domenica 28 febbraio 2010

Verso Reykjavik


A cura di Paolo Maria Turchi
Edizioni Gudrun - 1996

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L'Hávamál è uno dei cosiddetti poemi eddaici.
Le Edde stanno alla cultura nordica come i Veda all'India e i poemi omerici alla Grecia.
Gli studiosi non concordano sulla data e il luogo di composizione dell'Hávamál: Norvegia, Islanda, Isole Britanniche? Sono antichi detti che riflettono l'atmosfera culturale dei primi vichinghi che poi uno scriba, di uno dei suddetti paesi, ha messo per iscritto? O sono una miscela di proverbi latini e pagani messi in rima nel metro eddaico?
Probabilmente l'opera risale al 700-900 d.C.
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Il libricino è sbucato fuori da un angolo della mia libreria dove lo avevo dimenticato totalmente. Lo avevo acquistato in un villaggio sulla strada per Reykjavik nel luglio '98. In italiano!
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Consiglio per l'ospite
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Tutti gli usci
prima d'entrare
con cura visiona,
guardati bene attorno.
Che arduo è sapere
in quale angolo
siede insidioso il nemico.
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Gentilezza
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Di acqua ha bisogno
chi viene a desinare,
di panni e di buon cuore.
Gentilezza,
occasione di ascoltare
e di parlare.
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Cattivi consigli
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Felice è colui
che da se stesso riceve
rispetto e buon senso in vita.
Ché cattivi consigli
spesso riceviamo dai cuori altrui.
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Buone maniere
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Quando la coppa circola
bevi con misura.
parla con senso o taci.
Non è vergogna
nessun ti accuserà
se presto vai a dormire.
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L'amicizia
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Tortuosa è la strada
verso un cattivo amico,
benché abiti sulla strada maestra.
Ma verso il buon amico
agevole è il camino
benché remoto abiti.
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Coltiva l'amicizia
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Sappi, se hai un amico
di cui ti fidi
ed al suo affetto aspiri:
stai in sua compagnia,
scambiatevi regali
e va' spesso a trovarlo.
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Solitudine-Compagnia
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Giovane fui un tempo
solitario andavo
e persi la mia strada.
Ricco mi sentii
quando un altro incontrai:
il piacere dell'uomo è l'uomo.
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Il giusto mezzo
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Grandi doni
non elargire mai,
spesso il poco è apprezzato.
Con la metà di un pane
e con una coppa in due
ho trovato un amico.
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Il destino
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Moderatamente saggio
sia l'uomo
mai troppo saggio.
Il proprio destino
nessun si curi di conoscere
se vuol vivere senza pena.
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Fierezza
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Ben pulito e sazio
si rechi l'uomo in visita
benché l'abito non sia elegante.
Ma delle scarpe e delle brache
nessuno si vergogni,
e neppure del cavallo
anche se non è buono.
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L'ospite importuno
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Troppo presto
arrivai in molti luoghi
o troppo tardi in altri.
La birra era già bevuta
oppure non pronta ancora,
l'importuno di rado arriva
al momento giusto.
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L'importanza di ciascuno
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Lo zoppo va a cavallo
il monco guida il gregge
il sordo combatte da eroe.
È meglio essere cieco
che morto sepolto.
Il cadavere non giova a nessuno.
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Immortalità
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Muoion le greggi
muoion i parenti
morrò anch'io.
Ma il buon nome
mai morrà,
né la reputazione di chi merita.




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sabato 27 febbraio 2010

Effetto verginità


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Scritto sul corpo
Jeanette Winterson

Mondadori - 1993
Traduzione di Giovanna Marrone
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"Hai amato altre persone e nonostante questo le hai lasciate."
"Non è così semplice."
"Non voglio essere un altro trofeo."
"Hai cominciato tu, Louise."
"Lo ammetto. Abbiamo cominciato insieme."
Cosa stava succedendo? Avevamo fatto l'amore una volta. Ci conoscevamo da un paio di mesi e già metteva in dubbio la mia idoneità per una candidatura a lungo termine? Glielo dissi.
"Così ammetti che sono solo un trofeo?"
Ero in preda alla rabbia e allo sconcerto. "Louise, non so chi sei. Ho fatto di tutto per cercare di evitare quello che è successo oggi. Ma mi colpisci in un modo che non so valutare o tenere a freno. Tutto ciò che posso misurare è l'effetto, e l'effetto è che ho perso il controllo."
"Così cerchi di riassumere il controllo dicendo che mi ami. È un terreno che ti è noto, vero? È l'avventura, il corteggiamento e il turbine."
"Non voglio mantenere il controllo."
"Non ti credo."
No e hai ragione a non credermi. Quando in dubbio, scegli la sincerità. È uno dei miei trucchi. Mi alzai e andai a prendere la camicia. Era sotto la sua sottoveste. Afferrai invece la sottoveste.
"Posso averla?"
"Trofeo di caccia?"
I suoi occhi erano pieni di lacrime. L'avevo ferita. Rimpiansi di averle raccontato tutte quelle storie sulle mie ragazze. Avevo voluto farla ridere e sulle prime aveva riso. Ma avevo disseminato di rovi il nostro cammino. Non si fidava di me. Finché s'era trattato di amicizia, l'avevo divertita. Ma come amante ero mortale. La capivo. Non vorrei avere troppo a che fare con una persona come me. Mi inginocchiai sul pavimento e strinsi le sue gambe al petto.
"Dimmi cosa vuoi che faccia e lo farò."
Mi accarezzò i capelli. "Voglio che tu venga da me senza passato. Le frasi che hai imparato, dimenticale. Dimentica di aver frequentato altre stanze da letto, altri luoghi. Vieni da me come fosse la prima volta. Non dire mai che mi ami fino al giorno in cui me lo dimostri."



