venerdì 31 ottobre 2008

Il patto del carbone













Anne Morelli
Gli italiani del Belgio
Editoriale Umbra - 2004
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Il 20 giugno 1946 viene firmato a Roma un accordo tra l'Italia e il Belgio, sulla mano d'opera per le miniere di carbone e le cave di pietra. L'accordo prevedeva l'invio dall'Italia, settimanale, di 2000 "minatori" sotto i 35 anni e in buona salute, in cambio lo stato belga inviava una determinata quantità di carbone in Italia.
I manifesti affissi per reclutare gli operai parlavano di un lavoro sotterraneo, senza altri dettagli, ma si dilungavano sui vantaggi quali le ferie e gli assegni familiari.
I candidati minatori - di tutte le regioni italiane ma soprattutto del meridione e della Sicilia - venivano concentrati a Milano, usufruendo dei piani sotterranei della stazione centrale. Dopo una visita medica, partivano per un viaggio che poteva durare anche 52 ore.
All'arrivo ricevevano degli alloggi che erano in realtà le baracche che erano state usate per i prigionieri di guerra. Alloggi miseri e invivibili, al limite della sopportazione.
Il giorno dopo l'arrivo erano già in miniera.
Questi italiani venivano tenuti lontani dai centri abitati, nascosti alla maggioranza dei belgi.
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Tra il 1946 e il 1960 circa 300.000 italiani si stabilirono in Belgio.
Ci vorrà l'incidente del 1956 a Marcinelle per bloccare ufficialmente e definitivamente l'accordo. In quell' incidente i morti furono 262 dei quali 136 italiani. Al processo che seguì i dirigenti della società mineraria furono assolti, dando la responsabilità all'imprudenza delle vittime.
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Alcune letture sull'argomento, oltre il saggio della Morelli:
Schiena di vetro di Raul Rossetti, vincitore del Premio Pieve nel 1988, pubblicato da Einaudi e da Baldini & Castoldi.
Rue des italiens di Girolamo Santocono, che in Belgio è diventato un classico per le scuole.
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Da 'Gli italiani del Belgio' di Anne Morelli:
" L'accordo italo-belga, firmato nel 1946, non prevede nessun periodo di addestramento al mestiere di minatore. La prima discesa nella miniera è per molti un colpo terribile. Molti italiani (forse il 50 per cento) rifiutano di scendere una seconda volta. Ma...hanno firmato a Milano un contratto che prevede, in caso di rottura, l'arresto e il rinvio in Italia in speciali convogli, dopo l'uscita dalla prigione..." .
...Osceno!! Addirittura!
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(Piccolo particolare privato: tra i colleghi di mio padre - che era appunto uno di questi minatori - c'erano anche delle donne, in particolare una signora belga, alta, robusta e matura, che conviveva con un amico di mio padre, e che ricordo ancora con molta simpatia per via del suo italiano zeppo di termini siciliani).
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Parlo al telefono con un mio zio 85enne che risiede in Belgio (e lo "intervisto" per qualche minuto!):
- Sono arrivato nel '49... c'erano ancora le tessere per comprare il pane, come durante la guerra... Eravamo in 1.500 sullo stesso treno... Mi hanno fatto la visita medica in paese, poi a Milano e quando siamo arrivati in Belgio ci hanno rifatto ancora una visita, a tutti... Ci facevano scendere a scaglioni nelle varie stazioni... Mi hanno fatto scendere a xxx e ci sono rimasto per i primi anni, poi sono venuto a xxx. Avevo 22 anni quando sono arrivato e dopo 14 anni mi hanno pensionato...Tutti quelli che lavoravano con me sono morti, anche giovani, sai... Io sono arrivato a questa età, malgrado tutto! -
Gli chiedo se conosce il libro della Morelli. No, non ne ha mai sentito parlare. Gli chiedo se ha mai sentito parlare del pericolo di essere arrestati se lasciavano il lavoro:
- No!! Arrestati, no!! Non eravamo prigionieri!...
- Uhm...
- Se ti azzuffavi con qualcuno ti mettevano dentro 15 giorni! Questo si. Oppure se venivi in Belgio senza contratto. Poi se il lunedí o il sabato non andavi a lavorare, i giorni dopo ti toglievano un quarto di paga giornaliera! Perché c'erano tanti che il sabato sera e la domenica andavano a ballare e il lunedí non ce la facevano ad andare al lavoro... C'erano tanti che dopo 15 giorni se ne tornavano in Italia con la paga di quei 15 giorni, c'erano quelli che ripartivano il giorno dopo oppure dopo due, tre mesi. I primi tempi erano brutti... e laggiú si diventava come cannibali...
- Che vuoi dire?
- ... La gente cercava di fregarti in ogni modo, non potevi fidarti di nessuno.
- Ti ricordi la paga quant'era?
- 800 franchi a settimana...che poi 100 franchi io li dovevo spendere ogni settimana per la cantina (...per dormire). Poi nel '60, dopo gli scioperi, è aumentata un pochino. Per guadagnare abbastanza dovevi scavare 13, 14 metri al giorno... un operaio doveva fare quei 13, 14 metri al giorno...
- Hai mai avuto un incidente nelle gallerie?
- Una volta... Sono rimasto 2, 3 ore chiuso in una galleria... c'era da stare molto attenti... era veramente pericoloso...
- Ma tu perché ci sei rimasto... se era cosí difficile?
- Perché io quando mi metto una cosa in testa...
- Sono tutte chiuse le miniere di carbone, adesso?
- Tutte. Il carbone c'è... dicono che ce n'è per 5 secoli ancora... ma non conviene più usarlo... ci sono Paesi che ancora lo usano... ma....
- Inquina!
- Inquina e... ormai...


