domenica 29 maggio 2011

Quelli là

Presentazione presso La Feltrinelli di Trieste di Quando eravamo froci
Gli omosessuali nell'Italia di una volta di Andrea Pini (al centro della foto).
 Dialogono con l'autore Davide Zotti presidente del Circolo Arcobaleno
Arcigay Arcilesbica di Trieste e Angela Siciliano.
28 maggio 2011, ore 17.30.





















QUANDO ERAVAMO FROCI
di Andrea Pini
Il Saggiatore - 2011
(Prefazione di Natalia Aspesi)
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Soprattutto è l'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta che viene fuori da queste pagine di interviste e di analisi sia attraverso la stampa che le leggi e i costumi, un 'Italia in cui essere "froci", "finocchi", "invertiti" era reato e bisognava quindi esserlo clandestinamente (le lesbiche che quasi non ci sono in questo libro non vivevano ovviamente più felicemente e più liberamente, ma sappiamo che il machismo della nostra cultura l'ha sempre sottovalutato a livello sociale mentre privatamente e in sordina - nel luogo invisibile della vita domestica - l'ha sempre represso con altrettanta violenza).
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Una repressione applicata anche attraverso la cosiddetta buoncostume , una repressione che veniva incoraggiata, quasi imposta direi dalla ufficiale morale cattolica (sia chiaro: la morale cattolica ufficale, non quella cattolica del quotidiano dove invece vari reati a sfondo sessuale sia in senso etero che omo accadevano e accadono ancora), e contemporaneamente questa repressione e questo disprezzo non venivano nè praticamente combattuti nè ufficialmente condannati dall'Italia cosiddetta progressista, di sinistra, comunista, socialista, liberale che fosse. Molti/e si sono imposte di conseguenza la famosa "doppia vita" (...altri invece si sono autorepressi morendone di sofferenza e infelicità o di suicidio...ma questi sono contenuti di e per altri libri!).
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Fondalmentalmente dalle loro parole si sente una nostalgia per l'atmosfera e lo stile di quegli anni, (pur nella imposta ipocrisia e nella impossibilità di vivere secondo sé stessi) dovuta forse alla nostalgia per la giovinezza oppure ad una omofobia interiorizzata.
Un'altra generazione! I froci appunto di una volta. Quelli che venivano definiti o si definivano "passivi" o "attivi". Ora ci sono semmai i gay e un altro modo di vivere la propria omosessualità in una società che bene o male è anche passata (o pienamente o sfiorandoli appena o ostacolandoli) attraverso il Sessantotto, il femminismo e la rielaborazione dei ruoli di genere. E la coscienza dei diritti civili che include chiunque anche gli/le eterosessuali.
Tra gli intervistati: Elio Pecora, Paolo Poli, Giò Stajano.

"Non si deve credere che la violenza antiomosessuale nasca in quegli anni, è vero il contrario: esiste da secoli, documentata in tutto il mondo occidentale, a cominciare dal diffondersi della cristianità.
[...]. Allo stesso modo il controllo repressivo da parte della polizia (e della magistratura) sui comportamenti omosessuali ha visto un continuum a partire dal fascismo, proseguendo nell'epoca repubblicana, seppure con meno veemenza. [...]. Inaspettatamente questa mole di notizie negative non trova un grosso riscontro nelle parole dei nostri intervistati e le ragioni sono sia oggettive (non hanno saputo, non hanno letto, i fatti erano circoscritti, la violenza forse era meno diffusa di oggi) sia soggettive (una sorte di presa di distanza che talvolta arriva alla rimozione)."
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Dalla prefazione di Natalia Aspesi: "Come fidanzati erano i migliori, i preferiti dalle mamme: impeccabili, gentili ed eleganti, capaci di notare la luce di un filo di perle o un nuovo ardito paio di scarpe; poi affidabili fino all'esagerazione. Tanto che certe fidanzate si incupivano di quei baci rari e sfuggenti; e mai un corpo a corpo da cui difendersi. O no. In quegli anni, negli anni cinquanta, più o meno tutte le ragazze sul mercato matrimoniale hanno avuto un fidanzato così, almeno uno, se non di più, quando particolarmente sfortunate."
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venerdì 27 maggio 2011