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venerdì 26 febbraio 2010

Radici




Nel paese delle mie radici
di Marie Cardinal
Traduzione di Riccardo Mainardi
Bompiani - 1986


"Le parole per dirlo" è un libro che a suo tempo arrivò a casa di tante donne, proprio tante, e nessuno potè negare che andava dritto dritto al nocciolo della questione. Io l'ho apprezzato molto, mi aprì gli occhi molto di più dei saggi e delle indagini. E chiunque, soprattutto se di sesso femminile, può trovarci una classica, e quindi sempre attuale, verità. Forse perché il femminismo della Cardinal non era ideologico ma semplice come le parole che le donne si dicono quando si parlano sinceramente, per dire tutto il non detto o il non dicibile.
Come sempre quando un libro mi piace non posso fare a meno di leggere il resto dell'autore, se esiste. Di tutto il resto di Marie Cardinal (1928-2001) mi ha affascinata Nel paese delle mie radici (1980), che è la cronaca di un rietro, di un ritrovare le proprie radici. Il rientro ad Algeri, la città in cui lei era nata. E questo accade circa 18 anni dopo l'indipendenza dalla Francia. Quello che mi affascina nella sua Algeria è l'assomiglianza con la mia Sicilia.
L'Algeria attuale è già diversa - nel sociale e nel politico - da quella che lei, nelle ultime pagine, lascia ancora una volta. Lei lascia un'Algeria che aspetta un socialismo che la faccia arricchire.
Oggi, 30 anni dopo, quel -ismo è stato sostituito, così sembrerebbe, da un altro -ismo. E domani è difficile immaginare cosa sarà. Ma l'Algeria della sua infanzia e delle sue radici nessuno può cambiarla:
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...Per me vivere altrove, lontano da quei luoghi, ha cambiato il senso della parola vivere. Vivere altrove è diventato sinonimo di arrancare per guadagnarsi la vita, di organizzare la vita, di strutturare la vita, di programmare la vita.
...Da qualche giorno le strade di Parigi mi sono diventate totalmente estranee. Guardo le architetture, guardo la gente come fossi un etnologo. Strane usanze. Strani costumi. Strane cibarie. Strane vegetazioni.
...Quando sono venuta ad abitare in Francia ho conosciuto della gente, qualche amicizia me la sono fatta; ma mi manca sempre una chiave, la chiave del loro paese. Il loro occasionale richiamarsi alla Bretagna, all'Alsazia, all'Auvergne, al Limousin, non suscitano in me nessuna immagine, non mi aiutano a comprenderli meglio. E ogni volta indietreggio: sono degli stranieri...Oggi non oso tornare a casa mia, in Algeria, perché ormai anche laggiù sono all'estero. Sono all'estero dappertutto, io.
...A scuola, i libri della mia infanzia erano tutti in francese, scritti per bambini francesi che vivevano in Francia. Stagioni sconosciute li ritmavano di foglie di agrifoglio, di steli di mughetto, di capanne innevate, di scolari calzati di zoccoli...Visioni incomprensibili, di quei libercoli, a eccezione delle Crociate, nel corso delle quali i francesi si trovavano a faccia a faccia con gli arabi.
...adesso c'è Algeri davanti a me. Che gioia rivederti, che gioia profonda! Buongiorno, madre, sorella, amica mia. Sei ancora più bella, ancora più bella di prima. Ho già scritto che Algeri si ergeva come un tribunale al cospetto di chi vi penetrava, ed è vero. Algeri è alta, è in piedi, è verticale. I lunghi edifici da poco costruiti accentuano quest'impressione.
...Ma, di colpo, ecco una differenza, una grossa differenza,una differenza colossale, qualcosa che muta la città più delle case nuove, delle strade allargate, della popolazione quasi raddoppiata, delle bandiere verdi e bianche al posto del tricolore bianco, rosso e blu. Odo un suono che qui non avevo mai sentito: il muezzin ha cantato!

