martedì 24 marzo 2009

Babamin bavulu


Orhan Pamuk
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Da La valigia di mio padre
(Discorso tenuto a Stoccolma il 7 dic. 2006
in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura)
Einaudi - 2007

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" Lo scrittore che si chiude in una stanza con i suoi libri e intraprende un viaggio dentro se stesso scoprirà anche la norma indispensabile della grande letteratura: l'abilità di raccontare la propria storia come se fosse la storia di un altro e la storia di una altro come se fosse la propria. Per farlo iniziamo dai racconti degli altri.
...Mio padre aveva una buona biblioteca, circa millecinquecento volumi, ampiamente sufficienti a uno scrittore...Osservavo da lontano la biblioteca di mio padre e mi sembrava un piccolo ritratto di tutto il mondo. Ma era un mondo visto dal nostro angolo, da Instabul."
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Titolo originale Babamin bavulu, traduzione di Semsa Gezgin.

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venerdì 20 marzo 2009

In giardino


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Le riconoscete?
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giovedì 19 marzo 2009

Trans ducere


Marguerite Yourcenar
nel 1987
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Tradurre. Traducere, cioè trans (al di là) e ducere (condurre): condurre, trasferire dei concetti, delle parole da una lingua all'altra. Tradurre può essere un grande onore e una grande fatica allo stesso tempo. Essere fedeli al testo originale non è semplice e chi traduce sa che in molti casi fedeltà vuol dire semplicemente "l'equivalente". Ma: deve una traduzione riprodurre lo stile originale o semplicemente deve riprodurre lo stile attuale nella lingua in cui si traduce? E se l'autore sperimenta con la lingua, la sua, come ridare l'audacia e le visione del testo originale al lettore che leggerà una traduzione? E l'ironia? Le metafore? Le circostanze politiche e storiche, le tensioni, alle quali si allude o che sono sottintese? Non si finirebbe mai di crearsi problemi, tutti fondati e tutti relativi. Un traduzione invecchia ogni cinque anni circa? Eppure il testo originale resta lo stesso! Cioè resta datato...allora perché aggiornare una traduzione?
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Tra le storie di traduzioni di cui sono a conoscenza, una mi sembra molto affascinante: la traduzione in italiano delle "Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar. Ce l'ha raccontata la traduttrice stessa, Lidia Storoni Mazzolani, in "Una traduzione e una amicizia" del 1988, che è abbinato all'Adriano, edito da Einaudi. Un volume che trovo veramente prezioso perchè comprende oltre che il romanzo e la storia della traduzione, anche "Taccuini d'appunti" della Yourcenar, un breve testo sulla lunga storia degli appunti che diventarono il romanzo.
La traduzione in italiano di Lidia Storoni Mazzolani è un capolavoro a sé. Forse anche grazie al dialogo, al rapporto con l'autrice, del quale racconta così gli inizi: "...voleva che il suo scritto sembrasse tradotto dal latino e perciò preferiva una studiosa del mondo classico anziché di letteratura francese...Era una donna un po' pesante, vestita con grande semplicità, taciturna; mentre prendeva il tè, guardava il Mausoleo di Adriano incorniciato dalla mia finestra. Forse, quella presenza al di là del Tevere le sembrò un segno propizio. Mi accinsi al lavoro con impegno: era la prima volta che traducevo dal francese e da un autore vivente. Sapevo che non le sarebbe sfuggita la minima svista. Mi aveva pregato di scriverle, se avessi avuto qualche dubbio - una cosa che i traduttori non fanno mai".
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Il libro venne pubblicato intorno al 1953 da un editore napoletano, senza la possibilità per la traduttrice di rivedere le bozze; un anonimo revisore aveva reso il testo plateale, sciatto anacronistico. La Mazzolani iniziò un'azione legale. La Yourcenar apprezzò questa difesa del suo testo e le scrisse spesso per incoraggiarla durante la vertenza, lettere che anche se "di affari" avranno sempre più toni confidenziali fino a diventare lettere "di amicizia". La corrispondenza continuerà e durerà negli anni. Nel 1956 la sentenza sarà finalmente favorevole alla Mazzolani.
Negli anni seguenti Yourcenar le scriverà diverse lettere per le varie circostanze private: nascite, matrimoni, morti. Ci sarà inoltre, tra loro, un'altra traduzione (L'opera in nero), anche questa con sviluppi problematici. Una volta le scrisse una lunga lettera, su cosa aveva visto, poco dopo essere stata a Leningrado, lettera che la Mazzolani voleva pubblicare in una rivista alla quale collaborava, ma la Yourcenar non volle; tuttavia qualche anno dopo si fece dare la fotocopia per lasciarla pubblicare in una rivista canadese.
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Tornò in Italia nel 1958, con Grace Frick "l'amica che non la lasciava mai" (cito la Mazzolani), e a casa della Mazzolani incontrò, tra gli altri, Elsa Morante. Poi Einaudi rilevò i diritti delle Memorie di Adriano e l'epistolario tra le due si infoltì: La Yourcenar semplicemente grata di poter spiegare il proprio lavoro ad una persona competente. Citando i contenuti delle lettere della Yourcenar di quel periodo: "Mi sorprende sempre constatare quanto rari siano, soprattutto in Italia, i lettori disposti ad accettare questo libro per quello che é. Uno studio sul destino umano, l'immagine di un uomo che delle sue virtù e dei suoi difetti, delle sue esperienze personali e della sua cultura poco a poco si compone una sorta di saggezza pragmatica d'amministratore e di principe...".
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E più avanti, notando la fatica nel quotidiano della Mazzolani: "Se un uomo lavora in ufficio, può sempre, se vuole, chiudersi in un mondo di cifre, di rapporti, di statistiche; ma la donna resta sempre vicina agli esseri, alle cose...Grace fa la sua parte dei lavori domestici, ma, in fin dei conti, la cucina la faccio io, qualche volta perfino il pane, strappo le erbacce, rastrello il giardino, rammendo la biancheria e i miei pullovers...quanti momenti poi passano in contatti, sia intimi sia indifferenti, che non hanno nulla d'intellettuale...".
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Quando nel '79 Grace Frick morì, Marguerite Yourcenar prese a viaggiare; una volta telefonò alla Mazzolani, alle 9 di una mattina di marzo del 1982, dopo aver trascorso la notte a Roma, il suo aereo partiva un'ora dopo, voleva soltanto salutarla e chiederle dei comuni conoscenti. Dopo, qualche biglietto di auguri ancora, e infine la morte. "Vorrei" scriveva Lidia Storoni Mazzolani " che sulla pietra dov'è scritto il suo nome fosse incisa la formula sepolcrale latina: S.T.T.L. = Sit Tibi Terra Levis. Ti sia lieve la terra."
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Di una traduzione mi interessa anche cosa accade presso l'autore tradotto, specie se ha la fortuna di seguire ed eventualmente "influenzare" il lavoro: è come riscrivere l'opera? Farla rinascere? Dovendo spiegare al traduttore le sfumature si finisce inevitabilmente con l'approfondire il proprio testo, le parole scelte, il perché delle scelte consapevoli e non. E un traduttore che maneggia con rispetto e delicatezza il testo è anche il migliore lettore dell'autore? E nel caso in cui l'autore traduce se stesso? E quando la traduzione avviene in una lingua della quale non si ha alcun controllo perchè totalmente sconosciuta?
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Lidia Storoni Mazzolani su Wikipedia
Marguerite Yourcenar su Wikipedia
Leggi anche il post del 25.9.09: Les yeux ouverts
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domenica 15 marzo 2009