Il petto non è un tavolino


Vitaliano Brancati
(Pachino 1907 - Torino 1954)


LA GOVERNANTE
Bompiani - 1957

Questa commedia scritta nel 1952 fu bloccata a lungo dalla censura, venne rappresentata infine nel 1966. L'attrice Anna Proclemer (moglie di Brancati dal 1947 al 1953) dichiarò che i censori si erano fermati all'apparenza di certi fatti narrati e non avevano saputo o non avevano voluto vedere che si trattava di una delle commedie più 'morali' del teatro moderno.

La vicenda è imperniata su Caterina Leher, una governante francese assunta in casa Platania, una famiglia siciliana e borghese trapiantata a Roma, e Leopoldo, il padre, il suocero, il patriarca che ha già sperimentato il suicidio di una figlia, a causa dei pregiudizi e della rigidità morale.
La governante, Caterina, è protestante e considerata da tutti un modello d’integrità. Ma improvvisamente accusa Jana, la giovane e ingenua cameriera dei Platania, di aver espresso tendenze omosessuali, e ne causa il licenziamento. La ragazza non capisce e muore in un incidente mentre torna disperata in Sicilia. Caterina si sente responsabile della fine di Jana e decide di impiccarsi.

La Governante è un testo senza tempo per la costante attualità dei suoi contenuti come l'omosessualità, il perbenismo, il moralismo.
Il lesbismo è raccontato in maniera allusiva ed elegante, come andava fatto in quegli anni in cui "si faceva ma non si diceva" e mai le parole che definivano venivano dette (vedi "Quando eravamo froci" di Andrea Pini, Il Saggiatore, marzo 2011). Ma la delicatezza di Brancati aveva comunque spaventato i censori democristiani. Del resto il lesbismo non era l'unico argomento pericoloso del testo!
Delle rappresentazioni (la prima era stata fatta da Anna Proclemer, Giorgio Albertazzi e Gianrico Tedeschi) io ricordo quella trasmessa in tv, con Carla Gravina e Turi Ferro.



ATTO SECONDO

ALESSANDRO: Moralità? La moralità italiana consiste tutta nell'istituire la censura. Non solo non vogliono leggere o andare a teatro, ma vogliono essere sicuri che nelle commedie che non vedono e nei libri che non leggono non ci sia nessuna delle cose che essi fanno tutto il giorno - e dicono. Chiudere la bocca agli scrittori; ecco il sogno degli italiani.
LEOPOLDO (che ha sentito dall'orecchia libera più che da quella su cui preme il ricevitore, ad Alessandro): Ma lei è siciliano?
ALESSANDRO: No.
LEOPOLDO: E allora perchè parla male dell'Italia? Solo noi siciliani possiamo lamentarci di come ci ha trattato il governo italiano...(Al telefono) Scusami, Alfio. Ho parlato con un tale che sta qui...
ELENA (alzandosi): Ma babbo, il signor Bonivaglia non è un tale: è un grande scrittore. Alessandro, le presento mio suocero. (Alessandro si alza e porge la mano a Leopoldo che, intento com'è a rispondere al telefono, non lo vede)
LEOPOLDO (a precipizio): No, una grande fesseria...Fai una grande fesseria...Non la fare, Alfio, non la fare! (Alessandro rimane in piedi fra il disagio delle donne) Io, quando m'accorsi che Jana non era quella che credevo...(Gridando) Jana, sì, la cameriera...la rispedii subito in Sicilia. E' partita dieci giorni fa...Abbiamo un'altra cameriera...No, ce l'ha procurata la signorina Caterina...(gridando)...Sì, la conosceva, perché erano state insieme presso la stessa famiglia...si chiama Francesca...Una donna che vale più di quanto pesa...Dico di più, perché pesa poco, purtroppo... è magra...non mangia niente...
ALESSANDRO (guarda il medaglione sul petto di Elena): Grazioso. (Fa per toccarlo)
LEOPOLDO: (si accorge del gesto di Alessandro, imperiosamente): No!
ALESSANDRO (si arresta con la mano in aria)
LEOPOLDO: Lei non ci vede con gli occhi?
ALESSANDRO (abbassa la mano interdetto, cerca di sorridere): Non capisco.
LEOPOLDO (posa il ricevitore accanto all'apparecchio, si alza e fa il giro del tavolo): Glielo spiego io. (Si avvicina a Elena) Lei cosa vuole vedere, questo medaglione? Lo guardi!...con gli occhi! Con questi! (Gli tocca le palpebre) Queste (gli prende le mani e gliele accosta sui fianchi) qui!
ELENA (smaniando): Ma Caterina, glielo dica lei - dato che lei, l'ascolta - glielo dica che non è possibile comportarsi così!
CATERINA (sorride e cerca di accomodare le cose): Il signor Alessandro s'intende molto di orificeria. Sono sicura che capirà subito da chi è stato lavorato questo medaglione. (A Elena) Permette, signora? (Le sgancia da dietro la nuca la catena a cui è appeso il medaglione e lo porge ad Alessandro) Guardi!
LEOPOLDO (a Elena): Impara. Quando c'è qualcuno che vuole ammirare il tuo medaglione, levati la catena e dagliela in mano, così potrà osservare con tutto il suo comodo. Il petto non è un tavolino.
ALESSANDRO (guarda con collera la medaglia e la posa subito sul tavolo)
LEOPOLDO(ad Alessandro sarcastico): Adesso non le piace più, eh?
ELENA (con uno scatto): Babbo, lei è diventato insopportabile! (Esce)




