domenica 27 maggio 2012

The Ride Down Mount Morgan

Foto di Eva Rubinstein


















Arthur Miller
La discesa da Mount Morgan (1991)
A cura di Masolino d'Amico
Einaudi - 1993
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Il ricco assicuratore Lyman si sveglia all'ospedale, ingessato e confuso, dopo un incidente stradale.
Il personale ha avvisato la famiglia, ma al capezzale dell'infortunato arrivano due mogli, Theo in compagnia della figlia Bessie, e Leah che ha lasciato a casa il figlio Benny.
Qualcuno ha informato i media e la vicenda è già uno scandalo nazionale.
Inizialmente le due donne si aggrediscono a vicenda ma a poco a poco cominciano ad avere comprensione l'una per l'altra, e in certi momenti sembrano capire anche il comportamento di lui, che indubbiamente è una canaglia affascinante, ma se ne andranno via addolorate, incerte su cosa fare non appena lui si sarà ristabilito.
Il bigamo, entrando e uscendo dal sonno della narcosi (e dall'ingessatura), muovendosi tra la dimensione onirica e la cruda realtà, deve finalmente affrontare il problema rimandato per anni: non aveva voluto scegliere a suo tempo, ma adesso probabilmente perderà entrambe le mogli  e con loro anche i figli. Probabilmente.

ATTO PRIMO
[...]
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THEO  (precipitandosi minacciosamente verso Leah)  Fuori, fuori, fuori!
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Proprio quando lei sta per mettere le mani addosso a Leah, Lyman alza le braccia al cielo e grida implorante.
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LYMANN    Distese sul letto, tutte e due!
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Istantaneamente le tre donne si de-animano come cedendo di schianto all'impellenza del suo comando. Lyman le guida a gesti, senza toccarle, e fa sdraiare Leah e Theo sul letto vuoto accanto quello dove è rimasta la sua ingessatura. Bessie guarda immobile.
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LEAH  (distendendosi; con voce bassa, remota)    Che cosa gli dico, a Benny? Oh santo cielo, Lyman, perché...
THEODORA  (distendendosi accanto a Leah)    Hai un odore un po' asprigno, dovresti usare qualcosa.
LEAH    E' vero, ma a lui piace.
THEO    Blah.  (A Lyman)   E tu cosa diresti se una di noi si portasse a letto un altro uomo e ti chiedesse di dormirgli accanto?
LYMANN  (togliendosi gli occhiali)    Oh, cara, io lo ammazzerei. Ma tu sei una signora, Theodora; la squisita fattura del tuo nobile occhio, la tua fanciullesca fede in me e la tua delusione; il tuo idealismo e la tua mai ammessa avidità di ricchezza; la goffa tenerezza delle tue dita di legno, la tua cucina inguaribilmente protestante; il tuo savoir faire mondano e la tua inesperienza sessuale; le tue scarpe robuste e la tua devota maternità, l'intolleranza del tuo radicalismo di un tempo e l'ostinazione del tuo attuale amor proprio... il tuo teodorismo! Chi potrebbe mai rimpiazzarti!
LEAH  (ride)    Perché rido!!?
LYMAN    Perché sei una fottutissima anarchica, amore mio! (Si distende sopra tutte e due)  Oh, che piacere, che intensità! I vostri flussi di correnti contrari sono come fili di elettricità allo scoperto! (Le bacia tutte e due a turno)  Sarei  pronto a difendervi tutte e due fino alla morte! Oh, il doppio calore di due sante spose, questo è il paradiso! (Posa il capo su Leah portandosi alla guancia la mano di Theo).
LEAH    Senti, adesso devi prendere una decisione.
LYMAN    La sto solo rinviando il più possibile, rinviamola tutta quanta finché moriamo! Il rinvio, il rinvio, che cosa deliziosa è il rinvio, Leah, mia amata!
THEO  (si tira su a sedere)  Come fai a parlare ancora di amore è qualcosa che non riesco a capire.
LYMAN    Eppure io ti amo ancora, Theodora, anche se certe parti del tuo copro mi riempiono di rabbia!
THEO    E quindi le hai semplicemente sostituite con delle altre.
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Leah, sempre supina, alza una gamba in aria e la sottana le scivola mostrando la coscia.
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LYMAN  (rispondendo a Theodora, baciando la coscia di Leah)   E' la verità, sì... almeno, in un primo momento è stata solo una questione di carne.
LEAH  (stirandosi, distendendo le braccia e il corpo)    Oh, com'è stato bello! Mi sento ancora il cuore che batte fino alla punta dei piedi. (Si alza, va da lui)  Scoppi di salute, tu.
LYMAN  (un tentativo ironico)    Vuoi dire per la mia età? Sì.
LEAH    Non volevo dire questo!
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Si prendono a braccetto e camminano; gli altri spariscono nel buio mentre loro sono investiti dalla chiara luce del sole.
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LYMAN    Godo di una salute strepitosa. Minaccia addirittura la mia dignità.
[...]
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giovedì 24 maggio 2012