Orrori Nostri











Giovanni Falcone
(1939-1992)
nella foto con Paolo Borsellino (1940-1992)


Da "Cose di Cosa Nostra", Rizzoli - 1991,
in collaborazione con Marcelle Padovani:
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Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione. Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrá far credere che alcuni politici non si siano alleati a Cosa Nostra - per un'evidente convergenza di interessi - nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.
Parlando di mafia con uomini politici siciliani, mi sono più volte meravigliato della loro ignoranza in materia. Alcuni forse erano in malafede, ma in ogni caso nessuno aveva ben chiaro che certe dichiarazioni apparentemente innocue, certi comportamenti, che nel resto d'Italia fanno parte del gioco politico normale, in Sicilia acquistano una valenza specifica. Niente è ritenuto innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca per chiedere un prestito perfettamente leggittimo, né un alterco tra deputati né un contrasto ideologico all'interno di un partito. Accade quindi che alcuni politici ad un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto... certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda conto.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

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Da "La palude e la città" di Pino Arlacchi
e Nando dalla Chiesa - Mondadori, 1987:
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...L'interrogativo da porsi diventa il seguente: in quali casi la mafia può essere trattata in modo accademico e perciò sollecitare - magari dietro il paravento della "serenità intellettuale" - una minore spinta a capire? In due casi soprattutto. O quando si ha una visione non necessariamente "antimeridionalista" ma sicuramente "ameridionalista" della storia e della società italiana, possibilmente in virtù di una forte componente di cultura industrialista (o anche operaista); oppure - ed ventualmente insieme - quando si è imbevuti di un antistatalismo così potente da considerare come fatti poco coinvolgenti, "altro da sé", tutti gli attentati e gli attacchi condotti contro lo Stato e i punti di snodo istituzionali della convivenza civile.
Quando queste circostanze ricorrono, si possono produrre impasti micidiali con altre culture. Una di esse è senz'altro la sicilitudine, la quale si caratterizza: 1) sia per la difesa - comunque sia - di tutto ciò che è siciliano, e più atavicamente siciliano, in genere su una piattaforma di pronunciato vittimismo; 2) sia per la pretesa di impedire a chiunque non sia siciliano di parlare di mafia, in base all'assunto che egli, in quanto tale, non ne possa "capire niente"; 3) sia per coltivare il gusto del dubbio ed esercitarlo, sofisma dietro sofisma, fino a entrare e a crogiolarsi nel regno della neutralità etica.
Un'altra di queste culture è il tradizionalismo reazionario, che si caratterizza per concepire come sovversivo e antisociale tutto ciò che mette in crisi l'ordine esistente, anche nelle sue più degradanti patologie; esso dunque combatte istintivamente e animosamente chiunque conduca la lotta contro la mafia senza preoccuparsi degli equilibri di potere esistenti.