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martedì 24 maggio 2011

Broken Glass


Arthur Miller (1915-2005)

VETRI ROTTI (1994)
Einaudi - 1995
Traduzione di Masolino d'Amico

DALLA SCENA DECIMA:
[...]
SYLVIA (alza le spalle) Che differenza fa? (Sospira, stanca - fissa davanti a sé. Rivolgendosi soprattutto a Margaret) Il guaio, vedete - è stato che Phillip è sempre sempre stato convinto di dover essere come la Roccia di Gibilterra, o perlomeno che questo ci si aspettasse da lui. Che niente potesse alterarlo. Ma già dopo un paio di mesi di matrimonio io avevo capito che...era tutta una messinscena. Anzi, da allora ho pensato addirittura di essere più forte di lui. Ma che ci vuoi fare? La mandi giù e gli fai credere che sei la più debole. E dopo un pò non trovi più una parola sincera con cui sciacquarti la bocca. E alla fine eccomi qui, che non posso più fare niente per lui...(Cominciando a piangere) proprio quando ha bisogno di me!
HARRIET (desolata, si alza in piedi) Ho in forno uno stufato che è una meraviglia, te ne porto un po'?
SYLVIA Grazie, ma Flora cucinava qualcosa.
HARRIET Ti chiamo più tardi, cerca di riposare. (Fa per avviarsi, si ferma, incapace di trattenersi) Mi rifiuto di credere che tu ti senta colpevole di questo. Come puoi pensare che la gente debba mettersi a dire quello che sa? - Non rimarrebbero in piedi due matrimoni in tutta Brooklyn! (Quasi sopraffatta) E' ridicolo! - sei la miglior moglie che gli sarebbe mai potuta capitare! - altro che storie! (Esce in fretta. Pausa).
MARGARERT Io ho lavorato nel reparto pediatrico per un paio di anni. Certe volte avevamo anche trenta o quaranta neonati tutti insieme. Dopo un giorno o due di vita avevano già la loro personalità; qui ne vedevi uno fermo fermo come una piccola mummia...(Imita una mummia, con le mani strette a pugno) Il classico banchiere. Quello accanto si divincola come se avesse il ballo di San Vito...(Agita convulsamente le mani) Felice come un cavallino. Poi c'è la Signorina Tumistufi, che già si preoccupa se le si vede l'orlo della sottoveste. E come potrebb'essere diverso...ognuno di loro ha dietro di sé ventimila anni di razza umana...vuoi essere tu a cambiarli?
[...]

