martedì 27 dicembre 2011

A Grapes of Wrath

John Steinbeck
(Salinas 1902 - New York 1968)
Fotografia da
New York Public Library
in The Guardian del 18.5.2011



FURORE (1939)
di John Steinbeck
Traduzione di Carlo Coardi
La Biblioteca di Repubblica - 2002

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A causa delle manovre speculative delle banche (entità in fondo sempre sconosciute ma tradizionalmente avide e freddamente crudeli), una famiglia numerosa in cui sono presenti tre generazioni e una quarta è in arrivo, è costretta ad abbandonare la propria terra e la propria casa per cercare lavoro e fortuna a Ovest, in California. Ma quando arriverà a destinazione, scoprirà che la California - terra promessa di certi volantini - non è il paradiso che speravano di trovare.
Leggi scritte e non scritte, fatte a difesa del dio guadagno delle solite banche e pochi altri, faranno in modo che come la famiglia Joad tante altre persone tenteranno la fortuna, o meglio cercheranno di reagire alla sfortuna, percorrendo la stessa strada, sognando lo stesso buon nuovo futuro, finendo nella stessa rovina, rovina che partendo avevano cercato di evitare o superare. La Grande Depressione del 1929 è lo sfondo di questo romanzo, anche se scritto quando ormai il peggio era già passato.
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In questo periodo di "crisi economica" globale, in cui non si capisce se il pericolo e il peggio sono superati o ancora devono venire; in questi decenni (penso, da dopo la seconda guerra mondiale al primo decennio del duemila, ma in fondo, obiettivamente, da sempre e in ogni luogo) in cui molta gente approda in alcune terre supposte ricche trovandovi invece, in molti casi, uno status da povero se non da mendicante o un motivo per delinquere, il romanzo di Steinbeck mi sembra una lettura inevitabile e opportuna.
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"Da tutte le direzioni i profughi confluivano per strade secondarie sulla 66, diretti a occidente. Di giorno, i loro veicoli sgangherati formicolavano sull'asfalto, e sull'imbrunire si raggruppavano dove c'era acqua. Si raggruppavano perché sgomenti di sentirsi soli e spodestati; e facevano vita in comune, spartendo il vitto, le ansie e le speranze. Così accadeva che una famiglia a sera faceva sosta in un dato punto solo perché c'era l'acqua, e la seconda che sopraggiungeva vi si fermava solo perché trovava compagnia; e la terza si fermava perché le prime due avevano trovato acqua e compagnia. E prima di notte la nuova comunità poteva risultare di una ventina di famiglie, che venivano curiosamente a fondersi in una sola tribù. I bimbi delle singole famiglie diventavano bimbi di tutti, la perdita delle singole case diventava una perdita sola, le dorate illusioni sul West diventavano un solo sogno comune. E poteva accadere che un bimbo ammalato costernasse venti famiglie, o che l'arrivo di un neonato rallegrasse cento persone. Attorno ai fuochi serali le cento persone formavano una unità. Qualcuno tirava fuori una chitarra, l'accordava, accennava un motivo, e subito qualche altro cantava le parole e le donne gorgheggiavano l'accompagnamento.
.....Ogni sera si creava un mondo, si fondavano amicizie, sorgevano ostilità; un mondo fatto di animosi e vigliacchi, umili e superbi, buoni e cattivi; e ogni mattina quel mondo veniva smontato, come un circo.
....A tutta prima, la presa di contatto tra sconosciuti generava un certo imbarazzo; le parole erano poche e non si facevano sentire se non dopo accurata riflessione da parte di chi doveva proferirle; ma a poco a poco ognuno acquistava la tecnica della costruzione di una comunità. E i capi non tardavano a venire in evidenza, e si formulavano leggi, entravano in vigore codici. E man mano che questi piccoli mondi di saltimbanchi procedevano verso occidente, le loro attrezzature andavano sempre migliorando, perché i singoli acquistavano ogni giorno un più alto grado di esperienza.
....Così le famiglie imparavano gradatamente quali fossero i diritti che esigevano rispetto: il diritto di riservatezza d'ogni singola tenda, il diritto di tener celato in cuore il fosco passato, il diritto di ascoltare e parlare, il diritto di rifiutare o di accettare aiuto, il diritto maschile di corteggiare e quello femminile di farsi corteggiare, il diritto d'avere appetito e di soddisfarlo; e imparavano, soprattutto, che i diritti delle donne incinte e delle persone ammalate trascendevano tutti gli altri diritti.
....E imparavano ancora, senza che nessuno glielo insegnasse, quale fossero i diritti mostruosi  che occorreva calpestare: il diritto di ingerirsi nelle cose private del vicino, il diritto di schiamazzare di notte, il diritto di sedurre e di fornicare, il diritto di rubare o di assassinare. Tutti cotesti diritti non erano riconosciuti, perché evidentemente il loro esercizio avrebbe impedito ai piccoli mondi di esistere per la sola durata di una notte.[...] Così la vita sociale dei profughi si veniva trasformando radicalmente, e i singoli si adattavano al mutamento con quella facilità che è una prerogativa assoluta dell'essere umano. Non erano più coloni; erano nomadi.[...] E ognuno avrebbe in cuor suo voluto saper suonare la chitarra, perché è una cosa graziosa che richiede garbo. Poi tutti si sdraiavano sui giacigli e l'accampamento piombava nel silenzio. E le civette prendevano possesso della scena e in lontananza guaivano i coyotes e tra le tende le faine, petulanti, arroganti, paurose di nulla, furettavano in cerca di avanzi di cibo.
.....La notte passava e alla prima luce dell'alba le donne sbucavano fuor delle tende e accendevano il fuoco e mettevano il caffè a bollire. E poi uscivano gli uomini, e parlavano a voce bassa.
.....Passato il Colorado troviamo il deserto. Un inferno, dicono. Bisogna pensare alla provvista dell'acqua.
.....Io ho deciso di farlo di notte.
.....Anche noi. Di giorno c'è da prendersi un'insolazione.
.....Le famiglie facevano colazione in fretta, e le donne lavavano e asciugavano le stoviglie. E il sole sorgendo trovava il campo deserto, in attesa di ripopolarsi al tramonto, ma sulla stretta striscia di asfalto che continuava all'infinito vedeva i veicoli dei profughi trascinarsi come scarafaggi in processione."
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"E le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi, e sulle strade circola l'umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.
...Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro, e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta."