Decapotablement nous-mêmes

Marilyn Monroe e Arthur Miller
 Foto presa dal sito http://www.moicani.fr/































Un attimo. Il tempo di un clic fotografico. Il tempo di un battito cardiaco, il tempo necessario ad un metro di asfalto, per arrotolarsi sul pneumatico. E ne resta a lungo la traccia, a volte. Ma chi era dentro quel momento, nel tempo, non se ne ricorda più o non esiste più.
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lunedì 21 maggio 2012

Quattro di Trilussa

Foto da sito senato.it


















Carlo Alberto Salustri: TRILUSSA
(1871-1950)
POESIE SCELTE
Mondadori - 1951
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La libertà de pensiero
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Un Gatto bianco, ch'era presidente
der circolo der Libbero Pensiero,
sentì che un Gatto nero,
libbero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch'era contraria a li principi sui.
- Giacché nun badi a li fattacci tui,
- je disse er Gatto bianco inviperito -
rassegnerai le propie dimissione
e uscirai da le file der partito:
ché qui la poi pensà libberamente
come te pare a te, ma a condizione
che t'associ a l'idee der presidente
e a le proposte de la commissione!
- E' vero, ho torto, ho aggito malamente... -
rispose er Gatto nero.
E pe' restà ner Libbero Pensiero
da quela vorta nun pensò più gnente.
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Er disinteresse
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Una Mosca cascò drento un barattolo
pieno de marmellata
e ce rimase mezza appiccicata.
Cercava de sta' a galla, inutirmente:
provava a uscì, sbatteva l'ale, gnente!
Più s'attaccava ar vetro
più scivolava addietro.
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Un Ragno, che per caso
lavorava su un trave der soffitto,
còr filo de la tela, dritto dritto,
scese a piombo sur vaso:
- Che bella Mosca! - disse - pare un pollo!
E' necessario che la sarvi io
pijànnola p'er collo:
armeno ce guadagno
che fo 'na bona azzione e...me la magno. -
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Conosco uno strozzino amico mio
che cià li stessi metodi der Ragno...
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La colomba
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Incuriosita de sapè che c'era,
una Colomba scese in un pantano,
s'inzaccherò le penne e bonasera.
Un Rospo disse: - Commarella mia,
vedo che, pure te, caschi nel fango...
- Però nun ce rimango... -
rispose la Colomba. E volò via.
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Nummeri
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- Conterò poco è vero:
- diceva l'Uno a Zero -
ma tu che vali? Gnente: propio niente.
Sia ne l'azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
E' questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so' li zeri che je vanno appresso.
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venerdì 18 maggio 2012

La strada che porta

Salvador Dalì: "Dalì di spalle che dipinge Gala da dietro resa eterna da
 sei cornee virtuali", 1972-1973. In Vernissage - Il fotogiornale
dell'arte, n. 52, settembre 2004.

























