martedì 22 giugno 2010

Il palazzo è vuoto

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Jeanette Winterson
Powerbook (2000)
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Traduzione di Chiara Spallino Rocca
Mondadori (2002)
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"Mi resi subito conto che ciascuno di noi seguiva un suo metodo di ricerca, in cui si alternavano momenti per mangiare e momenti per riposare secondo un copione sempre diverso. Ciascuno di noi, nella sua solitudine assorta, aveva fatto del palazzo un labirinto tutto suo. Lo conoscevamo meglio del corpo di un amante, meglio di noi stessi: era parte di noi. Il palazzo custodiva per ognuno di noi un significato segreto ignoto a tutti gli altri.
Ora vi dirò una cosa strana: quando uno di noi, ormai esausto e disperato, si voltava, deciso ad andarsene - le porte erano sempre aperte e nessuno lì era prigioniero - proprio in quel momento aveva una rapida visione di ciò che stava cercando: la sua donna, il suo falcone, il suo cavallo, la banda di briganti che gli aveva bruciato la casa. E sentiva una voce che lo pregava, lo implorava, lo rampognava e così, nel proprio labirinto, si rimetteva, convinto ed eccitato, a rovistare nelle vasche dei pesci, nella loggia, nel retrocucina, nel ripostiglio, nel...
Questo voglio dire: il palazzo era vuoto. Sì, era vuoto di tutto ciò che vi si cercava e pieno soltanto di gente in cerca di qualcosa."
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sabato 19 giugno 2010

Giornata no

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Questa è una di quelle giornate in cui tutto va esattamente come non vorrei. A cominciare dalla pioggia delle prime ore del mattino che ha bagnato, a lungo, la mia biancheria stesa in cortile, e proseguendo con appuntamenti annullati e chissà che altro accadrà oggi, anzi, non accadrà.
Per questo ho bisogno di ridere o almeno di sorridere. Così mi dedico alla lettura di un libricino di
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Fulvio Sferza
TRIESTE BESTIALE
Modi de dir triestini
Edizioni Luglio -2005
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Vi lascio pochi esempi che spero faranno sorridere anche voi, anche perchè le frasi più che tradotte sono commentate con ironia:
1 - "Muro vecio fa panza" (con l'età si tende ad appesantirsi)
2 - "No 'l se ricorda dal naso alla boca" (non ha più memoria)
3 - "El ultimo bicèr xe quel che imbriaga" (l'ultimo bicchiere è quello che ubriaca...)
4 - "Ale che 'l sol magna le ore" (svelto che il tempo passa velocemente)
5 - "Voia de lavorar saltime 'dosso" (abituale stato mentale dei triestini)
6 - "Cossa, a casa te ga speci de legno?" (non riesci a vederti bene come sei realmente?)
7 - "El ga el muso de: - dameli , se no te li ciogo -" (ha la faccia di: - dammi i soldi, altrimenti me li prendo -)
8 - "No sta cagar fora del bucal" (non fare il gradasso)
9 - "Scrivi sul iazo e po metilo sul sol!" (non ti pagherò mai!)
Ecc.
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mercoledì 16 giugno 2010

Incompiuto e liberatorio

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Ernesto
di Umberto Saba
Einaudi 1975
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La mia prima lettura di "Ernesto" risale al 1986. E lo avevo dimenticato, ricordandone cioè e solo a grandi linee il senso. Ma quale migliore lettura di un testo i cui dialoghi sono in triestino, quando si ritorna a Trieste?
Nella prima lettura avvenuta quando non avevo mai messo piede a Trieste, ricordo di aver trovato alcune conferme, per esempio che molti passano attraverso "certi rapporti", alcuni dimenticandosene subito dopo, altri restandoci, altri ancora conservandoli nella memoria come preziosi), in questa seconda lettura (oltre due decenni dopo di esperienza), vi trovo invece soprattutto la dolcezza dell'adolescenza, l'innocenza dei primi amori, una prosa sincera e un'immagine veloce di una Trieste che adesso conosco un pochino ma che in realtà non esiste più, pur restando ancora visibile ovunque nella città: la Trieste di fine Ottocento.