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mercoledì 18 maggio 2011

Un giorno turchino


Bertolt Brecht (Augusta, 1898 - Berlino, 1956)
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Da L'opera da tre soldi (1955)
A cura di Emilio Castellano
Einaudi - 1956


Atto Primo

CON UNA CANZONCINA POLLY INFORMA I GENITORI
DELLE SUE NOZZE COL BANDITO MACHEATH.

I.
Un tempo pensavo, quand'ero innocente
(e lo sono stata, proprio come te):
da me pure un giorno forse verrà un uomo,
e allora ho da sapere il fatto mio.
Uno che abbia i soldi
e sia ben educato
e che, festa o no, abbia il collo di bucato
e che sappia come si parla ad una signora.
E a quello gli dico un bel no.
Un pò di contegno, mia cara,
e serbare le distanze.
D'accordo, sì, notte con luna in cielo,
d'accordo che la barca prenda il largo,
ma non dare altre speranze.
Quello che conta è non lasciarsi andare,
dimostrarsi fredde e dure.
Tante cose potrebbero avvenire
ma, ahimè, la mia bocca dice: No.

2.
Il primo che venne fu un tale del Kent:
aveva tutto quel che occorre a un uomo.
Un altro era padrone di tre navi
e un terzo era pazzo di me.
Ed avevano soldi
ed erano educati
e, festa o no, puliti e profumati
e sapevano come si parla a una signora.
E a tutti io dissi un bel no.
Un pò di contegno, mia cara,
e serbare le distanze.
D'accordo, sì, notte con luna in cielo,
d'accordo, la barchetta prese il largo.
Ma non diedi altre speranze.
Quello che conta è non lasciarsi andare,
dimostrarsi fredde e dure.
Tante cose potevano avvenire
ma ogni volta la mia bocca disse: No.

3.
Finché un bel giorno, un bel giorno turchino
venne uno che non mi pregò:
entrò nella mia stanza, attaccò il cappello al chiodo
e io non seppi più quel che facevo.
Lui non aveva soldi,
era maleducato
e al dì di festa sempre mal lavato
e non sapeva come si parla ad una signora,
ma a lui non risposi di no.
Non fui contegnosa, mia cara,
e non serbai le distanze.
Ahimè, ahimè, notte con luna in cielo!
Ahimè, barchetta che non prese il largo!
Ahi, perdute speranze!
Non mi rimase che lasciarmi andare
e fredda e dura non potei restare.
Tante cose dovettero avvenire
poiché la mia bocca più non disse: No.



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lunedì 16 maggio 2011

Ti scrivo


Fernando Botero: La lettera - 1976
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Scrivere una lettera e imbucarla
affidandola alla semplicità del rito
alla modalità del viaggio
ai giorni della consegna
alla benevolenza di chi la riceve
al gioco delle opportunità.
Scansando il rischio del ridicolo
sperando nella giusta lettura.


Spedire una lettera e amarla
per quel pizzico di follia
che trasporta con sé
per quel grano di sapore
al quale allude.
Per l'illusione innocente
di una risposta vera.



© Angela Siciliano 
La si trova nella raccolta Tra le dita pubblicata nel 2012 con Franco Puzzo Editore.

