sabato 21 luglio 2012

L'eterna adolescenza di una Nazione

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Così parla Pierferdinando Casini,
La Repubblica online 21.7.2012


Questo dice Rosy Bindi,
La Repubblica on line 21.7.2012












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martedì 17 luglio 2012

Stracatàstrofe

Illustrazione di Adriano Gon in
Cuore di ciccia
di SusannaTamaro





















CUORE DI CICCIA
(1992)
di Susanna Tamaro
Giunti -2011
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Il protagonista, il piccolo Michele, il ciccione che vive dentro tutti noi, il diverso che ognuno di noi è, si sente triste e solo, ma mangiando sente un calorino alla pancia che lo consola!
Ovviamente è diventato grasso, e anche se il suo amico frigorifero, sempre pieno di buone cose da mangiare, lo ha nominato Cavaliere Cuore di Ciccia oltre che Marchese des Budins et Ciambellons, la sua mamma non è contenta e neanche il padre (genitori separati ma uniti nella lotta contro il grasso proprio e di Michele).
Una serie di avventure straordinarie porteranno Michele a capire i genitori e viceversa. Alla fine Michele sarà più magro e la mamma avrà un pò più di sana ciccia addosso:
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L'amicizia tra lui e il frigorifero nei primi tempi era passata inosservata. Soltanto alcuni mesi dopo, quando a tavola, senza neppure li toccasse, gli erano esplosi i pantaloni addosso, la mamma aveva cominciato a sospettare qualcosa. Stavano mangiando in silenzo e all'improvviso si era sentito quel rumore: Zstraapp.
"Cos'è stato? aveva chiesto la mamma.
"Un fu... fu... fulmine fo...forse" aveva balbettato Michele.
"Non c'è neanche una nuvola, non dire bugie" aveva detto la mamma, poi sospettosa aveva cominciato ad annusare l'aria. "Guardami negli occhi! Non hai mica fatto una...?"
Michele era diventato rosso: "Oh no, mamma, ti giuro di no!".
"Non sprecare giuramenti" aveva risposto allora lei, e avevano continuato a mangiare in silenzio.
Appena finita la frutta Michele si era alzato, e a quel punto era successa la catastrofe. Dopo due passi i pantaloni strappati gli erano scesi alle ginocchia, da lì erano scesi ai piedi e si era ritrovato in mutande nel mezzo della stanza.
C'era stato un minuto di silenzio, lui non si era mosso e la mamma neanche. Poi c'era stato un urlo agghiacciante lungo pressapoco così:
"Aaaaaaahhhhhhhhh!!!" e la mamma, gridando con quanta voce le restava:"Sei grasso come un porcello!" era caduta dritta svenuta per terra.
A quell'urlo erano seguiti momenti terribili.
La mamma, infatti, appena ripresasi dallo svenimento, gli aveva ordinato di salire sul tavolo e togliersi tutti i vestiti.
Mentre se ne stava lì, nudo come un verme e con la ciccia che a ogni respiro gli tremava debolmente intorno, la mamma era andata a prendere un metro giallo da sarti e aveva cominciato a misurarlo. Gli aveva misurato la circonferenza delle cosce e quella dei polpacci, la pancia e il torace, aveva misurato il collo, le braccia e il doppio mento, e a ogni misura, anziché stare zitta e tranquilla.,gridava forte il numero dei centimetri, e dopo il numero ogni volta aggiungeva:
"Che orrore! Santo cielo, che schifo!". 
Una volta finite le misurazioni aveva tirato fuori da un cassetto Il libro del Bambino Ideale e, parlando tra sé e sé sottovoce, aveva iniziato a confrontare i centimetri del suo bambino con quelli del bambino ideale.
Intanto Michele stava sempre lì tutto nudo in piedi sul tavolo. Dopo dieci minuti la madre lo aveva guardato negli occhi e gli aveva detto: "E' grave, ma non gravissimo! Se prendiamo provvedimenti tutto tornerà normale in breve tempo!".
Poi gli aveva afferrato il rotolino di ciccia della pancia, lo aveva tirato avanti e indietro affettuosamente un paio di volte e aveva detto:"Dobbiamo fare una grande battaglia insieme... e tu collaborerai, non è vero?".
"Certo, mamma!" aveva risposto Michele, che era sempre stato un bambino ubbidiente. Poi, quando la mamma era uscita con passo svelto, era sceso dal tavolo e senza neanche infilarsi i vestiti aveva raggiunto il frigorifero e l'aveva svuotato.