Ernesto è un ragazzo di sedici anni, vissuto a Trieste nel 1898, è come un angelo tenero ma è anche crudele e spietato come tutti gli adolescenti, egoista, egocentrico e bugiardo.
Il romanzo (che avrebbe potuto intitolarsi "Intimità" oppure "Un mese" o "Un anno" e questo lo sappiamo dalla corrispondenza dell'autore che arricchisce il volume) resterà incompleto perchè Saba, malato e vecchio, non avrà l'opportunità di finirlo, ma anche così (interrotto, promettente cose che mai potrà mantenere, allusivo a cose che mai sapremo) è prezioso, unico.

Nel 1961, la rivista "Nuovi argomenti" pubblica una nota di Elsa Morante a proposito del romanzo/racconto di Saba (all'interno di un'inchiesta sull'erotismo). Saba le aveva letto, ad alta voce, qualche anno prima, il manoscritto che si andava sviluppando (sempre convinto l'autore, di avere poco tempo a disposizione e temendo i tanti impedimenti quotidiani). Morante rilesse poi il manoscritto grazie alla figlia di Umberto Saba:
"Ho letto, di recente, un romanzo incompiuto, inedito, e ancora (ma per poco, io spero) sconosciuto a tutti. Nella nostra perpetua immaturità, che cerca a tentoni i suoi passaggi verso la chiarezza, certe letture equivalgono, per noi, a esperienze reali e provvidenziali: sgombrando d'intorno a noi, col loro intervento illuminante, i mostri infantili della superstizione comune. In questa funzione liberatoria consiste, io credo, la massima ragione dell'arte.
[...] Vi si narrano le prime esperienze erotiche (amorose) di un ragazzo: le quali s'iniziano, per avventura, con una di quelle relazioni che - sebbene reali, e umane, e comunque di natura - la superstizione considera nella loro specie, tabù. Il ragazzo di Saba, per sua grazia, è immune da certi tabù, responsabili di trasformare le realtà naturali in mostri assurdi e delittuosi.
[...] Portato dalla sua innocente sensualità, e dalla sua spontanea curiosità della vita, questo ragazzo ideale, come è passato attraverso la sua prima, occasionale esperienza, così poi naturalmente conoscerà l'amore delle donne [...] il caro e felice Saba [...] nella sua narrazione, non tralascia nessun particolare, per quanto difficile e segreto, purché gli sembri necessario; non castiga nessuna parola. Però, le stesse cose che altri, nel dirle, potrebbero rendere oscene, o ridicole, o sordide, si rivelano invece, dette da lui nella loro chiarezza reale, naturali e senza offesa. Lasciando limpida, alla fine della lettura, l'emozione degli affetti, restituita alla purezza consapevole della coscienza matura. [...]."

Del romanzo scelgo un brano in cui di tutta la vicenda si descrive il "dopo molti anni", quando tutto "è passato":
"L'uomo - che aveva, e per sue buone ragioni, più paura di Ernesto che Ernesto di lui - non solo non si confidò mai a nessuno (verso un ragazzo da cui aveva cavato il suo piacere, e non gli si era dato per denaro, il suo comportamento era piuttosto - se così può dirsi - cavalleresco); ma quelle poche volte che lo incontrò per strada finse di non vederlo. La prima fu mentre accompagnava a casa Cesco, così ubriaco che non si poteva reggere sulle gambe; le altre parecchi anni dopo, a intervalli sempre più lunghi. Ernesto, anche lui molto cambiato, lo riconobbe appena: non era nemmeno sicuro se fosse lui o un altro. Lo rivide curvo, con le mani incrociate dietro il dorso: un vecchio gli pareva, un vecchio cadente e, per di più (sebbene non lo fosse), un mendicante. Tutte le volte i loro occhi s'incontrarono, per allontanarsi; e mai ci fu tra loro uno scambio di saluti. Tutto era finito, e finito veramente."