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Breve storia degli italiani in Belgio su Belgio.cc.
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Il libro della Morelli in Editoriale Umbra

Ultima modifica 14.04.2012

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martedì 28 ottobre 2008

Mattone rotto





Marta Fabiani
POESIE
Edizioni S. Marco
dei Giustiniani - 1985

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Il mio cane
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Il mio cane è morto: ma è più morto ancora
chi un giorno affossò le mie parole
con la zappa della villania.

Il mio cane riposa nel giardino
ma è più stanco di lui chi siede
in una vasta sala che guarda
un Nord sbarrato di scaffali.

Il mio cane ha fatto i cuccioli
nel nostro cuore, e sono migliaia:
ma è più facile che venga una scintilla
dalla biada gelata di una stalla
che un lume dalla tua contrada.

Il mio cane aveva gli occhi viola:
i tuoi che tinta sono? Non importa,
non importa neppure dove guardi
o dove posi il cappotto, dovunque
è un mattone rotto, un legno da solaio,
una congiura silenziosa di travi.

O certo farai visite nel sole
certo avrai del té con le signore
e ci sarà chi ti dice: resta,
ma ovunque della primavera
ti arriverà solo l'afflato
dolciastro di qualche fiore spampanato
che non sa a chi dare il suo affetto.

E certo è possibile
che anche tu abbia un cane
come ognuno che vuole:
ma il mio riposa sotto un fiore
e il tuo non trova pace nel broccato.

Essere guardiano di tanta poca cosa
lo consuma: così è malato,
e io sono del mio giovane cane
l'ancella prudente e silenziosa.

O di sicuro ci sarà la cameriera
con la sua cresta e l'aria costernata:
e la bella facciata della tua casa
per qualche tempo attirerà gli sguardi.

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sabato 25 ottobre 2008

Marilina Labruna





La bruttina stagionata
di
Carmen Covito
Bompiani - 1992
Premio Bancarella 1993


Cosa sia da considerare bello o brutto, a volte dipende anche dalla cultura in cui si vive, e dico anche perchè principalmente, in qualunque cultura, dipende dai gusti. Quante volte qualcosa o qualcuno che piace da morire alla signora A, la signora B lo trova orrendo? E quella cosa o persona che fa impazzire il signor C, quasi disgusta il signor D? Eppure trattasi dello stesso oggetto! Dunque tutto è relativo. E non lo dico perchè devo difendere i miei difetti fisici che sicuramente ci sono, perchè nessuno non ne ha, ma perché credo che siamo quello che crediamo di essere, per cominciare, e poi quello che gli altri vogliono vedere. Immagine. Proiezione.
Chiunque, maschio o femmina, sa che gli anni trascorsi a soffrire sul proprio seno troppo piccolo o troppo abbondante e sulle sopracciglie bestialmente folte (o sui peli della barba che si rifiutano di crescere e la voce che, nonostante le esercitazioni in segreto, ancora non suona baritonale), sono anni che verranno ricordati, in seguito, come un'inutile sofferenza. Inevitabile e comune ma inutile. Col tempo impariamo a vivere con i nostri difetti perchè scopriamo che tutti ne hanno e che addirittura, a qualcuno "il nostro difetto" piace tantissimo, trasformandolo in pregio. Così è la vita.