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mercoledì 21 dicembre 2011

Neanche un attimo da perdere

Dyalma Stultus: Santa Croce di Aidussina, 1930
in archiviods.it























La vita breve dei nostri antenati
di Wislawa Szymborska
(La gioia di scrivere -
Tutte le poesie, 1945-2009)
a cura di Pietro Marchesani
Gli adelphi, 2009
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Non arrivavano in molti fino a trent'anni.
La vecchiaia era un privilegio di alberi e pietre.
L'infanzia durava quanto quella dei cuccioli di lupo.
Bisognava sbrigarsi, fare in tempo a vivere
prima che tramontasse il sole,
prima che cadesse la neve.
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Le genitrici tredicenni,
i cercatori quattrenni di nidi tra i giunchi,
i capicaccia ventenni -
un attimo prima non c'erano, già non ci sono più.
I capi dell'infinito si univano in fretta.
Le fattucchiere biascicavano esorcismi
con ancora tutti i denti della giovinezza.
Il figlio si faceva uomo sotto gli occhi del padre.
il nipote nasceva sotto l'occhiata del nonno.
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E del resto essi non contavano gli anni.
Contavano reti, pentole, capanni, asce.
Il tempo, così prodigo con una qualunque stella del cielo,
tendeva loro una mano quasi vuota
e la ritraeva in fretta, come pentito.
Ancora un passo, ancora due
lungo il fiume scintillante
che dall'oscurità nasce e nell'oscurità scompare.
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Non c'era un attimo da perdere,
domande da rinviare e illuminazioni tardive,
se non le si erano avute per tempo.
La saggezza non poteva aspettare i capelli bianchi.
Doveva vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro,
e udire ogni voce, prima che risonasse.
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Il bene e il male -
ne sapevano poco, ma tutto:
quando il male trionfa, il bene si cela
quando il bene si mostra, il male si acquatta.
Nessuno dei due si lascia vincere
o allontanare a una distanza definitiva.
Ecco il perché d'una gioia sempre tinta di terrore,
d'una disperazione mai disgiunta da tacita speranza.
La vita, per quanto lunga, sarà sempre breve.
Troppo breve per aggiungere qualcosa.
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Da "Gente sul ponte" - 1986
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Link: Le opere e la biografia di Dyalma Stultus