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lunedì 16 luglio 2012

Tra sordi

Alessandro Cervellati: La prostituta e il cliente, 1971.
in Genus Bononie Collezioni.it

























Dacia Maraini
DIALOGO DI UNA PROSTITUTA
CON UN SUO CLIENTE

atto unico
(1973)
Da Fare Teatro, Rizzoli, 2000
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Un cliente della prostituta Manila (un tale non ancora trentenne, fidanzato ufficialmente ad una donna che piace molto a sua madre, impegnato politicamente a sinistra) si stupisce della "sfrontatezza" di lei e l'accusa di "smontarlo", poi le suggerisce di cambiare mestiere, considerando che è troppo colta per prostituirsi, e quando si accorge che il rapporto sessuale a Manila è piaciuto quanto a lui (per motivi che Manila stessa non capisce) gli viene in mente di non pagarla e di rivederla piuttosto come amante.
Manila (che ha anche un neonato da mantenere) vuole in ogni caso i soldi guadagnati, ma lui ne approfitta per dimostrarle che in fondo è una povera donna che non può impedirgli di uscire senza pagarla e che ha quindi bisogno di un protettore, cosa che lui sarebbe disposto a fare.
Manila rifiuta e lui se ne va lasciandole soltanto la metà della somma pattuita e la promessa che sembra una minaccia di ritornare presto. Manila chiama a voce alta le sue amiche (forse vicine di casa, forse colleghe?) che fermano (dietro le quinte) il cliente, poi va ad allattare la sua bambina.
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Gli attori si fermano più volte ad aprire un dibattito tra il pubblico, cercando di capire e suggerire le riflessioni degli uomini e delle donne sulla prostituzione e sulla violenza di certa mentalità maschile e e di certi valori maschilisti della società:
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CLIENTE: Mi hai smontato. Tanto hai fatto che mi hai smontato. Possibile che non hai un briciolo di fantasia, di immaginazione? E pensare che io sarei capace di venire qui una volta alla settimana per dieci anni di seguito...
MANILA: Dieci anni? Ma chi ti vuole? Sei matto?
CLIENTE: Magari in agosto no, perché vado a Caserta con i miei. Ma gli altri mesi, sempre. Potremmo metterci d'accordo per il prezzo. Facciamo un forfait.
MANILA: Un tanto al mese insomma, uno stipendio fisso.
CLIENTE: Pensa che mio padre ha frequentato sempre la stessa puttana per venticinque anni di seguito.
MANILA: E tua madre?
CLIENTE: Che c'entra mia madre? Con mio padre lei ci va per dovere. Manco lo sa cos'è il sesso. In vita sua non ha mai goduto. Ha fatto cinque figli e non ha mai goduto.
MANILA: E tu come lo sai?
CLIENTE: Un giorno torno a casa e vedo mia madre seduta sul divano in camicia da notte che parla al telefono, con la radio accanto. Era una di quelle trasmissioni delle radio libere, sai, e lei stava raccontando tutto: io l'orgasmo non l'ho mai provato, mio marito è un porco che fa il comodo suo e poi se la squaglia senza dire ciao, mio figlio è uno schifosissimo frocio, pensa solo a sé, io ho strigliato pavimenti per cinquant'anni e ora non so manco chi sono. Sai che ho fatto?
MANILA: Hai spaccato la radio e te ne sei andato di casa sbattendo la porta.
CLIENTE: L'ho menata.
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giovedì 12 luglio 2012

Il vino


Siracide 31, 27-28
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Il vino è come la vita per gli uomini,
purché tu lo beva con misura.
Che vita è quella di chi non ha vino?
Questo fu creato per la gioia degli uomini.
Allegria del cuore e gioia dell'anima
è il vino bevuto a tempo e a misura.
Amarezza dell'anima è il vino bevuto
in quantità,
con eccitazione e per sfida.
L'ubriachezza accresce l'ira dello stolto
a sua rovina,
ne diminuisce le forze e gli procura ferite.
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sabato 7 luglio 2012

Quattro anni

Charlie Chaplin nel film Tempi moderni, 1936

















Oggi il blog festeggia il quarto compleanno! L'ho iniziato a Copenaghen e continuo a coltivarlo a Trieste.
E a proposito del mio rientro in Italia... mi sono resa conto di alcune cose che "prima" non vedevo o meglio le consideravo inevitabili anche se noiose.