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Leggi anche il post "Canarina azzurra".
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venerdì 11 giugno 2010

Il gabbiano

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Ed eccomi nel Tempio del rumore. Rumore quasi a tutte le ore e quasi ovunque. I timpani fanno male e non si riesce neanche a sentire se stessi! Mi chiedo retoricamente: Perchè non si rendono - immediatamente - tutti questi motori (apparentemente così necessari), più attutiti e ovattati? Anzi, perché non smettiamo tutti di rumoreggiare?
Avrò l'onore di vivere una rivoluzione del genere? Non credo!
Io vorrei sentire gli uccellini cantare! E le foglie frusciare! Esistono altri/e con la stessa esigenza? Non sarò certamente l'unica ad avere questi bisogni lussuosi, vero?!
E questa città non sarà l'unica con questa "malattia"?
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Bisogna andarseli a cercare in certi angoli della città, i suoni morbidi della natura e del quieto vivere, anzi del vivere quietamente. Angoli che per fortuna ci sono ancora, anche se - spesso - con il rombo del traffico in lontananza.
Le vie centrali di questa città - che mi piace - soffrono di altissimo inquinamento acustico, 22 ore su 24.
Soltanto nelle prime ore dell'alba il traffico si ferma... E allora, mi sveglio puntualmente ( ... e già, il silenzio mi sveglia) e sento un gabbiano che urla il suo verso. Noto, per la prima volta, che il verso di un gabbiano sembra un "No, noo, nooo!". Ci avete mai fatto caso?
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lunedì 7 giugno 2010

Madri vissute

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La cripta dei cappuccini
di Joseph Roth
Adelphi
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Un Sig. Trotta di Slovenia vive la fine dell'Impero Asburgico, insieme alla sua generazione morta o sopravvissuta alla prima guerra mondiale.
Quella guerra definita mondiale "...non già perché l'ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo...".
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Scritto come un ricamo, un fine lavoro di sartoria, la frase-bottone della fine del capitolo precedente entra nella frase-asola del capitolo seguente, per esempio.
Il romanzo è, nonostante tutto, anche ironico e molto sincero.
Riporto una parte di una pagina divertente, una conversazione con la vecchia madre, a proposito della moglie ritrovata, al rientro dalla guerra, molto legata ad una insolita donna, una professoressa:
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"...E chi sarebbe questa professoressa Jolanth Keczkemet?"
"Szatmary, mamma!" corressi.
"Sarà Szekely" consentì mia madre. "Allora, chi è?"
"Ha i capelli corti, mamma, e io non la posso soffrire".
"E Elisabeth è sua amica?".
"Un'ottima amica!".
"Ottima, dici?"
"Sì, mamma!".
"Ah!" disse. "Allora lascia perdere, ragazzo. Conosco amicizie del genere per sentito dire. Mi basta. Ho letto molto, ragazzo! Tu non immagini quante cose so io; un amico sarebbe stato meglio. Dalle donne è quasi impossibile liberarsi. E da quando è che esistono donne che sono professori? E di che cosa è professore questa Keczkemet?".
"Szatmary, mamma!" corressi.
"Sarà Lakatos" disse mia madre dopo aver riflettuto un pò. "Allora, cosa speri di fare contro un professore donna, ragazzo? Un pugilatore, o un attore magari, sarebbe un altro discorso!".
Quanto poco conoscevo mia madre! Questa vecchia signora che solo una volta alla settimana andava ai giardini pubblici per un paio di ore a prendere 'una boccata d'aria', e che solo una volta al mese, allo stesso scopo, era solita andare in fiaccheria fino al Praterspitz, era al corrente perfino delle cosidette perversioni.
..."Questa professoressa Szatmary" dissi "non può niente contro di me. Elisabeth mi ama, ne sono sicuro. Ieri per esempio...".
Mia madre non mi lasciò finire il discorso: "E oggi?" mi interruppe. "Oggi è daccapo dalla professoressa Halaszy!"
"Szatmary, mamma!"
"Non faccio caso a nomi simili, ragazzo, lo sai, non mi correggere continuamente!"


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