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martedì 20 dicembre 2011

Acqua alpina


Dyalma Stultus, Case a Sable, 1933
da archiviods.it





















Acqua alpina
di Antonia Pozzi
da Parole
Garzanti - 2001
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Gioia di cantare come te, torrente;
gioia di ridere
sentendo nella bocca i denti
bianchi come il tuo greto;
gioia d'essere nata
soltanto in un mattino di sole
tra le viole
di un pascolo;
d'aver scordato la notte
ed il morso dei ghiacci.
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Breil (Pasturo), 1933
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lunedì 19 dicembre 2011

Un salto a Pola
















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Al castello di Pola (Istria, Croazia) ho trovato un angolo dedicato alle medicine e alle farmacie d'epoca. Su una parete, in varie lingue, anche in italiano, nero su bianco, questo proverbio:
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IN CASA STRINGI, IN VIAGGIO SPENDI, IN MALATTIA SPANDI
(In domi parce, in itineribus consume, in morbo non parce)
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Ovviamente va ad aggiungersi agli altri, nel post intitolato:
.La voce dei proverbi.
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Altro link: "La città dolente", il film del 1948 sull'esodo degli italiani da Pola.
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Alcuni polesani (o polesi) famosi in Italia, alcuni anche nel mondo, dopo l'esodo:
Sergio Endrigo (cantautore), Laura Antonelli (attrice), Alida Valli (attrice);
tra gli istriani in generale: Nino Benvenuti (il pugile), Enzo Bettiza (lo scrittore), Ottavio Missoni (quello dei maglioni colorati), Pier Antonio Quarantotto Gambini (scrittore), Fulvio Tomizza (scrittore), Giorgio Luxardo (quello del maraschino).
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venerdì 9 dicembre 2011