La bruttina di Milano, che la Covito racconta - Marilina Labruna -, io non l'ho mai vista brutta! Né nelle prime pagine né dopo. Testarda si, audace anche, determinata, efficiente, intelligente, pratica, ma brutta... no. Né brutta né bruttina. Secondo me è soltanto un po' "fuori" di sé, quanto basta per non visualizzare esattamente il proprio calibro. Si è creduta brutta fin dagli inizi della sua vita e ha continuato a coltivare questa idea di sé, agendo di conseguenza. Insomma una persona che come tante - e tanti - ha deciso che il proprio corpo, non essendo esattamente la copia dei modelli proposti dai vari media, sia un corpo da scartare, di poco valore. (In Italia - così come in genere nei paesi latini - essere belli, non è soltanto una casualità o un fortunato supporto, ma purtroppo anche un dovere! Dovere che, per le donne, diventa più difficile da adempiere, invecchiando. Giovane o vecchia, non sei nessuno se non sei anche una "bella donna". Puoi tutto invece se lo sei, hai diritto a tutto e hai tutti i diritti se sei bella...Insomma puoi essere ministro, cancelliere, presidente, regina...ma se non sei anche bella... Invece se sei bella puoi persino dichiararti lesbica. In Italia).

E dunque se ne va, la nostra Marilina Labruna, in giro con questa certezza di non piacere, di ricevere una grazia se qualcuno l'apprezza, la desidera e se la porta a letto. Una che circola con la sensazione di essere insufficiente, inadeguata. (E con questo stato d'animo, persino uno stupro diventa un incontro). Ma intanto, comunque, è coinvolta in relazioni sessuali (se non sentimentali) che la impegnano, che soddisfano i suoi bisogni fisici. Diversi uomini infatti entrano nella sua vita con la loro carica erotica e il loro bagaglio di imbrogli (sapendo, intuendo i bisogni di una donna matura e sola, da sfruttare). E ne escono innamorati ma cassati.
Il giorno in cui, per evoluzione naturale e allo stesso tempo forzata di certi avvenimenti, decide di essere se stessa e basta, di accettarsi com'è e basta, di fregarsene di chi la guarda e di chi la ignora, e basta, quel giorno, finalmente scopre di essere attraente. Da quel momento in poi ha davvero qualcosa da offrire ad un'altra persona. E quindi incontra finalmente un uomo alla sua altezza, uno che soprattutto ha il senso dell'umorismo.
Il linguaggio e le vicende del libro sono esplicite e questo forse è qualcosa di sempre meno insolito ma ancora un po' forte sulla bocca e nella scrittura di una donna (soprattutto nel 1992, all'uscita del libro). Io direi che l'autrice ha soltanto e giustamente chiamato pane il pane e vino il vino:

"...questa impudicizia (Ha acquistato un vibratore) non è spacconeria da donna liberata, è la scoperta di una veritá dura e semplice: il sesso, quando non si fa veicolo di niente, è irrilevante; e quindi è doveroso verso se stessi farlo, anche da soli."

" E fu quasi dispiaciuta di aver stroncato volontariamente una genealogia che aveva avuto lunghe radici e rami fitti di uomini e donne, zii, cugini, bisavoli, trisavoli, e adesso aveva un ramo secco che non avrebbe mai gemmato, lei, sterile per orgoglio, per odio, per ribrezzo."

" E dunque lo sentiva, lo sapeva anche lui (Dopo una serie di reciproci toccamenti e commenti conseguenti - con un uomo etero, incontrato per caso in una discoteca gay, dove supponeva di essere soltanto tra maschi disinteressati alle femmine, e forse proprio per questo libera di essere sé stessa-) che questo far passare un desiderio vivo attraverso i cliché più consumati era la straordinaria performance di due attori capaci di trovarsi nello stesso momento in platea e in palcoscenico."

"Dunque, per incontrare un uomo basta non darsi da fare per incontrarne uno? Strana cosa la vita."

"Siamo seri: per quanti complimenti inaspettati le abbiano fatto ultimamente, non può davvero avere tra le gambe un paradiso tale che chi ci è entrato per una volta non si possa poi rassegnare a darlo per perduto. E dunque non si tratterà di una questione di sesso. A meno che, come succede sempre, il sesso sia soltanto il mezzo che chi non possiede se stesso per intero è costretto a impiegare per possedere un altro, o un'altra."



