 1927

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[III]
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La mia solitudine sommessa
si fa sempre più rassegnata.
Il mio bel gatto nero
come se avesse posseduta la mia donna
mi fissa da una mensola
cogli occhi sarcastici di un rivale,
e si lecca i baffi:
Non piango no, non urlo
perché sono rassegnato
e non mi muovo per la mia camera
perché in tutti gli angoli, in tutti i buchi in tutti gli oggetti
troverei cose buone e antiche e rassegnate
da paragonare ai miei sogni
spezzati come la spina dorsale di un seduttore.
Ma lasciatemi almeno cantare
in verso libero perché è più moderno
la dolce bocca della donna mia,
le sue fini narici palpitanti
come le ali degli angeli
e la curva sommessa delle ciglia
che avvolge tutto il volto ovale e bianco,
dove sognano sani gli occhi neri,
d'un'aureola dolce e casalinga
come la sua anima la sua anima buona.
E quello che mi strazia -
lo dirò solo a te pagina bianca
come la sua anima azzurra -
quello che mi strazia non è il suo rifiuto,
io sono brutto e magro, è stato giusto!
lei è buona e può far quel che le pare,
quel che mi strazia è il sorriso sarcastico
del mio gattaccio nero
che par l'incarnazione di pavese
e che dica "io l'ho, tu non ce l'hai,
io l'ho, io l'ho, io l'ho,
e tu non l'avrai mai.
Questo mi piace assai,
e un giorno morirem".
Sentite che poesia schifosa
esce dalla bocca di Pavese merdosa.
Ma un pensiero mi frulla e fa altero:
Pavese a tutti dona il suo cul nero.
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novembre 1927
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mercoledì 3 ottobre 2012

Sette voci in un sottoscala




 

 
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Vi aspettiamo a Trieste per questo piccolo evento
proprio nei giorni della BARCOLANA.

Prima di partire trovate le informazioni che vi servono
nella guida: A Trieste viaggio da solo (Bianca e Volta Edizioni, 2012)
di Antonella Carini e Grazia D'Aprile.

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