Ritratti d'epoca

Tullio Kezich (Trieste 1928 - Roma 2009)
Foto da filmakersmagazin.it 


IL CAMPEGGIO
DI DUTTOGLIANO

e altri ricordi-racconti
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di Tullio Kezich
Sellerio editore Palermo - 2001
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E' un vero dono, dalla casa editrice palermitana, questo triestinissimo volume che contiene un racconto, dei ricordi e vari ritratti di triestini famosi.
Il personaggio del racconto che dà il titolo al volume  è un balilla, il piccolo Paolo Rancovich, che proprio a causa del cognome è preso di mira dall'ideologia purista tutta fascista (viene tra l'altro subito ribattezzato Stancovich alludendo alla sua presunta fiacchezza fisica):
"Adesso Duttogliano si chiama Dutovlje e fa parte della Repubblica Slovena. Ma una volta, parlo degli anni prima della guerra, lassù c'era il Regno d'Italia e le bettole del Carso erano pieni di gitanti triestini. [...] è venuta la guerra, e quasi subito l'altopiano si è allontanato da noi come l'Africa o la Grecia. Al capolinea dei tram di periferia ci accoglievano ormai sguardi stranieri, pieni di odio."
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Il professore Manzoni, con un entusiasmo travolgente, presenta ai suoi scolari l'idea di trascorrere una settimana al campeggio della Gioventù Italiana del Littorio, come un'esperienza da fare assolutamente, per partire bambini e tornare uomini, apprezzando la natura e la vita all'aperto. Il campeggio però si rivelerà per il piccolo Paolo e altri compagni, un luogo di frustazioni e inutili mortificazioni (dal linguaggio brutale agli esercizi di ginnastina in piena notte, per gratuita punizione, dalla minestra puzzolente e disgustosa alla minaccia di dover trangugiare ricino se non si è andati di corpo).
Dopo un secondo scontro con un gruppo di giovani campeggiatori sloveni, finito a sassate a causa delle reciproche provocazioni, Paolo, fingendosi malato (in quella maniera in cui si chiama la malattia al corpo per cui ci si sente male davvero), tenta di farsi venire a prendere dal padre che comunque si era dichiarato contrario a mandarlo ad un campeggio del genere. Capendo che i superiori non hanno nessuna intenzione di telefonare alla sua famiglia, temendo forse rimproveri, il ragazzino decide di fuggire per il Carso. Stanco, seminudo, bagnato dalla pioggia si rifugia in un'osteria dove tutti gli astanti parlano sloveno, ma a lui quel poco che vien detto lo dicono in triestino, e finalmente riesce a telefonare al padre prima di addormentarsi sfinito. Rientra in casa tra l'affettuosa ironia dei familiari, sazio di qualunque avventura natural-ginnica fascista.
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Nei brevi ricordi-racconti (espressione usata da Umberto Saba) troviamo la visita a Trieste del Re e della Regina, la visita di Mussolini, che il Kezich sa imitare benissimo e per questo diventerà famoso tra i ragazzi e gli adulti delle scuole della città. E troviamo lo storico Caffè San Marco dove accompagna suo padre a giocare a scacchi, ascoltando le argute conversazioni dei vari scacchisti e relativo pubblico, condite di sarcasmo e satira quotidiana:
"Consapevole che il conflitto scivolava verso il disastro, lo sciagurato stratega di Palazzo Venezia si era vilmente azzittito, non parlava più al suo popolo. Proprio al San Marco sentii la battuta, saranno stati i primi del '43: " 'Desso bisognarìa ciamarlo Pentito Mutolini".
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Nel ricordo-racconto I fucilati di Basovizza veniamo a sapere che suo padre era l'avvocato Giovanni Kezich, con tanto di targhetta alla porta, e che questa targhetta gli venne imbrattata di cacca, proprio sul nome, anonimamente, e non solo: "Una volta si era visto recapitare un pacchetto contenente un pezzo di sapone con un biglietto in dialetto triestino: 'Per ben resentarse el cognome'. Cioè per ripulirlo, italianizzarlo. Intanto le superiori autorità insistevano perché la famiglia desse prova di patriottismo ribattezzandosi Chessi, Chesini, Casini."