Carmencovito.com


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mercoledì 22 ottobre 2008

Bottiglie in viaggio














Kader Abdolah / Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani (1954)
Il viaggio delle bottiglie vuote (1977),
Iperborea - 2001
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Kader Abdolah è nato in Iran. Tra il 1972 e il 1979 , da studente di fisica presso l'universitá di Tehran, ha combattutto nella resistenza, prima contro lo scià poi contro il regime religioso. Costretto a fuggire dall'Iran, dopo circa tre anni vissuti in Turchia, ottiene asilo politico in Olanda, nel 1988. Appropriandosi della lingua del suo nuovo paese, con una tenacia esemplare, riesce a produrre in nederlandese diversi racconti e romanzi che sono, sempre di più, dei successi di vendita e di critica.

Dalla postafazione di Elisabetta Svaluto Moreolo, che é anche la traduttrice del testo):
Abdolah importa consapevolmente ritmi, stilemi e suggestioni della letteratura persiana, arricchendo la propria lingua adottiva, assimilata attraverso la lettura dei poeti e prosatori della più classica tradizione olandese, di coloriture esotiche, di melodie fiabesche e di una preziosa leggerezza poetica.

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Il viaggio delle bottiglie vuote racconta di Bolfazl, un profugo, e dei suoi primi anni in Olanda. La casa dove vive, con la moglie e il figlio, confina con quella di René, un omosessuale che convive con un altro uomo e la propria figlia proveniente da un passato eterosessuale. René e Bolfazl lentamente costruiranno un rapporto di fiducia e di aiuto reciproco, nonostante le difficoltá linguistiche e culturali. Ad un certo punto Renè resterá solo e finirá in ospedale al reparto psichiatrico, ritornerá - estraneo e taciturno - e lascerá definitivamente la casa per trasferirsi in un quartiere malfamato e infine si ucciderà buttandosi sotto un treno. Per Bolfazl René resterá comunque l'interlocutore principale, con il quale misurarsi mentalmente, e attraverso il quale misurare la propria comprensione della nuova cultura in cui è approdato, e dell'evoluzione della propria vita "in fuga".
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Alcuni brani dal romanzo:
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"Dal momento che René conviveva con quell'omettino, ero ancora più curioso di scoprire tracce di sua moglie. Feci il giro del soggiorno e mi trovai davanti a delle strane fotografie appese al muro. Fotografie di uomini nudi. Fotografie di sederi maschili. Sederi morbidi. Sederi pallidi. Sederi pelosi. Guardai mia moglie. Siamo caduti in una trappola? lessi nei suoi occhi. No, non avevo quella sensazione. Eravamo precipitati di colpo da una cultura in cui tutto succedeva dietro le tende a una società seminuda."
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"Pareva (René) un uomo che volesse tenere i suoi due piedi per terra, mentre il suo corpo desiderava librarsi. Anch'io ero trasognato come lui. Tenevo i miei due piedi sul suolo umido d'Olanda, ma la mia testa si perdeva in un mondo di fantasmi, nel mondo del mio passato.
...Ma chi sarei stato senza i ricordi della mia terra natale? Come avrei potuto qui, in questo paese umido, cercare il significato delle parole senza che la stufa della mia casa paterna ardesse nella mia mente?"

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"Me l'ero (la moglie) sempre trascinata dietro, in politica, nelle attivitá clandestine. E lei doveva tenere la bocca chiusa, non dire niente. Aveva ragione. Aveva il diritto di andarsene per la sua strada. Di costruire il suo futuro in una societá nuova in cui le donne non avevano più bisogno di uomini perduti."
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Iperborea è nata nel 1987 con l'obiettivo di far conoscere la letteratura dell'area nord-europea in Italia. Soprattutto letteratura scandinava, ma non solo.
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domenica 19 ottobre 2008