Natalia Ginzburg
(Natalia Levi, 1916-1991)
La strada che porta in città
(Einaudi, 1942) Il sole 24 ore - 2011
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Veloce, sintetico, leggero e persino elegante, anche se racconta di miseria, di apatia, di indifferenza, di solitudine, di indecisione di fronte a due amori possibili, di una gravidanza inopportuna ma risolutiva, di un matrimonio riparatore e contemporaneamente di interesse.
Delia, che vive in un paesotto povero e noioso, in una casa in cui le galline entrano in cucina e lo spazio va diviso con altri quattro fratelli più un cugino, è ancora un'adolescente, immatura e già disillusa, colta nel momento in cui entra nella vita adulta, pur senza volerlo, e ci entra con l'arroganza innocente della sua età e con la fortuna sfacciata dei principianti. Questo passaggio è reso ancora più evidente dal trasferimento in città.

Un brano: "Non mi sarei sposata che in febbraio ed era soltanto novembre. Da quando avevo detto a mia madre che mi doveva nascere un figlio, la mia vita era diventata strana. Da allora m'ero dovuta sempre nascondere, come qualcosa di vergognoso che non può essere veduto da nessuno. Pensavo alla mia vita di una volta, alla città dove andavo ogni giorno, alla strada che portava in città e che avevo attraversato in tutte le stagioni, per tanti anni. Ricordavo bene quella strada, i mucchi di pietre, le siepi, il fiume che si trovava ad un tratto e il ponte affollato che portava sulla piazza della città. In città si compravano le mandorle salate, i gelati, si guardavano le vetrine, c'era il Nini che usciva dalla fabbrica, c'era Antonietta che sgridava il commesso, c'era Azalea che aspettava il suo amante e andava forse alle Lune con lui. Ma io ero lontana dalla città, dalle Lune, dal Nini, e pensavo stupita a queste cose. Pensavo a Giulio che studiava in città, senza scrivermi e senza venirmi a trovare, come non ricordandosi di me e non sapendo che doveva sposarmi. Pensavo che non l'avevo più rivisto da quando aveva saputo che avremmo avuto un figlio. Che cosa diceva? Era contento o non era contento che ci dovevamo sposare?"
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mercoledì 16 maggio 2012

Quattro di Montale

Jacob van Ruisdael (1629-1682): Interno della
Chiesa Vecchia di Amsterdam (particolare),
1657 ca. Foto Giraudon. Ecole des Beaux-Arts,
Parigi. In "I disegni dei maestri", Capolavori
fiamminghi e olandesi, Fabbri editori.





























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Eugenio Montale
SATURA (1962-1970)
Mondadori - 1971
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Nel fumo
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Quante volte t'ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
Poi apparivi, ultima. E' un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.
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La poesia, I
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L'angosciante questione
se sia a freddo o a caldo l'ispirazione
non appartiene alla scienza termica.
Il raptus non produce, il vuoto non conduce,
non c'è poesia al sorbetto o al girarrosto.
Si tratterà piuttosto di parole
molto importune
che hanno fretta di uscire
dal forno o dal surgelante.
Il fatto non è importante. Appena fuori
si guardano d'attorno e hanno  l'aria di dirsi:
che sto a farci?
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Le rime
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Le rime sono più noiose delle
dame di San Vincenzo: battono alla porta
e insistono. Respingerle è impossibile
e purché stiano fuori si sopportano.
il poeta decente le allontana
(le rime), le nasconde, bara, tenta
il contrabbando. Ma le pinzochere ardono
di zelo e prima o poi (rime e vecchiarde)
bussano ancora e sono sempre quelle.
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Incespicare
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Incespicare, incepparsi
è necessario
per destare la lingua
dal suo torpore.
Ma la balbuzie non basta
e se anche fa meno rumore
è guasta lei pure. Così
bisogna rassegnarsi
a un mezzo parlare. Una volta
qualcuno parlò per intero
e fu incomprensibile. Certo
credeva di essere l'ultimo
parlante. Invece è accaduto
che tutti ancora parlano
e il mondo
da allora è muto.
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lunedì 14 maggio 2012

Pronto alla follia


Lilac Bubble duo di Alan Buckle
da allposters.com



Camillo Sbarbaro
(1888-1967)
da Pianissimo - 1914
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Io che come un sonnambulo cammino

Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.