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All'interno della rassegna Oh Poetico Parco di Trieste (http://ohpoeticoparco.wordpress.com/) il Circolo Arcobaleno Arcigay Arcilesbica di Trieste organizza un concorso di scrittura intitolato TI SCRIVO.
Il concorso è curato da Angela Siciliano ed è riservato alle donne, tutte, lesbiche, etero, bi-e-transessuali. Si è scelto questa volta di stabilire non tanto il tema quanto la forma d'espressione: la lettera. Una lettera in cui, in versi o in prosa, la scrivente si rivolge all'interlocutrice/interlocutore per parlare d'amore o di odio, per dire addio o per sedurre, per esprimere pensieri, sviluppare critiche, osservazioni politiche e filosofiche e quanto altro ritenga impellente dire.
Le giurie saranno due, una stabilita dal Consiglio Direttivo del Circolo Arcobaleno, che farà una prima selezione, e l'altra che consisterà nel pubblico stesso, che parteciperà alla serata dell'8 luglio, presso il Parco San Giovanni di Trieste, data in cui si premierà la poesia o il brano ritenuto migliore dalle giurie.
Le poesie o i brani possono essere inviati via mail o per lettera indicando nome, cognome, indirizzo postale, indirizzo mail per le comunicazioni relative al concorso, numero di telefono e la seguente dichiarazione: “Dichiaro che le opere da me presentate a questo concorso sono di mia creazione personale, inedite, non premiate o segnalate a precedenti concorsi. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003).”
Il risultato del concorso sarà pubblicato sul sito del Circolo Arcobaleno di Trieste, sul blog della curatrice e stampate in un fascicolo che verrà prodotto in un secondo momento dal Circolo Arcobaleno di Trieste e distribuito alle autrici. Le opere vanno spedite a trieste@arcigay.it o al Circolo Arcobaleno, via Pondares n. 8 - 34131 Trieste, a partire dal 25 maggio fino al 25 giugno 2011.
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Aggiornamento del 04 luglio 2011:
In giuria: Roberto Benedetti, Davide Zotti, Angela Siciliano, Clara Comelli, Maria Ginaldi, Giuseppe Frittaion (autore della poesia vincitrice della precedente edizione, 2010), Sandro Pecchiari (autore della poesia vincitrice della prima edizione, 2009), Maria Teresa Cespi (direttrice del mensile Le donne raccontano).

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Aggiornamento 8 luglio 2011 -  h. 14.30:
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Presso OPP, Spazio Villas - Via de Pastrovich 5, Trieste
nell'ambito della rassegna Oh Poetico Parco
il Circolo Arcobaleno Arcigay Arcilesbica è lieto di offrire un ricco buffet a tutti i soci.
dalle ore 19.30 alle ore 21.00
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La serata prosegue dalle 21 alle 22.30 con l'incontro sul tema  La lettera

Prima parte: Caro Penna, ogni giorno pensavo di scriverti (Trieste 1937 - 2011), di Roberto Benedetti.
Un uomo adulto e un giovane rievocano oggi l'incontro tra Umberto Saba e Sandro Penna, a cui si aggiunse Giovanni Comisso, dando origine a un piccolo simposio locale di forte spessore umano e letterario.
Voci di Roberto Benedetti e Pietro Perin..

Seconda parte: Ti scrivo, 3° concorso di scrittura organizzato dal Circolo, quest'anno solo femminile ma  aperto a tutte, e legato al tema della serata.
Lettura delle 6 "lettere", in prosa o in versi, risultate finaliste, e proclamazione del testo vincente tramite ulteriore votazione, questa volta del pubblico.
Coordina Angela Siciliano.
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Aggiornamento del 9.7.11:

I testi partecipanti erano 15. Le "lettere" finaliste 6.

Ha vinto "Ti scrivo su novembre" di Cettina Calabrò.
Al secondo posto "Circo Ankinè" di Carola Guarnerio,
al terzo "Per Penny" di Laura Marinoni e "Caro papà" di Barbara Bianchini.
Le altre finaliste:  "Caro Mounir - Debito" di Zina Borgini e "Lettera senza risposta" di Giuliana Camilli.

I testi sono stati letti da Graziella ..., Anna Cappellari e Paola Castellan.
Giuseppe Frittaion e Sandro Pecchiari, vincitori delle precedenti edizioni, ci hanno intrattenuto con una loro poesia.
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Aggiornamento 22.9.2011:
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Il Circolo Arcobaleno Arcigay Arcilesbica di Trieste a causa di mancanza di risorse umane ed economiche ha deciso di non realizzare l'Antologia cartacea relativa alle tre edizioni del Concorso di scrittura. Invece verrà pubblicato un documento con gli stessi contenuti, in PDF, che si potrà lincare dal sito del Circolo stesso. I lavori sono in corso!
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Aggiornamento del 21.11.2011:
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...Nel frattempo ecco     Ti scrivo    in PDF .