Lezioni di Coetzee















John Maxwell Coetzee
(1940)
da Elisabeth Costello (2003)
Einaudi - 2004
Traduzione di Maria Baiocchi
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Lezione uno - Il realismo
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- Hai preso in considerazione la possibilità che mia madre abbia superato la faccenda uomo-donna? Che possa averla esplorata in tutta la sua complessità e che adesso si interessi a qualcosa di più grande?
- Per esempio?
La mano che lo accarezzava si ferma. È un momento importante, lo sente. Lei sta aspettando la risposta, l'accesso privilegiato che lui promette. Anche lui sente l'eccitazione del momento, elettrico, impudente.
- Per esempio, che voglia misurarsi con i grandi autori del passato. Per esempio, che voglia rendere omaggio alle forze che la animano. Per esempio.
- È questo che dice?
- Non credi che sia quello che ha fatto per tutta la vita: misurarsi con i grandi maestri? Non c'é nessuno nel tuo campo che se ne renda conto?
Non dovrebbe parlare a quel modo. Non dovrebbe impicciarsi degli affari di sua madre. È finito in questo letto sconosciuto non per i suoi begli occhi azzurri ma perché è figlio di sua madre. E invece eccolo qui a spifferare tutto come un pivello! Dev'essere cosí che lavorano le spie. Niente di particolarmente sottile. L'uomo viene sedotto non perché ha una volontá di resistere vinta con intelligenza, ma perchè essere sedotti è un piacere in sé. Si cede per il gusto di cedere.

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Lezione due - Il romanzo in Africa
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...la letteratura non è una forma di intrattenimento tipicamente africana. Fare musica sí; danzare sí; mangiare sí; chiacchierare sí - chiacchierare tanto. Ma leggere no, soprattutto leggere lunghi romanzi. Leggere ha sempre colpito noi africani come un'attivitá stranamente solitaria, imbarazzante. Quando noi africani visitiamo le grandi cittá europee come Parigi o Londra, vediamo che la gente in treno tira fuori libri dalla borsa e dalle tasche e si ritira dentro mondi solitari. Ogni volta che compare un libro, è come se venisse issato un cartello. Lasciatemi in pace, sto leggendo, dice il cartello. Quello che leggo è molto più interessante di quanto potresti mai esserlo tu.
Be', noi non siamo fatti cosí, in Africa, non ci piace isolarci dagli altri e ritirarci dentro mondi privati....Lo troviamo un po' folle.

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Lezione tre - Le discipline umanistiche in Africa
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- Se la Chiesa nel suo complesso fosse stata capace di riconoscere che il suo insegnamento e il suo intero sistema di fede erano basati sui testi, e che quei testi erano passibili da un lato di corruzione dovuta ai trascrittori eccetera e dall'altro a difetti di traduzione, poiché la traduzione é sempre un processo imperfetto, e se la Chiesa fosse stata in grado di ammettere che l'interpretazione dei testi è una materia complessa, fortemente complessa, invece di riventicare a sé il monopolio dell'interpretazione, allora oggi non saremmo qui a discuterne.
- Ma, - interviene il preside, - come siamo arrivati a capire la complessitá del discorso dell'interpretazione se non grazie a certe lezioni della storia, lezioni che la Chiesa del xv secolo non poteva certo prevedere?
- Per esempio?
- Per esempio il contatto con centinaia di culture diverse, ognuna con la sua lingua e la sua storia e la sua mitologia e il suo modo unico di vedere il mondo.

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Lezione quattro - Il problema del male
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In particolare, non è più convinta che la gente venga sempre migliorata da quello che legge. Inoltre non è convinta che gli scrittori che si avventurano nei più oscuri territori dell'anima ne escano sempre incolumi. Ha cominciato a chiedersi se scrivere quello che si vuole scrivere, né più né meno che leggere quello che si vuole leggere, sia di per sé una buona cosa.
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LINK: la Nota del Traduttore

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venerdì 17 ottobre 2008

L'oro dei giorni gagliardi
















William Shakespeare
(1564 - 1616)
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Da I SONETTI
Grandi tascabili economici Newton - 1988
A cura di Rina Sara Virgillito
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2.
Quando quaranta inverni assedieranno
la tua beltà, trincee scavando fonde,
quei bei panni di gioventù, cui guardano
tutti, saranno pezze da straccioni.
Chi ti chiedesse allora, la bellezza
tua dov'è e l'oro dei giorni gagliardi,
dir: "Nelle fosse degli occhi" sarebbe
lode vana, vergogna divorante.
Quanta più lode se bellezza hai in uso,
se puoi risponder: "Questo figlio biondo
mi salda il conto e dell'età mi scusa":
ché è tua la sua beltà, per successione.
È un farti nuovo da vecchio, vedere
caldo il tuo sangue, che gia senti freddo.