...le campane sono scomparse, le ha sostituite il muezzin. Del resto, mi bastava osservare attentamente per constatare che i minareti sono spuntati dappertutto. Algeri è più orientale, e le si addice.
...Gli uomini parlano tra loro, squadrano le passanti. Ne sento uno che, dopo avermi scrutata per bene, dice che sono una djousa, una vecchia. Non ha tutti i torti. Non mi ci vuole molto per ritrovare il riflesso necessario e chinare gli occhi, guardare di sotto in su, assumere un'aria assente. Mi metto sulla scia di due ragazze. Chiacchierano liberamente, un po' troppo ad alta voce forse; sembra che se ne freghino, che se la ridano di quel che dicono gli uomini, e tuttavia sono all'erta.
...Una donna sola ad Algeri, non può vivere. È braccata.
...Sì, va be', ho abitato in questa casa. Lì dentro mio padre e mia madre si sono scannati. Proprio così. E adesso hanno cessato di scannarsi, sono morti. In quanto a me non ci abito più e non avrei nessuna voglia di abitarci.
...Mi siedo, il cuore che batte forte. Perchè mi pulsa all'impazzaa come se fossi venuta all'appuntamento con un innamorato? Che sia questo, il mio viaggio in Algeria? Visitare la tomba di mio padre? Non lo so. Ma sto bene. Com'è tutto placido, quanta pace! Chiudo gli occhi. Il silenzio.
...Le ragioni che mi hanno spinto a venirci non sono molto chiare, e non mi curo gran che di scoprirle. Ne immagino alcune, ne suppongo altre, e non dubito che ve ne siano altre ancora che non conosco e conoscerò mai. Ma non mi pesa. Ne ho abbastanza, delle "ragioni": le ragioni uccidono, soffocano, imprigionano.
...Sembra assodato che ora avere figlie femmine abbia cessato di essere un gramo affare. Anzi, un buon numero di femmine in casa costituisce un vero investimento. Nel paese il denaro circola, e non poco. C'è il denaro guadagnato in loco e quello che spediscono i lavoratori emigrati all'estero...Le donne si conservano gelosamente: più sono intatte, più ne aumenta il valore.
...Dopo la conquista francese dell'Algeria gran parte delle moschee erano state trasformate in chiese, e un decreto del 1860 aveva vietatto ai musulmani l'accesso ai luoghi riservati al culto cattolico. La storia si volta e si rivolta come una crêpe.
...Impudico. Ecco: la parola l'ho detta. Ciò che non cesso di scrivere in tutti i miei romanzi è come la mia terra mi abbia insegnato l'amore e a far l'amore, e come io ami, e come faccia, facevo e farò l'amore con lei, con ciò che di più le somiglia, con ciò che le si accosta maggiormente. Non mi piace la falsità del pudore, non voglio cadere preda di questa malattia. Ma non potrei mai adattarmi a essere indecente. C'è, nell'indecenza, qualcosa di disonesto, di osceno. Non sopporterei si essere indecente nei miei libri.
...Le donne algerine sono le autentiche figlie della mia terra, sono le sue eredi. Io non sono che una figlia naturale. Dunque, se oggi queste giovani donne mi circondano dei loro volti amichevoli, dei loro sguardi sorridenti, è perché mi riconoscono e non mi trovano indecente.
...Nel gruppo rientra una sola francese, sposata a un algerino. Le altre sono tutte algerine. Parlano un francese perfetto, senza il minimo accento. È una lingua che gli appartiene interamente, ne conoscono ogni sfumatura. Occhi neri. Riccioli neri. Un modo di muoversi, di sedersi, di atteggiarsi che non è per niente europeo.
...Rapidamente ad Algeri, la mia vita si è riempita di gente, di appuntamenti, di telefonate, di riunioni. Ma non mi debbo illudere, non debbo credermi capace di entrare di pieno diritto nella realtà della nuova vita algerina: è troppo simile e al tempo stesso troppo diversa dalla vita che ho conosciuto prima.
...Fino a quanto resterò qui, non credo che mi sarà possibile parlare delle donne. È un tema, in Algeria, troppo cocente, troppo cruciale, troppo doloroso. Sempre gli sguardi mascolini fissi su di noi, come fossimo mercanzia ambulante da valutare, giudicare, misurare. Tutte queste mosche che si avventano senza posa su di noi, attaccaticce, fastidiose; l'impressione di non godere di alcuna libertà. L'impossibilità di esistere, all'aria aperta. Non osiamo percorrere a piedi il chilometro scarso che ci separa dalle rovine romane di Tipasa. Luogo stupendo che consoco bene, ma che mia figlia non conosce affatto. Dovremo prendere un taxi. Se ci andassimo tranquillamente, come vorremmo, col passo di chi si fa una passeggiata, non ci succederebbe niente di male, ma dovremmo sopportare una scorta di buffoni salaci, di sudici cavalier serventi, di attaccabrighe pretenziosi, di protettori silenziosi.
...Sembra che esistano dei caffè frequentati dagli studenti dove le donne hanno diritto di accesso. Io però non so dove si trovino.
...in Algeria c'è un'umidità terribile, e si trema per due, tre mesi almeno. Nella Cabilia nevica, si scende sotto lo zero. Però è il caldo che conta. Le case, la vegetazione, i ritmi di vita sono in funzione del caldo, come il Québec è fatto per il freddo, anche se d'estate fa spesso molto caldo. Gli algerini aspettano che arrivi il caldo come gli abitanti del Québec attendono la neve: con impazienza. Eppure sanno che dovranno soffrire.
...Sì, l'estate è arrivata, non ho dubbi: ha affondato nella terra i suoi artigli, e fino a ottobre non mollerà la preda.
...Tutti i miei sensi all'erta captano i segnali della canicola: segnali che da gran tempo non venivano più emessi...
...qui ci sto bene, questa terra è sempre mia madre.
...ALGERI. L'aeroporto. La FRANCIA. Parigi. Due orette di viaggio, tutto qui. Due mondi. Due vite.
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giovedì 25 febbraio 2010