"Ora" so che inevitabili non sono e non mi resta che usare la mia ironia per poter convivere con inutili fatiche quotidiane, imposte dal Sistema-Italia:

PERCHE' RENDERE LE COSE SEMPLICI
QUANDO SI POSSONO FARE COMPLICATISSIME!?
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giovedì 5 luglio 2012

La luce per l'eterno


Fondation Magritte. be


























NON CONOSCO MONDO MIGLIORE
di
Ingeborg Bachmann
Traduzione di Silvia Bortoli
Guanda - 2004
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Dalla Nota della traduttrice: "I testi della Bachmann raccolti in questo volume sono prevalentemente abbozzi e frammenti in origine non destinati alla pubblicazione e che non sono passati al vaglio di una cura critica. La loro natura di appunti sparsi, spesso vergati frettolosamente a mano, a volte oscuri, crea non poche difficoltà di lettura, ma ha il grande merito di mostrare la poesia nel suo farsi, nel suo andare a tentoni, trasportando un'immagine o una parola da un testo all'altro, alla ricerca di una destinazione che spesso sarà altrove, in un'altra opera più completa e significativa, ma che inizia qui, nell'abbozzo e nel tentativo. Questi testi, spesso interrotti, a volte raggrumati in parole dalle quali balugina un senso che resta nascosto e che traspare altrove in modo ancora incompiuto, sono tuttavia di grande interesse perché ci mostrano il laboratorio della poesia di una grande figura della nostra modernità."
Quindi: Appunti, riflessioni veloci da non farsi sfuggire, ossessioni, variazioni sulla stessa nota, intimità con sé stessa.
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Dalla Prefazione di Isolde Moser e Heinz Bachmann: "Esaminando il lascito alla ricerca di un paio di fogli particolari, ci sono capitate tra le mani le poesie inedite e non ammesse alla pubblicazione di nostra sorella. Rileggerle dopo quasi trent'anni è stata un'esperienza affascinante, commovente e così intensa che abbiamo pensato di non tenere più questi testi sotto chiave e di metterli invece a disposizione delle lettrice e dei lettori di Ingeborg Bachmann."
Ed è come essere stata invita dalla Bachmann, magari nella sua abitazione di Roma, a colazione, una bella colazione sostanziosa, con la luce del sole sulla tovaglia. Una colazione in cui lei ha ancora il mal di testa per il troppo alcol ingerito nella serata precedente e io ho una fame da lupa. Sul piatto ci sono l'onore, la responsabilità, il desiderio sessuale, il lutto, la speranza, la lucidità, l'abbandono, l'amore, la fatica, la giustizia, il dovere, il piacere: il dolore di vivere.
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Sono stati scelti dei versi di Gaspara Stampa per aprire la raccolta, versi che lei stessa cita tra i suoi appunti:
Vivere ardendo e non sentire il male.
Non ho potuto fare a meno di pensare che Ingeborg Bachmann è anche morta ardendo.
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Ad ogni modo io voglio andare ancora oltre, e scelgo, tralasciando di riportare il testo originale in tedesco, particolari versi di queste poesie, determinate frasi di questi appunti, per ricordarmi di questa lettura:
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Non vale niente un uomo tra i fratelli?
denigrato e coperto di sputi, schernito, diffamato,
si sa, per un'indimostrata opera buona.
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L'onore, venduto ad ogni tavolo d'amici.
Una storiella sporca in bocca a tutti.
La dismisura di un sentimento uccisa
da un fattivo usufrutto.
La mancanza di scrupoli impegnata
nella registrazione delle entrate.

*
Sono scomparse le mie poesie.
le cerco in tutti gli angoli della stanza.
Per il dolore non so come si scriva
un dolore, non so in assoluto più nulla.

*
Non conosco mondo migliore.
La stupida morale delle vittime lascia poco sperare.

*
Chi conosce un mondo migliore si faccia avanti.

*
Ho adorato, bruciato radici, aiutato a fare di ogni baccano
una festa, ripetuto a pappagallo ogni
parola e dimenticato la mia appartenenza.
Da un pezzo non ero più così.