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Tra i ritratti di triestini d'epoca, messi a fuoco dai ricordi e dalla serena e deliziosa prosa del Kezich, troviamo Anita Pittoni: "Quando qualcuno nomina Anita Pittoni (e ormai, con la perdita di memoria storica che c'è in giro, non capita spesso) rivedo una scena da un matrimonio degli anni tranta. Un marito torna a casa e mostra orgoglioso alla moglie l'acquisto appena fatto presso il laboratorio d'arte e di moda d'avanguardia, di cui tanto si parla in città: una pesante giacca di maglia di foggia moderna e tessitura insolita. Lungi dal condividere l'entusiasmo del coniuge, la donna esamina il capo con diffidenza, ne critica il taglio, il peso e ne prevede giustamente la scarsa portabilità. Lascia intendere che non vorrà mai vedere il suo uomo acconciato con 'quel stupidèz', tipico frutto di un ambiente di malaffare. Lo capisce anche un bambino, cioè io, che dalla giacca l'antipatia della mamma si estende alla creatrice: una mula bellissima e chiacchierata, sempre di qua e di là a esporre modelli e arazzi, figura istituzionalmente turbativa nel contesto della società perbenista.
Fin da allora, insomma, la fiera Anita (classe 1901) è considerata una mina vagante [...]. A Milano la giovane triestina diventa la coccola degli architetti rampanti dello studio Banfi e soci, che ne ammirano il gusto assoluto per i materiali e i colori e la geniale manualità sempre a cavallo tra tradizione e trasgressione. [...] Quando si illude di aver trovato il compagno della sua vita, destinata in realtà alla solitudine, spedisce delle borghesissime partecipazioni, dove però i due nomi sono seguiti dall'annuncio 'da oggi uniti in libero amore'. [...] Incapace di ripetersi e in qualche oscuro modo restìa a trasformare il talento in denaro, negli anni Quaranta Anita abbandona il lucroso artigianato artistico per riciclarsi in santa povertà nella letteratura. Diventa la ninfa Egeria di Giani Stuparich [...] si scopre una segreta vena di poetessa in lingua triestina [...] si trasforma in un'editrice raffinatissima. Per le collane di Lo Zibaldone recupera testi rari o scomparsi della tradizione e incoraggia concretamente la mulerìa tra i quali il sottoscritto.[...] Di Anita mi colpì l'estrema cura con cui sceglieva la carta, i caratteri, l'impaginazione. La correzione delle bozze costituiva per lei una caccia all'errore condotta secondo una strategia implacabile. Aveva orrore che nei suoi libri le sfuggisse il minimo refuso ed era capace per un nonnulla di scatenarsi in scene greche davanti ai malcapitati tipografi. [...] La Pittoni credeva nella letteratura triestina come 'ensemble'.,articolata in quelli che lei chiamava i due filoni: il filone introspettivo di Svevo e il filone solare di Slataper, la Trieste in doppio petto che anela al lettino della psicoanalisi e la Trieste con gli scarponi che va in gita sul Carso. [...] Ma il suo mantenersi orgogliosamente isolata, la scarsa disponibilità economica e le esplosioni temperamentali le impedirono di coltivare amici e continuatori. [...] Chi ha voluto bene a questa donna, tanto geniale quanto destituita di senso comune, ne rimpiange lo scintillio dell'intelligenza, l'acutezza sorprendente dei giudizi, l'impegno generoso di stimolare la creatività altrui. Di lei si tramanda una sortita famosa: 'No esisti veci o giovini, esisti solo anime'."
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Tullio Kezich è stato giornalista, autore teatrale, sceneggiatore, critico cinematografico e produttore. Su Kezich: Claudia Morgoglione (La Repubblica).
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Il campeggio di Duttogliano presso la Sellerio.