Lavransdatter


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Kristin figlia di Lavrans
(Kristin Lavransdatter)
di Sigrid Undset
Garzanti - 1968
Traduzione di Evelina Bocca



È il capolavoro di Sigrid Undset (1882 -1949). Scritto tra il 1920 e il 1922. È la storia di una donna seguita fin dall'adolescenza, della sua famiglia e del mondo intorno a lei, nel '300 norvegese. Donne e uomini grezzi e delicati allo stesso tempo. Vite dedicate ad una promessa. Peccati troppo costosi ma inevitabili. Un mondo ancora pagano, già cristiano; un cristianesimo ancora cattolico, nordico, medievale.
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La copia, in italiano, firmata Garzanti 1968 è stata trovata in una fiera del libro usato, qui a Copenaghen, 16 anni fa e mi è stata poco dopo regalata da una norvegese orgogliosa.
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... Arrivati sull'ultima salita che conduceva alla chiesa, udirono la voce possente delle campane risuonare alta sul nitrito e lo scalpitar degli stalloni. Kristin non aveva visto mai tanti cavalli insieme: un inquieto e ondeggiante mare di lucide groppe che ricopriva il prato verde dinanzi alla chiesa. Sul sagrato si assiepava una folla di gente vestita a festa: tutti si alzarono e salutarono quando il vessillo di Maria delle monache di Nonneseter passò tra loro, e tutti s'inchinarono profondamente al passaggio di Madre Groa.
La chiesa era piena zeppa; sembrava che vi fosse convenuta più gente di quanta ne potesse contenere; ma per coloro che venivano dai conventi era stato riservato uno spazio libero davanti all'altare. Poco dopo entrarono i certosini di Hovedöen e s'avanzarono verso l'altare, e allora dai petti di tutti gli uomini e dei ragazzi presenti si levò un canto che riempì le navate della chiesa.
Quando durante la messa, tutti si alzarono in piedi, lo sguardo di Kristin cadde su Erlend figlio di Nicola. Era alto di statura e sorpassava di tutto il capo gli astanti; ella lo vedeva di profilo. Aveva la fronte alta e spaziosa, il naso grande e diritto che sporgeva sul viso come un triangolo, singolarmente affilato verso le narici palpitanti. C'era in lui qualcosa che richiamava a Kristin l'immagine di uno stallone. Non le pareva così bello come lo ricordava dall'ultima volta, nel viso le rughe scendevano profonde verso la bocca piccola e debole, ma bella...eppure, sì, era bello tuttavia.
Egli si volse e la vide.
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... Erlend le mise le mani sul petto e le accarezzò il seno, parve a Kristin che egli le aprisse il cuore e glielo portasse via...Egli scostò leggermente le pieghe della camicia di seta e la baciò. Si sentì scossa fin nell'intimo del suo essere.
Quando ritornò di nuovo in sè, si trovò sdraiata sull'erba con le guance sui ginocchi di lui, coperti di seta scura. Erlend stava sempre con la schiena contro il muricciolo, il suo volto nelle prime luci dell'alba sembrava grigio, ma gli occhi spalancati erano stranamente lucidi e belli. S'accorse che egli l'aveva coperta con suo mantello; si sentiva i piedi deliziosamente caldi avvolti nella fodera di pelliccia.
"E adesso hai dormito sulle mie ginocchia" disse egli e sorrise leggermente. "Che Dio te ne renda merito, Kristin...Hai dormito tranquilla, come una bambina tra le braccia della madre."
"E voi avete dormito, messer Erlend?" domandò kristin, mentre egli sorrideva chino sopra gli occhi di lei appena chiusi.
"Forse verrà la notte nella quale tu ed io oseremo dormire insieme... Io ho vegliato stanotte: ci sono ancora tante cose tra noi, ancor più che se ci fosse stata una spada sguainata tra me e te. Dimmi se tu mi avrai caro anche quando questa notte sarà passata."