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domenica 8 marzo 2009

In biblioteca




















Hovedbiblioteket
Krystalgade n. 15
1172 København K
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Per gli italiani della Danimarca e per i danesi che leggono/studiano l'italiano:
Quando l'amore non basta è trovabile presso la biblioteca centrale di Copenaghen, ma lo si può ordinare da qualunque altra biblioteca di quartiere.
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E a proposito della biblioteca centrale di Copenaghen devo dire che per me è sempre un luogo di sorprese. Parlo degli scaffali dedicati alla letteratura italiana.
Ho scoperto che negli anni alcuni libri vengono trasferiti in cantina se da tempo non vengono presi in prestito, alcuni invece vengono svenduti nei periodici mercatini interni. Io, grazie agli scaffali dedicati all'italiano (era uno 15 anni fa, adesso sono tre), ho letto autori che in Italia avevo ignorato o trascurato, e mi sono ritrovata, a leggere con piacere, più romanzi di autori che magari credevo noiosi, superflui, superati (l'arroganza non ha limiti!) ma che in realtà mi hanno (in un italiano eccellente) raccontato un'epoca italiana, una generazione, un universo, come per esempio Cassola, Soldati, Bassani.
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Negli scaffali si trovano, tra gli altri, Moravia, Morante, Maraini, Pasolini, Baricco, Benni, Tamaro, Tondelli ecc. A volte ho trovato dei veri gioielli per me, autori e testi che non solo io ma tutti i miei conoscenti e le antologie che ho letto ignorano.
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I libri della biblioteca li etichetto "Hovedbiblioteket".
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lunedì 2 marzo 2009

Intervista - marzo 2009

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Intervista di Nadia Turriziani pubblicata il 2 marzo 09 su Tifeoweb.
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"SE HO UN'IDEA LA SCRIVO SU QUALUNQUE PEZZO DI CARTA"