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martedì 6 dicembre 2011

Merci, et chapeau bas!

Barbara ovvero Monique Andrée Serf
1930-1997


























Barbara è uno dei vari amori musicali della mia vita. La prima sua canzone, che mi sedusse totalmente portandomi a cercare, lentamente ma costantemente, il resto del suo repertorio (allora quasi introvabile, in Italia), si intitolava e si intitola ancora: Chapeau bas. Era circa il 1981 (!!!)..e stamattina "annusando" il cielo, il sole e l'aria del dopo-Bora... mi è tornata in gola.




TANTO DI CAPPELLO
Parole e musica di Barbara - 1959-1961?

Nuova traduzione! Rinnovata il 21.10.2014
grazie all'aiuto di Zanette Chiarotto!

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Sarà stata la mano di Dio,
sarà stata quella del Diavolo
che ha tessuto il cielo
di questo bel mattino,
piantandogli nel cuore
un pezzo di sole
che si spezza sull'acqua
in mille schegge vermiglie?

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Sarà stata la mano di Dio,
sarà stata quella del Diavolo
che ha messo sul mare
quello strano veliero,
che come un serpente
sembra dispiegarsi
nero e bianco, sull'acqua blu
che il vento fa ballare?
 

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Sarà Dio, sarà il Diavolo
oppure i due insieme
che, un giorno, unendosi
fanno questo mattino?
E’ l’uno, è l’altro?
Veramente, non lo so.
Ma, per tanta bellezza,
grazie, e tanto di cappello.

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E’ la mano di Dio 
è quella del Diavolo
che ha messo questa rosa
qui nel giardino?
Per quell'amore ardente,
per quella nobile dama,
la rosa di velluto
qui nel giardino?

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E queste prugne brillanti
e tutti questi lillà bianchi
e questi ribes rossi
e queste risa di bambini
e Cristina così bella
nella sua gonnellina bianca
con, nel bel mezzo,
tutta la luce dei suoi vent'anni?

..
Sarà Dio, sarà il Diavolo
oppure entrambi,
che, un giorno, unendosi
fanno questa primavera?
E’ l'uno, è l'altro?
Veramente, non lo so.
Ma, per tanta bellezza,
grazie, e tanto di cappello.

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Il veliero che fugge,
la rosa sempre là,
e questi fiori e questi frutti,
e le nostre lacrime di gioia,
chi ha potuto offrirci
tutte queste bellezze?
"Raccogliamole senza dir niente,
dai! Sono per te e per me!"

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E’ la mano di Dio
e quella del Maligno
che, un giorno, si uniscono
e incrociano il nostro cammino?
E’ l'una, è l'altra?
Veramente, non lo so.
Ma per quest’amore,
grazie, e tanto di cappello.

..
Ma per te e per me
Grazie, e tanto di cappello!


***
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Est-ce la main de Dieu,
Est-ce la main de Diable
Qui a tissé le ciel
De ce beau matin-là,
Lui plantant dans le cœur
Un morceau de soleil
Qui se brise sur l'eau
En mille éclats vermeils?
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Est-ce la main de Dieu,
Est-ce la main du Diable
Qui a mis sur la mer
Cet étrange voilier
Qui, pareil au serpent,
Semble se déplier,
Noir et blanc, sur l'eau bleue
Que le vent fait danser?
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Est-ce Dieu, est-ce Diable
Ou les deux à la fois
Qui, un jour, s'unissant,
Ont fait ce matin-là?
Est-ce l'un, est-ce l'autre?
Vraiment, je ne sais pas
Mais, pour tant de beauté,
Merci, et chapeau bas
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Est-ce la main de Dieu,
Est-ce la main de Diable
Qui a mis cette rose
Au jardin que voilà?
Pour quel ardent amour,
Pour quelle noble dame
La rose de velours
Au jardin que voilà?
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Et ces prunes éclatées,
Et tous ces lilas blancs,
Et ces grosseilles rouges,
Et ces rires d'enfants,
Et Christine si belle
Sous ses jupons blancs,
Avec, au beau milieu,
L'éclat de ses vingt ans?
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Est-ce Dieu, est-ce Diable
Ou les deux à la fois
Qui, un jour, s'unissant,
Ont fait ce printemps-là?
Est-ce l'un, est-ce l'autre?
Vraiment, je ne sais pas
Mais pour tant de beauté,
Merci, et chapeau bas!
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Le voilier qui s'enfuit,
La rose que voilà
Et ces fleurs et ces fruits
Et nos larmes de joie
Qui a pu nous offrir
Toutes ces beautés-là?
Cueillons-les sans rien dire
Va, c'est pour toi et moi!
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Est-ce la main de Dieu
Et celle du Malin
Qui, un jour, s'unissant,
Ont croisé nos chemins?
Est-ce l'un, est-ce l'autre?
Vraiment, je ne sais pas
Mais pour cet amour-là
Merci, et chapeau bas!
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Mais pour toi et pour moi
Merci, et chapeau bas!




LINK:   Barbara su  rfimusique.com e   Wikipedia
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