 
 
Link: Altro di Sigrid Undset pubblicato da Iperborea.
 
Notizie biografiche su Wikipedia.
 
Per chi legge norvegese una lunga pagina su Daria.no dedicata all'autrice e al romanzo.



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mercoledì 24 febbraio 2010

L'anima


Wisława Szymborska
da La gioia di scrivere (1945-2009)
A cura di Pietro Marchesani, Adelphi - 2009
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Qualche parola sull'anima.


L'anima la si ha ogni tanto.
Nessuno la ha di continuo
e per sempre.
.Giorno dopo giorno,
anno dopo anno
possono passare senza di lei.

.A volte
nidifica un po' più a lungo
solo in estasi e paure dell'infanzia.
A volte solo nello stupore
dell'essere vecchi.
.Di rado ci dà una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valigie
o percorrere le strade con scarpe strette.
.Quando si compilano moduli
e si trita la carne
di regola ha il suo giorno libero.
.Su mille nostre conversazioni
partecipa a una,
e anche questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio.
.Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno alla chetichella.
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È schifiltosa:
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affanni la disgustano.
.Gioia e tristezza
non sono per lei due sentimenti diversi.
È presente accanto a noi
solo quando essi sono uniti.
.Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto.
.Tra gli oggetti materiali
le piacciono gli orologi a pendolo
e gli specchi che lavorano con zelo
anche quando nessuno guarda.
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Non dice da dove viene
e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.
.Si direbbe che così come lei a noi,
anche noi
siamo necessari a lei per qualcosa.




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martedì 23 febbraio 2010

Le scimmie









"Brutta, bruttissima bestia il capitale, ma noi, le scimmie feroci che hanno riempito il mondo, noi siamo innocenti, incolpevoli? Il piacere di servire ce lo ha imposto il capitale? Gli applausi e il consenso che tributiamo a tutti i piccoli tirannelli nostri e d'importazione ce li ha imposti il capitale? E le mode. Anche l'indecenza del nudo indecente che regna nei luoghi pubblici? E la voglia irresistibile di rubare per cui non c'è pubblico ufficio, partito politico, associazione umanitaria, congregazione religiosa dove prima o poi non si rubi? Il capitalismo è malvagio e ladro, ma il ritorno dei coltelli fra i giovani, gli stupri come nei saccheggi del mondo antico, i vandalismi senza ragione, le regole barbare delle mafie, il mignottificio trionfante, tutto è colpa del capitale?"

Da Annus horribilis di Giorgio Bocca
Feltrinelli - 2010


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domenica 21 febbraio 2010

Immortalità


Fotografia di Sarah Moon
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Poesia di Patrizia Cavalli
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Ah, ma è evidente, muio.
Sto per morire, che siano giorni
o anni, sto per morire,
muio. Lo fanno tutti,
dovrò farlo anch'io. Sì, mi conformo
alla regola banale. Però intanto,
tra un sonno e l'altro finché esiste il sonno
(solo chi è in vita gode del suo sonno)
guardando il cielo, girando gli occhi
intorno, in questi istanti incerti
io sono certamente un'immortale.
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Da "Pigra divinità e pigra sorte" - Einaudi
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sabato 20 febbraio 2010

C'era una volta


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Ha un nome molto comune,
il cognome anche, ma certo non in Italia.
Lei, 35 anni fa - in Italia - era l'unica.
In un mare di gente etero lanciava segnali diversi.
Comunque oggi ha 58 anni.
C'è qualcuna/o che se la ricorda?
Chi la riconosce?
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giovedì 18 febbraio 2010