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Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
.................Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.

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E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.

Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.
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Traduzione in inglese di Natalia Nebel e Paola Morgavi
da freeverse
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I who walk like a somnambulist
along my beaten every-day streets,
tremble seeing you before me.
You walk ahead of me slowly
like a queen.
Roused suddenly from my sleep,
I adjust my step to yours –
masterful music.
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And possibilities of love and glory
come near my heart and swell it.
For a head’s foolish little curls,
for the brim of a hat, I’m still able
to unburden myself of sorrow.
I’m still young, inexperienced,
my heart open to all possible follies.
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A light gleams in the half-sleep
of my life.
Everything is suspended as in waiting.
I stop thinking. I’m content and silent.
My heart beats to the rhythm of your step.
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giovedì 10 maggio 2012

Tra i sogni e la memoria

Dacia Maraini
Foto in ultimaora.net






















LA GRANDE FESTA
di Dacia Maraini
Rizzoli - 2012
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"Invecchiando il cuore si riempie di morti. Si trasforma in un piccolo cimitero che vorrei assomigliasse più al giardino fiorito di Harvard che ai cortili ingombri di cassettiere di cemento di casa nostra.
Amici scomparsi anzitempo, amori lontani, nonni, zie, zii, padri amorosi, cugini straziati, cognati, sorelle. Per fortuna mia madre è viva, ha quasi cento anni e mi telefona due o tre volte al giorno. 'Hai sentito  che vogliono tagliare gli alberi del Lungotevere per farci dei garage? Devi scrivere qualcosa per protestare. A una città servono di più gli alberi che i garage' dice saggiamente, 'abbiamo ancora il feticcio della macchina, senza pensare che presto le dovremo buttare tutte via perché non ci sarà più benzina, torneremo a scoprire le biciclette e i carretti coi muli.'
Il mondo intero la preoccupa. Vorrebbe rimediare ai guasti ma non ha più la forza di protestare. Perciò chiede a me di farlo.
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Quando le viene la febbre, chiede al medico se è arrivato il momento di morire.
Il medico risponde di no, che ha un cuore di ferro e lei sorride mormorando: 'In effetti non sono ancora pronta'.
Questo non le impedisce di prepararsi con serena razionalità al grande evento."
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domenica 6 maggio 2012

Scendere al capolinea

Giuseppe Maria Crespi (1665-1747),
"Sportelli di libreria musicale" (1725)
Immagine da http://www.artrenewal.org/
L'originale è a Bologna, al Museo internazionale e
biblioteca della musica





