*
corteggio tutti
e non conquisto nessuno,
il bigliettaio del tram
che mi chiude le porte
in faccia, il postino
che suona
troppo forte, corteggio
tutti, mi occorre
una folla di persone
per poterle amare,
è pericoloso amare
gli uomini, un delitto
imporsi a forza

*
che nel trionfo si aprono
tutte le porte ed entra
con la musica
lui, privo di tutto,
ed entra
con lieto cordoglio, avanza
il dio che è uno,
avanza la parodia
di ciò che è,
io vengo
per sfidare
la nuda
violenza
e le violenze
ben abbigliate.

*
E non mi muovo, bevo il tè e dormo
male. Ma mi raffiguro, strozzata dalle banalità,
mi raffiguro una vita, piena di fiori rossi,
non è modestia questa, è spegnersi,
un patto con la gioia che uggiosamente mi sale in faccia,
il complice della banalità e del passar del tempo, e
il selvaggio

*
Arriva il giorno in cui si vede nero
si fa colazione coi morti

*
l'ho già indosso,
il piccolo colletto,
perché
la scure sappia
dove va staccata
la mia testa dal corpo. Li ho
ancora, testa e
corpo?

*
Gli anni non passano, c'è sale
nel caffè e sul pane imburrato,
dev'essere questa la ragione.

*
Invecchiata di cent'anni in un giorno.
Sotto la scudisciata l'animale fidente
ha perduto
l'armonia prestabilita.

*
Il mio odore è diventato maledetto, ero una
scia di acquavite in una casa ben tenuta.

*
Due grandi navi passano mute

*
Avevo una bella casa.
Poi è stato vietato l'accesso.
Dalla polvere ho raccolto i vestiti
raccolti, regalati a uno più povero,
di quelli che hanno bisogno solo di vestiti
(Non mi dona, niente cinismo.)

*
Molte cose vivono, vengono vissute,
se io chiudo con te
non è perché dimentico.
Ma dobbiamo entrambi trovar pace,
ormai, me lo dici da tempo.
Ti lascio in pace, secondo un contratto
per cui dopo i disordini
tocca ai più pazzi. Qui stanno i nostri confini.
Possa la nostra natura trasgredire -
c'è anche la nostra ragione a
effettuare la lieve correzione, a
porre le pietre di confine, secondo contratto.

*
Il male, non gli errori, durano

*
La grazia morfina, ma non l'opera buona di una lettera.
Domande, massime a fin di bene di amici e sconosciuti.
arrivano fiori via Fleurop. Un interminabile
telegramma richiede presenza, lontano, chissà e perché.

*
e tu ti chini
sulla sua
mano e non
osi dire
quale opera buona
tra le infime
è la più grande,

*
Dopo molti anni
dopo molti torti subiti,
tutt'intorno delitti senza pari
e torti di fronte ai quali
diventa assurdo implorare giustizia.

*
Grazie sorella
che mi sveglia e ride
che ha visto il mio vero viso
e lo ha riflesso
attraverso il pallore, il silenzio.

*
Conoscevo la misura, tacevo
perché non avevo più niente da dire.

*
la morte alla quale ho raccontato è
è amara come trenta pasticche,
è lunga come una
caduta dalla finestra, e
io le dico, quando
siamo sole, lei lunga
come una lunga caduta, lei
così breve, lunga come un sonno,

*
Sul tuo petto ho
detto messa,

*
Ogni sentimento in me
hanno stanato,
non so cosa sia caldo
o freddo o
azzurro. Sento un'unica
nota alta, anche quando
la musica non suona, Io vedo
grigiopianto

*
...................................Anche i microbi
sotto il vetrino, anche il coniglio il cui
esperimento finisce con la morte, che
tremante e avvelenato non può più invocare
gli dei, sono i miei compagni,
cerco tutte le creature violentate

*
non vedete amici
non lo vedete
che dappertutto
incomincio a scavare la mia
mia tomba

*
Morto è tutto, tutto morto.

*
muori allora e fallo piano,
piano e soavemente, non vedete,
non lo vedete amici, non vedete nulla?

*
Ogni istante possiede dolci abissi
.
Abbozzi di puro tempo

*
la casa deve essere per sempre
la mia casa, ovunque
io sia, devo
preparare la sera,
e aiutare i pensieri
ad entrare nel sonno.

*
...................................L'arte,
uno sporco traffico
con le parole, verrà onorata,

*
Com'è difficile perdonare,
un lavoro così lento e faticoso
che mi impegna lui solo
da tanti anni.