Da un'infanzia





Elias Canetti (1905-1994)
La lingua salvata

Traduzione di
Amina Pandolfi
e Renata Colorni


(La Bibioteca di Repubbica - 2002?)
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"In quel periodo mi avvicinai a lei, i nostri rapporti presero una piega diversa e io diventai davvero il primogenito, non più soltanto di nome. Lei mi chiamava cosí e come tale mi trattava, avevo l'impressione che si affidasse a me, mi parlasse come a nessun altro essere umano e, sebbene non facesse mai parola di questo, avvertivo la sua disperazione e il pericolo che le aleggiava intorno. Mi assunsi il compito di portarla indenne attraverso la notte, ero io la sua àncora di salvezza quando non riusciva più a sopportare il suo tormento ed era tentata di liberarsi della vita. È molto singolare che in questo modo io abbia sperimentato in rapida successione, una dopo l'altra, prima la morte e poi l'angoscia per una vita minacciata dalla morte.
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...ciascuno di noi rappresentava per l'altro tutto ciò che rimaneva di mio padre. Inconsapevolmente interpretavamo entrambi la parte di lui e con la sua dolcezza ci facevamo del bene. In quelle ore ho imparato il silenzio in cui si raccolgono le forze dello spirito...
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A un mese dalla disgrazia ci si riunì in casa per una cerimonia commemorativa...Allora non sapevo quanto il nonno si sentisse colpevole. Aveva maledetto solennemente il figlio davanti a tutti quando questi aveva lasciato lui e la Bulgaria, accade molto raramente che un ebreo praticante maledica il proprio figlio, non c'è maledizione più pericolosa e più temuta. Mio padre però non s'era lasciato distogliere dal suo proposito, e poco più di un anno dopo il suo arrivo in Inghilterra era morto. Vedevo, sì, che il nonno durante le preghiere singhiozzava forte, non la smetteva più di piangere, non poteva guardarmi senza stringermi a sé con tutte le sue forze, e inondandomi di lacrime, quasi non mi lasciva più andar via. Tutto ciò lo attribuivo al suo grande dolore, e soltanto molto tempo dopo appresi che ancor più del dolore lo tormentava il senso di colpa, era convinto di aver ucciso il figlio con la sua maledizione..."
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Link: La lingua salvata di Canetti su Sonnenbarke


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martedì 16 febbraio 2010

Crai


Carlo Levi (1902-1975), autoritratto - 1945
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Da Cristo si è fermato a Eboli
(1945- Giulio Einaudi)
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"Non arrivavano i giornali né la posta, per la neve che chiudeva le strade: l'isola fra i burroni aveva perso ogni contatto con la terra. Il mutarsi dei giorni era un semplice variare di nuvole e di sole: il nuovo anno giaceva immobile, come un tronco addormentato. Nell'uguaglianza delle ore, non c'è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti. Tutto il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago "crai" contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo. Come talvolta il linguaggio inganna, con le sue interne contraddizioni! In questa landa atemporale, il dialetto possiede delle misure del tempo più ricche che quelli di alcuna lingua; di là da quell'immobile, eterno crai, ogni giorno del futuro ha un suo proprio nome. Crai è domani, e sempre; ma il giorno dopo domani è pescrai e il giorno dopo ancora è pescrille; poi viene pescruflo, e poi maruflo e maruflone ed il settimo giorno è maruflicchio. Ma questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, ma piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie del crai. Certo anch'io cominciavo a non attendermi nulla da nessuno dei futuri marufli o marufloni o maruflicchi."
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domenica 14 febbraio 2010

Fatti e disfatti


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Da I fatti della vita (1976)
Einaudi Nuovo Politecnico -1978
Traduzione di Camillo Pennati
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Sogni, fantasie, riflessioni sulla nascita, e non solo."Il contenuto adulto dell'infelicità adulta sembra avere la forma e lo stampo delle catastrofi intrauterine e della nascita: è possibile questo?".


...Il mondo è il mio grembo, e il grembo di mia madre fu il mio primo mondo.

...Durante la notte (incinta di due mesi) si era svegliata, diverse volte, gridando nel sonno, "Devo uscire. Voglio uscire, Lasciatemi uscire". Il mattino ebbe un aborto spontaneo, contro ogni sua conscia intenzione.

...Quando il cordone viene reciso subito dopo la nascita, l'attimo in cui il cordone è reciso (tra i due punti in cui è stato appena legato), vi puó essere un sussulto di tutto il neonato, compreso dita dei piedi e delle mani. Ho visto una reazione globale dell'organismo accadere l'attimo in cui si recide il cordone ombelicale. Sembrerebbe neurologicamente impossibile, poiché nel cordone ombellicale non ci sono nervi. Ma accade. L'ho visto accadere.

...Il modo in cui il processo della nascita è fatto a pezzi dall'interferenza tecnologica è uno degli aspetti più ragguardevoli del nostro tempo.