Si può ingrandire e sfogliare!

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giovedì 12 maggio 2011

Il peso delle palpebre


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A proposito di rughe, di plastica facciale, di labbra e seni irriconoscibili, di masochismo estetico, di equivoco estetico, di industria dell'estetica del corpo, e della faccia che "si chiama così perchè la facciamo noi" con l'esperienza e la vita, come dice Lorella Zanardo nel suo film Il corpo delle donne, ho trovato due poesie che mi sembrano adatte a queste riflessioni. Sono di

Gian Mario Villalta
e le ho trovate in
Almanacco dello specchio 2005:


VERO VISO

Un viso, nell'opera degli anni, quando si compie?
Uscendo dall'adolescenza, quando pare fermarsi
per la prima volta, dopo tante prove e tentativi
di assomigliare a un parente, o a un amico, falliti?
Oppure quando passati i quaranta anni,
nel peso delle palpebre, nell'esimersi delle labbra,
nella tensione delle narici, il carattere,
le manie, vengono fuori, i vizi, la memoria
che adesso occupa il suo presente?
O quando, prima della devastazione, vi si imprime
l'ultima forma, semplice, riassumibile in poche linee
essenziali, l'effige, la caricatura?


SPECIO

Do ch'i se varda
i vede
un che varda
un che varda

(SPECCHIO: Due che si guardano / vedono/ uno che guarda / uno che guarda)



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mercoledì 11 maggio 2011

Termitaio umano


Eugenio Montale (1896-1981)


Da NEL NOSTRO TEMPO
Rizzoli - 1972

Un tempo l'uomo fu creduto misura di tutte le cose, più tardi si continuò a crederlo misura di qualche cosa, oggi non lo si crede più misura di nulla, eppure le possibilità del termitaio umano si moltiplicano in proporzione inversa alla fiducia (alla perdita di fiducia) che l'uomo ha in sé. C'è chi se ne rallegra e chi se ne duole.
Ho visto attuarsi grandi conquiste del pensiero umano: prodigiose, ma forse più stupide di quanto si creda; ho incontrato persino eroi inconsapevoli di esserlo e santi non registrati da nessuna anagrafe religiosa; ho visto scomparire molte miserie e molte piaghe, ma anche consolidarsi tante forme di servilismo collettivo; e mi è parso di scoprire una sola legge generale: ogni guadagno, ogni avanzamento dell'uomo è peggiorato da equivalenti perdite in altre direzioni, restando invariato il totale di ogni possibile felicità umana.
Penso che la moltiplicazione delle scienze e delle tecniche sia direttamente connessa alla scomparsa dell'idea fondamentale che non bisogna vergognarsi di essere uomini.
Vediamo morire molte cose, nascerne molte altre, ma ci sfugge il senso, la direzione del mutamento.



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giovedì 5 maggio 2011

Per forza


Alessandro Manzoni
(Milano 1785-1873)

Da La monaca di Monza
(Carlo Mancosu Editore - 1993)