*
Non lo vedete, non lo vedete, amici!
che non gli osno sopravvissuta
non l'ho neppure superato, non lo vedete,
che cammino all'indietro, che
d'ora in poi parlo all'indietro, che
mi restringo, butto avanti
i capelli intasco le mani
risucchio le parole, non lo vedete,
non vedete
.
che mi allontano da me, che declino,
che mi consegno
.
e grido, perché i pazzi
cercano a tastoni i loro custodi
come io il mio

*
Spesso ho pensato, quando l'odio
era più forte e volevo
saltare dalla terrazza più alta,
di chiamarti lì dove perdono potrebbe esserci
e giustizia.

*
Ma dov'eri negli anni condivisi?
Con chi hai parlato,
chi hai strangolato, di chi hai approfittato,
chi hai preso a male parole?

*
Essere sempre nelle parole, che lo si voglia o no,
Essere sempre in vita, piena di parole sulla vita,
come se le parole fossero in vita, come se la vita fosse nella
parola.

*
In un attimo di panico ho visto nella fessura del muro
uno scarafaggio nero,
si finge morto. Finto morto.
E imparo da lui,
mi fingo morta,
senza figli, senza amanti,
senza radio, senza telefono,
in questa fessura, smarrita
su questo pianeta, in
questa Berlino.

*
Ho in mano un romanzo, abbastanza pesante da uccidere
questo scarafaggio

*
una razione
di ragione, una razione
di felicità, questo, per lo più,
basta, una razione

*
l'ultima razione di felicità esaurita
consumate le tre briciole di
fede speranza e carità

*
Le grida perdo
come un altro si perde
i soldi, le monete,
il cuore, le mie grida
acute perdo a
Roma, ovunque a
Berlino, grida perdo
per le strade,

*
Si è provveduto
perché venga il giorno,
è
tutto qui.
*

.....................e poi lo sanno tutti
perché si beve, ci si sbronza, ci si
ci si stordisce, ci si stordisce
E cosa siano amore e rogne e progresso
lo sanno tutti e lo sa anche chi non si sbronza,
lo sanno tutti, io non lo dico più,

*
ami ancora una mano, ami ancora
il gioco di cinque dita ossute, ami ancora
che si giochi di più piuttosto che nulla giochi più,
ami ancora il gioco,
ami ancora, ami
un corpo che non crede più in se stesso
ami la sua caducità, l'infarto e il baratro
tra un possibile cancro allo stomaco e la cirrosi epatica,

*
In una notte d'amore dopo una lunga notte
ho di nuovo imparato a parlare e piangevo
perché mi è uscita di bocca una parola.

*
Bosco di pietra, niente tombe eccellenti, niente per mettersi in
ginocchio 
e per fiori niente. Sono così serrate lì le pietre, come
abbracciate l'una all'altra, nessuna si può pensare senza l'altra,
e concedendo ai vivi un palmo per passare,
senza lutto, Chi raggiunge l'uscita, non ha la morte,
ma il giorno nel cuore.

*
la mi bocca si incurva ancora sopra la mezzanotte

*
La mia pelle ha preso il colore dalla tua.

*
Uomini e donne, uomo e donna, va bene, deve
accadere spesso, e uomo e uomo e donna donna,
è buono solo ciò che fa bene, ha sempre
fatto bene

*
Che crudeltà,
graffiarmi sulla pelle,
al cuore non mi si può
più colpire.
Parlo e rido e parlo.
Più colpire.

*
Giovinezza, la luce per l'eterno,
non l'ho mai vista
ma mi batto per la gioventù.
Mi batto per te.
Ho avuto in dono un paio di settimane
di giovinezza e ho capito che
non ne faccio parte,
Vorrei essere giovane, perché non lo sono stata mai,

*
Come sei morto,
precipitato dritto
dritto
dalle mie braccia,
e abbandonato dritto nelle
mie braccia, ovunque
vada mi
inseguono quei cinque colpi,
o erano due soltanto,
io dico sempre cinque,
che mi hai inflitto, e
non me hai ucciso,
ma te,
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mercoledì 4 luglio 2012