...Oggi tagliano a pezzi i bambini e introducono dei congegni nei bambini non ancora nati. In America la statistica riguardante il numero di donne rispetto a quello di uomini, il cui cervello è stato tagliato a pezzi, è di 3 a 1, e tutti interventi da parte di uomini. In Europa, circa venti generazioni addietro, 100.00o donne all'anno, una vastissima percentuale della popolazione in quei tempi, venivano prese dai loro letti nel cuore della notte, senza preavvviso, denudate, gettate su un carro e trasportate via nelle segrete dell'Europa dell'Inquisizione. Colà, dopo essere ridotte alla fame, venivano sottoposte a torture, a interrogatori e mandate al rogo. Diciassette generazioni fa, ecco cosa succedeva, senza che se ne parlasse sui giornali. Queste donne provenivano da tutte le classi, dall'alto al basso della struttura sociale, le vostre nonne e la mia, nonne nonne nonne, talvolta ragazze, talvolta d'età, sposate o zitelle, torturate e arse. Questo, tanto per dare un po' di prospettiva socio-storica a quanto succede oggi. Oggi ciò vien fatto cosí bene che i più non sanno che avviene. Rispetto, cortesia, gentilezza, tenerezza, considerazione, compassione, carità: penso che tutti si sappia il significato di queste parole. Esse non precludono la tecnica e la tecnologia.

...Si ha bisogno di verità. Verità e realtà talvolta paiono virtualmente indistinguibili, separabili talaltra, ma sempre intimamente connesse. Quel che è deve includere il mio ambiente e per vivere correttamente, i miei geni hanno boisogno di sapere quel che è.
Alla fine, ciò che in legge determina se qualcuno sia completamente "andato" o no è la risposta al quesito: lui o lei conosce la differenza tra giusto e sbagliato?

...Questo libro non ha la pretesa di essere una guida ai perplessi. Io stesso sono perplesso. Ma, nel modo migliore possibile, ho tentato di comunicare la natura della mia perplessità.




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sabato 13 febbraio 2010

Altrimenti introvabili


in Ultimi versi
di Giovanni Raboni
(1932 - 2004)
Garzanti - 2006
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La piazza
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Mi piace questa piazza. Più è deserta
e più mi piace. Posso popolarla
di chi voglio, incontrarci, camminando,
gli altrimenti introvabili.
C'è mio padre che pure, a quanto so,
da queste parti non c'è mai venuto
ma sembra contento di passeggiare
(lui diceva, mi ricordo, flâner)
sotto i portici, o di scrutare
l'interminabile crepuscolo
seduto a un tavolino del caffè
fumando lentamente
una delle sue Turmac con il filtro.
C'è mia madre, molto più giovane
di quando m'ha lasciato (dai vestiti
si direbbe persino che la guerra
debba ancora scoppiare):
sta aspettando l'autobus, forse,
o forse invece guarda i manifesti
della stagione di prosa, stupita
da tutti quegli attori e quelle attrici
che non ha mai sentito nominare.
E c'è, appena in ritardo, mio fratello
al volante d'una vecchia MG
(sì, per lui si può fare un'eccezione,
aprire per un attimo al passato
l'isola pedonale),
così magro, così bello, un ragazzo
di cinquant'anni! e vedo che sorride,
che mi fa segno con la mano
come a dire "ci vediamo più tardi"
ma con l'aria di volersene andare,
di voler proseguire già stasera
per dove fa più caldo o c'è più neve.
.
2
.
Oppure ecco di colpo le tue gambe
meravigliose sui primi tacchi alti
della tua adolescenza.
Ti spio fra una colonna e l'altra, è fuori,
è alla gran luce che cammini, svelta
e indolente, dandoti arie
d'avere i sedici anni
che non avrai che a maggio. Come sbanda
per tenere il tuo passo vittorioso,
con che delizia s'affatica
di decennio in decennio
a inseguirti fin dove non c'è traccia
né di me né di noi
la mia smodata tenerezza.
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Dalla Postfazione di Patrizia Valduga
(che consiste in una raccoltina,
della Valduga stessa, di testi
scritti durante la malattia di Raboni):


. .
Ladra di versi ho fatto il verso ai versi
per l'amore che non sapevo dare.
.
Ho fatto versi sempre più perversi
per uscire da me e riposare.
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Una tua poesia, basta una sola,
basta a sbalzarmi il cuore fino in gola.
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Ti sento in me, ti voglio dentro me,
fatta di te, parola per parola.
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E ritrovo il tempo perduto,
un anno all'ora, un secolo al secondo.
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Io finirò di chiederti perdono
quando avrà fine il tempo e fine il mondo.
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lunedì 8 febbraio 2010

Quali libri? E perché?