"Da quel giorno in poi Geltrude non ebbe più che due occupazioni: l'una interiore, ed era di persuadere a se stessa ch'ella era contenta della sua scelta, di fermarsi quanto più poteva su le immaginazioni che potevano renderle gradevole il monastero, di cercare un po' nella divozione, un po' nel pensiero delle distinzioni che vi avrebbe avute, consolazioni celesti o mondane, tutto purché fosse consolazioni. L'altra occupazione era di accellerare quanto più si poteva tutte le operazioni preliminari alla vestizione, per uscir di casa, per essere chiusa una volta, per precludersi ogni strada al tornare addietro, per non sentirsi più nascere in cuore quell'intollerabile: - potrei forse ancora. - Questo suo desiderio s'accordava troppo con quelli del Marchese perch'egli non cercasse ogni via per soddisfarlo; e infatti sollecitò a tempo e contratto tutte le dispense per farlo.
Così mi sembra che sarà bene che facciamo pur noi in questo racconto. Diremo dunque che Geltrude entrò nel monastero di Monza, e che assunse l'abito; che scorso il tempo del noviziato nel quale la sua risoluzione parve sempre più spontanea e ferma, perché ella mostrava tutto ciò che poteva farlo credere, e divorava nel suo cuore tutto ciò che avrebbe potuto far credere il contrario, trascorso questo tempo, ella fece la solenne professione, con una pompa straordinaria, e quale si conveniva alla casa. Il sacrificio fu consumato, il dono fu posto sull'altare, ma era di frutti della terra; la mano che ve lo aveva posto non era monda; il cuore non lo offriva; e lo sguardo del cielo non discese sovr'esso."

"Il lettore non avrà forse dimenticato che la famiglia onde usciva Geltrude era molto potente, e che questa era la cagione principale per cui ella era stata tanto desiderata nel monastero. Infatti il monastero aveva acquistato nel Marchese Matteo un protettore dichiarato il quale risguardava ormai come parte del suo onore l'onore del luogo dove si trovava una sua figlia. Ma questo vantaggio le suore lo pagavano, e per verità la cosa era giusta. Lo pagavano in tanti sgarbi, in tanti scherni, in tante fantasticaggini che avevano a sopportare da Geltrude [...].
Ad essere badessa si richiedeva l'età di quarant'anni; e quest'erba per magra che fosse, era anco ben lunge dal becco di Geltrude. Ma oltre le distinzioni e le franghigie per così dire ch'ella godeva per la condiscendenza delle suore, e delle superiore, le era stato conferito il grado più elevato che fosse compatibile con la sua giovinezza: era stata eletta Maestra delle educande.
[...] ella provava un certo rancore contro quelle giovanette destinate per la più parte ad una vita libera e splendida che non era più per lei; le risguardava come nemiche, le spiaceva di vederle liete di una letizia che non era sperabile per essa, e faceva di tutto per toglierla loro, cosa assai facile ad una superiora. Sentiva ella bene la pazza ingiustizia di questa sua passione, ma vi si abbandonava."

"Talvolta invece predominava nell'animo suo l'orrore al chiostro, alle regole, alla disciplina, all'obbedienza, alla solitudine, a tutte quelle cose in mezzo delle quali ella si trovava per forza, e allora non solo ella sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma la animava; si mesceva ai loro giuochi, e gli rendeva più liberi; entrava nei loro discorsi, e gli portava al di là delle intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati.
In queste agitazioni, in questo stato di guerra continua con se stessa, e con ogni cosa circostante ella passò i primi anni del chiostro [...]."



Dall'introduzione di Plinio Perilli:
"Questa storia cupa, torbida e appossionante, laida e disperata, questa gemma distillata dal male, questa velenosa, ammirevole pianta carnivora - resta come una scomoda, censurabile (e censurata) mina vagante, nella produzione manzoniana."