L'arte dei senza cuore

Foto di Gabriella Gallo. In Lenz Rifrazioni. it


















IL RICATTO A TEATRO
(1967)
di Dacia Maraini
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da Dacia Maraini, Fare teatro 1966-2000, Rizzoli - 2000
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Accattivante rilettura di un testo molto denso! Sulla scena ci sono degli attori senza soldi, affamati ma testardi, e dei personaggi che si affacciano e ritraggono, a volte per timidezza altre volte per stanchezza.
Si sta provando, a stomaco vuoto, con un pò di antipatia reciproca a causa dei rispettivi difetti e vezzi, e con la tentazione di rinunciare, non avendo abbastanza soldi neanche per comprare un panino e far riattaccare il telefono.
Per scelta non hanno un/a regista ma esiste un testo, il copione, difeso di volta in volta dall'autore che è uno degli attori.
I personaggi sono Vero, un industriale generoso e paternalista con i dipendenti, sua moglie Giulia, una donna passiva, Lin, una giovane provinciale un pò vittima e un pò astuta, coinvolta nei loro giochi erotici, e Carmelo e Gim, due ricattatori, in coppia anche nella vita privata, ingenui e fanfaroni.
Sullo sfondo ci sono le centinaia di operai in sciopero dello stabilimento dell'industriale.
Gli attori strada facendo rivelano al pubblico i propri sentimenti privati e i propri dubbi sul recitare, sul come e per quale pubblico.
Difficile per me scegliere il brano da riportare nel post perchè sono tanti i momenti interessantissimi e succosi. Dovendo decidere comunque, scelgo la parte finale dei due atti:
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LIN: Io l'avevo detto che questa commedia non si metterà mai in scena.
VERO: Ecco, lo vedi, non siete professionisti. Un professionista non pianta le cose a metà, perché si è stancato. Va fino in fondo, fino in fondo. (Urlando) Capito?
GIM: (avvolgendosi un panno colorato attorno ai fianchi) Mi piacerebbe fare una parte di donna. Una santa Giovanna, per esempio. (Passeggia su e giù per il palcoscenico, dimenandosi)
CARMELO: (a Gim) Facciamo uno spettacolo noi due, da soli. Tu fai Anna Karenina e io il conte Vronskji.
VERO: Che maiali!
LIN: (ridendo) Siete bellissimi.
GIULIA: (immusonita, rabbiosa) Il tono alto non si può tenere, perché si è perduta la fede.
VERO: La fede in che? (Esasperato) La fede in che?
GIULIA: In quello che succede sul palcoscenico.
CARMELO: Chi ci crede più alla funzione scenica? Ha ragione Giulia.
GIM: (prendendo Vero e Giulia per mano) Facciamo un balletto per festeggiare la morte del teatro?
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Girano vorticosamente, trascinati da Gim e da Carmelo
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VERO: Non è serio. Non è serio. Siete dei buffoni.
GIM: Il teatro, cosa credi che sia? L'arte dei buffoni. (Fa un inchino, due inchini)
CARMELO: (inchinandosi anche lui) L'arte dei senza arte.
GIM: (inchinandosi di nuovo) L'arte degli imbroglioni.
CARMELO: L'arte dei bugiardi.
GIM: L'arte dei senza cuore.
LIN: (ridendo e imitando i loro inchini) L'arte dei senza talento.
VERO: (arrabbiato) Dei senza parola come voi!
GIM: Ah, no. La parola è tutto a teatro.
CARMELO: La parola è il nostro onore.
GIM: La parola è la nostra dolcezza.
CARMELO: La parola è il nostro tutto! (Si butta nelle braccia di Gim)
VERO: Sapete che vi dico? Vi caccio via. Il teatro è una cosa seria. Il teatro è una cosa tragica. Farò a meno di voi, prenderò degli altri attori.
GIULIA: Io rimango con te.
GIM: Resteremo anche noi, lo sai.
CARMELO: Dobbiamo guadagnarci da vivere.
GIM: Eccoci qui. Prendici e fai di noi quello che vuoi.
VERO: Oh, finalmente tornate a ragionare. Allora, via. Si ricomincia tutto da capo. Lin, Giulia. Ai vostri posti.
GIM: Il vecchio teatro ha vinto.
VERO: Stssss!
GIULIA: (prendendo in mano il copione) Il sipario si alza su due donne che si baciano.
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Lin va verso Giulia e la bacia.
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martedì 3 luglio 2012

A 29 anni

Bachrach Studio,
Gelatin silver print, 1903
da Seeing Gertrude Stein: Five Stories

































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