Cosa significa per lei scrivere?
Significa esprimermi. Ed inoltre la possibilità di toccare il lettore, l'accesso ad una forma di intimità spirituale con quanti mi leggono.
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Quali sono i libri del cuore?
Siddharta, di Hermann Hesse, Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar e La parete di Marlen Haushofer.
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Perché?
Sono libri che ho riletto più di una volta a distanza di anni e ogni volta mi conquistano: Siddharta perchè mi conferma che noi individui siamo tante cose nell'arco di una vita, e arriviamo ad ogni nuovo io con la stessa curiosità, lo stesso candore, la stessa serietà; Memorie di Adriano perchè mai ho letto, in italiano, un testo così esteticamente soddisfacente e allo stesso tempo così profondo, è la storia di una vita oltre che di un mondo personale vasto quanto un impero; La parete invece mi incoraggia a vivere con quello che ho, a combattere con il quotidiano pur avendo aspirazioni e velleità di più vasto perimetro! E tecnicamente lo trovo geniale: un quotidiano sempre più povero raccontato, giorno dopo giorno, senza annoiare mai.
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Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?
Ho trovato molto interessante "Le nonne" di Doris Lessing, che raccoglie tre racconti, ma è soprattutto il racconto che dà il titolo al libro che mi ha stupita, mi ha detto qualcosa che non avevo mai sentito prima, convincendomi.
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Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?
Questa è una domanda complicata! Perchè io sono nata all'estero e vivo all'estero, e in Italia ho vissuto in diverse regioni. Non ho purtroppo un luogo con il quale mi identifico "completamente". Mi sento però, in ultima analisi, più a casa mia nelle Marche, forse perchè ci ho vissuto gli anni e le esperienze più importanti.
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Qual è il rapporto con la sua cittá?
Copenaghen è ancora una città a misura umana: poco traffico se lo si confronta con quello delle città italiane, numerosi parchi e laghi, ovunque c'è la possibilità di passare con un bambino in carrozzella o con una sedia a rotelle, piste ciclabili diffuse in modo capillare e tante strade spaziose. Mi piace viverci perchè è una capitale e offre quanto una capitale, ma è anche sommessa e cortese, come una città di provincia. Quanto torno in Italia, la prima cosa che noto è il chiasso, ma appena rientro a Copenaghen il mondo si acquieta, con un sospiro di sollievo, di parecchi decibel: niente motorini, niente clacson, e la gente parla a voce più bassa.
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Come è arrivata alla pubblicazione del suo lavoro?
Ho spedito una mail, ad un editore nuovo del quale avevo letto un paio di interviste (nuovo e piccolo, quindi senza la spocchia dei "semi nuovi" e dei "mezzi grandi" e senza il problema dell'ingorgo di manoscritti che hanno i "vecchi e famosi"). Nella mail a grandi linee ho descritto il mio lavoro e ho chiesto se c'era da parte loro interesse ai miei temi. Mi hanno risposto dicendo che potevano essere interessanti. E cosí ho spedito tre lavori e loro, dei tre, hanno ritenuto questo il più adatto ai loro progetti. Ci sono arrivata dopo 10 anni di tentativi, in Italia e in Danimarca.
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Ha frequentato corsi di scrittura creativa?
No.
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Ritiene siano utili?
Credo di si, immagino possano esserlo, magari per lo scambio di vedute e di esperienze, inevitabile, con gli altri partecipanti, e con l' "insegnante". Dipende anche da chi li tiene quei corsi, da come sono impostati.
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Scrive a penna o al computer?
Sempre di più direttamente al computer. Però se un'idea non deve sfuggirmi la scrivo subito su un qualunque pezzo di carta a portata di mano (ovunque) e poi trascrivo tutto in un'agenda, con calma.
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Di giorno o di notte?
Quando sono nel momento giusto scrivo fino allo sfinimento, giorno e notte, indifferentemente.
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Riti particolari?
Mi piace avere della musica in sottofondo, soprattutto jazz o musica classica o qualunque cosa che corrisponda al ritmo che sento in me o allo stato d'animo di quello che sto scrivendo. A volte però preferisco il silenzio totale. Scrivendo, con il passare delle ore, non sento neanche la fame. Praticamente non mi importa di niente altro, quasi.
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Com è nata l'idea di scrivere questo libro?
Volevo liberarmi di una brutta esperienza.
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Preferisce cimentarsi col racconto o nelle poesie?
Fino a qualche anno fa preferivo la poesia, adesso mi piace ancora leggerla ma non scrivo "una poesia" da almeno un decennio. Sono cambiata.
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Una definizione dell'una e dell'altro?
Vedo la poesia come uno schizzo a matita (direi di un eventuale e probabile racconto). Ogni poesia, almeno così le mie, racconta una storia, sinteticamente. Il racconto è invece un dipinto ricco di dettagli, di colori, di struttura, magari pieno anche di poesia!
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Come ha scelto il titolo del suo libro?
Ho scelto tra un paio di titoli che l'editore ha proposto, ritenendoli più efficaci. Io avevo dato al racconto un altro titolo: Pretesti. Nel privato continuo a chiamarlo così.
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domenica 1 marzo 2009

Saudade







"Il desiderio è uno strano sentimento, frammisto di gioia e sofferenza. Il cuore batte in modo triste e felice nello stesso tempo. Collochiamo amore e struggimento nella stessa parte del corpo, vale a dire nel petto, all'altezza del cuore, là dove chi soffre d'amore e di desiderio preme le mani. Certe epoche tengono in considerazione il desiderio più di altre, per esempio il Romanticismo più del Realismo. Alcuni popoli sono esperti in struggimento: in Brasile nessuna parola viene pronunciata con tanta intensità come saudade, nemmeno la parola "amore". Non è forse meravigliosa la tensione dello struggimento d'amore, questo sconvolgente miscuglio di appagamento e di dolorosa mancanza? Non è forse così luminoso il piacere del desiderio, proprio perchè così carico di tensione? Nella più intensa gioia d'amore non ci assale forse un indicibile struggimento?
L'amore è tensione di persistenti sentimenti tra due individui. Anche quando gli amanti riposano, tra loro corre una sottile tensione. All'inizio di un incontro d'amore, la tensione si rende evidente nel continuo premere e spingere, prendere e tirare. In amore il desiderio si proietta in avanti, verso ciò che non è ancora, e al tempo stesso all'indietro, verso ciò che non è più. Un unico momento d'amore si espande nel passato più remoto e nel futuro più lontano. Quanto più attenti siamo, tanto più vasto è il suo orizzonte. Così, i momenti d'amore sono sempre anche momenti di struggimento e mai come allora le nostre ali si dispiegano tra passato e futuro."

Tratto da: La ferita dei non amati - il marchio della mancanza d'amore di Peter Schellenbaum, Red edizioni.



Legi anche il post: La solitudine fondamentale del 22.8.08



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