Ma cos'è un giovane scrittore? Un/a esordiente di non importa quanti anni o uno che scrive non importa cosa ma ha tra i 15 e i 30 anni?
E cos'è un esordiente? Uno/a che ha appena pubblicato il suo primo libro o uno/a che pubblicando ha per la prima volta successo?
E cos'è il primo libro? Il primo testo scritto e concluso in assoluto o il primo libro che finalmente gli/le viene pubblicato?
E cos'è il successo? La gente che ti ha letto e ti scrive o i numeri delle vendite che gli editori tengono nascosti quasi anche a se stessi, sotto tante parole e tante scuse apparentemente ben orchestrate?
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Un giovane autore che usa dieci anni della propria vita, o anche di più, alla ricerca di una casa editrice che pubblichi i suoi testi  (intanto che lavora e vive, e inizia e finisce convivenze e matrimoni, e scrive e riscrive più testi), quando finalmente la trova (10, 15, 20 anni dopo il primo tentativo di cercarla), è ancora un giovane autore o è una vecchia ciabatta?
Pubblicare comunque, ad ogni costo, con chiunque, a qualunque condizione... è davvero necessario?
E fa di te uno scrittore, una scrittrice? O di te fa soltanto un/a egocentrico/a narcisista?
Sembrerebbe che anche un Aron Hector Schmitz cioè Italo Svevo e una Gertrude Stein pubblicarono a proprie spese alcuni dei propri testi...
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Io ho scoperto di essere anche tradizionalista e se dico "pubblicare" penso ad un libro rilegato, se dico "casa editrice" penso ad un ufficio, ad una redazione con almeno un omino o una donnina, un telefono e una cassa dalla quale prendere dei fondi per pubblicare ciò che a loro piace; se dico "libro" penso a pagine di carta piene di parole stampate!
Ma il mondo cambia - continuamente - e un'abitudine diventa presto tradizione e una tradizione diventa prima o poi un'abitudine vecchia, antiquata.
E arriva, per restare, la pagina virtuale. E le tasche degli editori sono vuote. E gli uffici di molti editori (non solo i loro) sono soltanto un computer e una stampante, e le pagine sono schermi luminosi e le parole sono sempre meno originali, sempre meno interessanti. Potrebbe venir voglia di dire: "Fatemi scendere, per favore!"
Ma il veicolo non sembra avere altre fermate possibili e allora tanto vale non dirlo: prima o poi arriva il capolinea. E da lì a piedi si torna a casa.
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venerdì 4 maggio 2012

Arturo Fittke

Arturo Fittke (Trieste 1873 - Divaccia/Slovenia 1910):
Impressione di Venezia - 1907
(Foto dal n.22 degli Atti dei Civici Musei di Storia e Arte di Trieste, 2011)
























Una delle ultime sorprese (dallo Zingarelli: il sorprendente, il prendere alla sprovvista, all'improvviso, ciò che cagiona meraviglia stupore e simili), una tra le varie degli ultimi mesi (non necessariamente tutte positive) sono i dipinti di Arturo Fittke nelle sale del Sartorio, uno dei musei triestini.
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Era di origine tedesca e protestante. Impiegato alle poste, dipingeva solo per se stesso, da ospite, nello studio del pittore Umberto Veruda; vendeva  pochissimo, non era apprezzato, era spesso malato, aveva una personalità scontrosa. Dal 1893 al 1896 aveva studiato presso l'Accademia di Monaco di Baviera e precedentemente aveva frequentato i corsi serali di disegno del pittore Eugenio Scomparini alla scuola industriale di Trieste. Parliamo di una Trieste amministrativamente austriaca, si deduce dalle date.
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Si suicidò con un colpo di rivoltella, in treno, sul viaggio di ritorno a Trieste da Graz. Anche queste notizie biografiche, raccolte da Marzia Vidulli Torlo, le ho trovate negli stessi Atti dai quali ho tratto la foto. I suoi lavori sono molto personali: un pò impressionista, un pò realista, sicuramente intimista e malinconico.
E come sono arrivati i Fittke ai Musei Civici di Trieste?
Da una donazione di 116 opere, tra disegni e dipinti, fatta da Carlotta Piperata Rebecchi nipote del collezionista Giuseppe Piperata (nato nel 1883 a Lussinpiccolo, oggi Croazia) dal quale aveva ereditato le opere. E poi c'è stato il restauro finanziato dalla signora Costandinides.

Non è meraviglioso questo conservare, raccogliere e infine donare un qualcosa che si sa prezioso e particolare anche se gli altri non condividono, non vedono e sottovalutano?
Tante cose belle potrebbero finire nel fuoco e non esistere mai più, per sempre, invece qualcuno le salva da questo possibile dimenticarsene, in attesa di interlocutori.
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E' invece triste questo frequente "destino" di tanti artisti, parola che uso in senso generico (non solo per pittori/pittrici), che include il suicidio o la follia o entrambe, spesso con annesse la solitudine e la derisione. Triste ma in fondo soltanto un dettaglio di fronte alla sorpresa della loro personale luce posata sul loro raccontare e inglobata nel loro raccontarsi.
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