La Monaca di Monza (La signora) su Wikipedia

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mercoledì 4 maggio 2011

Le fobie si curano affettuosamente





Con la conferenza stampa indetta dal Circolo Arcobaleno Arcigay Arcilesbica al Caffè Tommaseo, è partita anche da Trieste la Campagna Nazionale ARCIGAY per il 17 maggio, giornata mondiale contro l’omofobia, organizzata con il supporto di ARCILESBICA e di altre 14 associazioni italiane. La campagna prevede sul nostro territorio l’affissione di 900 manifesti nei quattro capoluoghi di provincia e in diversi comuni; nella sola Trieste saranno affissi 200 manifesti, a partire dal 17 maggio fino alla fine del mese.
Quest’anno la Provincia di Trieste e di Gorizia e i Comuni di Trieste, Udine e Monfalcone sostengono istituzionalmente con il loro patrocinio la campagna contro l’omofobia. Alla conferenza era presente l’assessore Dennis Visioli, in rappresentanza della Provincia di Trieste.
Nel corso della conferenza il presidente del Circolo Arcobaleno, Davide Zotti, ricordando che in Italia non esiste alcuna legislazione penale né contro la discriminazione né contro gli atti di violenza e di incitamento all’odio basati sull’orientamento sessuale, ha illustrato l’importanza di una campagna che intende prevenire e combattere i fenomeni di discriminazione, esclusione e stigmatizzazione di gay, lesbiche e transessuali, che si verificano nei più diversi ambiti della società (la scuola, lo sport, il lavoro, la famiglia, i media, le istituzioni, ecc...). In Italia nel 2010 sono stati diffusi dalla stampa due casi di omicidio, 39 casi di violenza, 6 casi di estorsione, 2 casi di bullismo, 8 casi di atti vandalici. Sono innumerevoli poi, nel 2010, le dichiarazioni istituzionali a sfondo omofobico. A maggio del 2011 risultano 8 i casi di violenza, discriminazione ed insulto, 5 quelli di estorsione e un caso di bullismo omofobico.
È intervenuta poi Clara Comelli, in rappresentanza dell’Associazione Radicale Certi Diritti, sostenendo l’importanza dell’istituzione del registro delle unioni civili, che non è un atto meramente “simbolico”, ma, sulla scia di quanto avviene in altri Comuni (come l´esperienza torinese), può risultare funzionale all´adozione di politiche e di atti non discriminatori, per promuovere e tutelare i diritti costituzionali attinenti alla dignità ed alla libertà delle persone, contrastando ogni forma di discriminazione, in particolare quelle riferite all’orientamento sessuale.
All’affollata conferenza stampa, oltre alle volontarie e ai volontari di Arcilesbica e Arcigay, hanno partecipato diversi candidati alle prossime elezioni amministrative, dimostrando attenzione e sostegno alla lotta contro l’omofobia e per il riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali: Majda Canziani, Maria Grazia Cogliati Dezza, Sabrina Morena, Uberto Fortuna Drossi, Renzo Maggiore, Luca Marsi, Andrea Tamaro.
Martedì 17 maggio dalle 10 alle 14 il Circolo Arcobaleno sarà presente in Largo Barriera per mostrare i manifesti e per distribuire i volantini della campagna contro l’omofobia.
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Leggi anche: L'amore merita rispetto
e Riflessioni su un anniversario
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domenica 1 maggio 2011

Tornare all'altra riva


Antonia Pozzi (1912 -1938)
http://www.antoniapozzi.it/

























Funerale senza tristezza

Questo non è esser morti,
questo è tornare
al paese, alla culla:
chiaro è il giorno
come il sorriso di una madre
che aspettava.
Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi
biondi: le bimbe
vestite di bianco,
col velo color della brina,
la voce colore dell’acqua
ancora viva
fra terrose prode.
Le fiammelle dei ceri, naufragate
nello splendore del mattino,
dicono quel che sia
questo vanire
delle terrene cose
– dolce –,
questo tornare degli umani,
per aerei ponti
di cielo,
per candide creste di monti
sognati,
all’altra riva, ai prati
del sole.

1934

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La porta che si chiude

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d'un cancello angusto
al limitare d'un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all'irruente fuga
d'una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell'anima
e la porta dell'anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l'assalto è più duro.
E l'ultimo giorno
- io lo so -
l'ultimo giorno
quando un'unica lama di luce
pioverà dall'estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l'onda mostruosa,
l'urto tremendo,
l'urlo mortale
delle parole non nate
verso l'ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull'arcano cielo dell'ombra,
sarà
- tu lo sai -
la pace.

1931

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Riflessi

Parole - vetri
che infedelmente
rispecchiate il mio cielo -

di voi pensai
dopo il tramonto
in una oscura strada
quando sui ciotoli una vetrata cadde
ed i frantumi a lungo
sparsero in terra lume -

1934


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Antonia Pozzi su italiadonna
e su italialibri


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