Avete sbagliato, avete peccato di cialtroneria...
E allora il Consiglio Mondiale della Ragionevolezza vi ha condannato/a
a tre anni di isolamento in un'isola dell'Arcipelago. Si parte fra poche ore.
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La striscia nera che vedrete in lontananza è un'altra isola dell'arcipelago e probabilmente ospita un'altra persona nella vostra stessa situazione. Ma non sapete chi, e lo saprete solo se all'isola ci arriverete di vostra iniziativa, a vostro rischio. Non è neanche sicuro che quando arriverete sull'isola ci sarà un altro condannato o condannata! Non ci sono barche e telefoni per comunicare con le altre isole (ne vedrai solo una dalla tua riva, ma intorno in realtà ce ne sono altre sette).
Niente cellulare niente computer, quindi anche la comunicazione con il resto del mondo sarà azzerata (a parte la telepatia...)
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C'è l'acqua da una sorgente, per bere e per lavarvi, ci sono gli alberi per l'ombra, e dei rifugi naturali per ripararvi dalla pioggia, per riposarvi, per nascondervi. Per mangiare ci sono i frutti degli alberi, qualche pianta commestibile ma esotica (la dovete individuare voi, sperimentando).
Altro non sapete, altro non avete.
A parte il fatto che ci sarà poca pioggia e molto sole, che starete sola/o in quei tre anni, come in una specie di clausura all'aperto, forse ci saranno alcuni animali non feroci, ma è solo un "forse" (volatili, quadrupedi?). Pesci in abbondanza nel mare.
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Vi daranno la possibilità di riempire uno zaino da viaggio che non dovrà superare i 15 chili di peso, del resto meglio così perché dovrete trasportarlo voi stessi/e da casa vostra alla stazione, da un treno all'altro, dal treno all'autobus, fino alla nave che vi porterà, navigando per tre giorni, all'isola disabitata.
Credetemi non ci sono telecamere nascoste, non vi daranno premi alla fine dei tre anni e se state male sono proprio affari vostri.
Ricordatevi dunque di mettere nello zaino tutto ciò di utile che vi viene in mente, di necessario, di pratico: dei semi per potervi fare un orto; piccoli e leggeri attrezzi per facilitarvi eventuali lavori manuali (forbicine? cacciavite? coltello, ago, spago? una bottiglia, più leggera se di plastica, dei fiammiferi?); indumenti caldi per i momenti freddi e umidi... Insomma tutto ciò che - grammo dopo grammo - faranno i 15 chili, e di cui non dovrete pentirvi di aver preso con voi.

In compenso preparatevi a dovervi pentire di non aver preso questo e quello, ma avete dovuto scegliere e scegliendo si perde sempre la parte non scelta!
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Qualcuno di voi deciderà di non poter fare a meno di qualche libro: tre anni sono lunghi e possono diventare anche noiosi senza una pagina da leggere. Ma saranno pochi i libri che avrete con voi, perché se riempirete il vostro zaino con i libri... probabilmente morirete presto di fame e di ogni altro pericolo.

Devono essere libri nuovi, mai letti? Uhm... c'è il rischio che poi non vi piacciano... e che ci fareste con un libro non interessante? Ve lo girereste tra le mani, odiandolo sempre di più... (potreste usarlo come cuscino, certo....).
Devono essere libri che vi sono piaciuti tanto che sicuramente vi farà piacere rileggere? Sembra più ragionevole questa scelta. Libri che però a rileggerli non vi devono annoiare ma darvi ancora qualcosa di nuovo.
Devono essere due, tre, cinque, dieci? Dipende dal loro peso e dai vostri bisogni. Fate voi. Ogni libro in più equivarrà ad un indumento, un attrezzo, una possibilità di sopravvivenza in meno... Ma anche la vostra anima, il vostro spirito deve sopravvivere, non solo il corpo!

(Se poi riuscirete a costruire una zattera - con la quale raggiungere l'isola di fronte, e magari essere fortunati/e da trovarci un'altra persona che a sua volta avrà con se dei libri - consigli, attrezzi, cibo - da scambiare... Ah!).

E allora, arrivando al dunque:
QUALI LIBRI PORTERESTI CON TE? 
E PERCHÉ?



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giovedì 4 febbraio 2010

Niente di nuovo














"Dopo una certa età - e per alcuni di noi può accadere quando si è molto giovani - non ci sono più persone, bestie, sogni, facce, avvenimenti, che siano nuovi: tutto è già successo prima, ogni cosa è già apparsa in precedenza, camuffata in modo diverso, vestita di abiti differenti, con un'altra nazionalità, un altro colore; la cosa, la stessa cosa e ogni altra cosa diviene un'eco e una ripetizione..."

In Gatti molto speciali (Particulary cats, 1967), Feltrinelli -2008
Traduzione di Maria Antonietta Saracino



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