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...
2.
When forty winters shall besiege thy brow
And dig deep trenches in thy beauty's field,
Thy youth's proud livery, so gazed on now,
Will be a tottered weed of small worth held.
Then being asked where all thy beauty lies -
Where all the treasure of thy lusty days -
To say within thine own deep-sunken eyes
Were an all-eating shame and thriftless praise.
How much more praise deserved thy beauty's use,
If thou couldst answer, ”This fair child of mine
Shall sum my count and make my old excuse” -
Proving his beauty by succession thine.
This were to be new made when thou art old,
And see thy blood warm when thou feel'st it cold.
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Leggi anche il post: Di vanti nuovi ho nudo il verso
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giovedì 16 ottobre 2008

Sporgendo denunzia al vuoto



Amelia Rosselli
(1930 -1996)

Da
Documento
1966 - 1973 ,
Garzanti -1976





La tua faccia indelebile sulla carta
se non fosse che tu esisti o esiti
fuori d'ogni consistenza
del piacere.

Hai finito per distrarmi dalla realtà
che seguo con finti e volitivi passi
tutta una storia luminosa di tamponamenti
con la mia lealtà ad un'immagine attentamente
classificata
ad assembrarne diligentemente i resti.

Assordante colpa
non ho ancora contato le estati passate
a ripetere sempre lo stesso gesto
che eri tu mia colpa preferita per
desiderio di un fine più sublime.
Verità fuori usanza nelle mie contrade,
vicinissime contrade voi sembrate ripetere
lo stesso turbinìo di pensieri
questo nostro essere prostrati dall'indicibile
indefinito tuo premere per ottenere

stanza d'albergo severa e vuota.


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mercoledì 15 ottobre 2008

Nulla dietro l'angolo?







Marina Cvetaeva
(1892 - 1941)

"I lirici puri, nella loro maggioranza, sono bambini dallo sviluppo precocissimo (e dalla vita cortissima - la vita reale e quella poetica), o, meglio, dalla precocissima perspicacia - l'immediata percezione della propria condanna alla lirica; bambini prodigio nel senso letterale della parola, con una sempre vigile percezione del proprio destino: di se stessi.

Il poeta con storia non sa mai cosa gli accadrà. Lo sa il genio, che lo conduce e gli rivela giusto quanto è necessario perchè si possa muovere liberamente: la direzione e la meta più vicina, nascondendogli costantemente l'essenziale dietro una svolta della strada. Il lirico puro sa sempre che non gli accadrà nulla, che non avrà nulla fuorché se stesso: il suo lirico, tragico sentire."
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Da Il poeta e il tempo di Marina Cvetaeva, a cura di Serena Vitale, Adelphi edizioni, 1984

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Link: Breve biografia di Marina Cvetaeva, di Serena Vitale
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Leggi anche il post: Suicidi d'autore


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martedì 14 ottobre 2008

Atto unico

From Medea
di Grazia Verasani
Sironi editore -2004
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All'interno di un carcere psichiatrico quattro donne sono costrette a convivere in una stanza. Sono donne che il malessere psicologico ha portato all'infanticidio.
Si suppone che la maternitá sia sempre istintiva ma così non è stato per loro. Hanno ucciso i propri figli per liberarsi di qualcosa di estraneo che le assaliva sentendoli piangere, o persino per troppo amore, per regalare loro un mondo migliore, in un'altra dimensione. Le hanno portate al delitto la solitudine e la depressione, il peso delle aspettative altrui, gli strumenti inadeguati per sopravvivere alle responsabilitá legate alla maternitá, responsabilitá troppo grandi per la loro inadeguatezza.
Il carcere però le tiene lontane dal mondo ma non da se stesse: i colloqui terapeutici settimanali e gli avvenimenti nel micro mondo in cui abitano le costringe a fare i conti con il proprio senso di colpa e con la presa di coscienza di ciò che le ha portate al gesto terribile, che non nominano neanche.
Uccidendo i figli hanno, in realtà, ucciso se stesse. È una forma di suicidio. È un duplice omicidio.
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Dalla scena ventottesima, in cui viene letto il diario lasciato da una compagna di stanza che si é impiccata:
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Ci sono giorni calmi, qui, silenziosi, dove non ci diciamo niente. Lavoriamo, facciamo quello che ci dicono di fare, ma non riusciamo a parlarci. Siamo afone e dure, certi giorni, con le facce bianche dei sassi e la testa vuota. Ci passiamo vicino quasi con fastidio, con irritazione, coi cinque sensi smorti e una tempesta dentro, che non esce mai. Ci sono alcune che a vederle così, fredde come i ghiacciai, sembrano bottiglie lanciate da una nave, ma senza un messaggio arrotolato dentro. Ci sono quelle che gridano, e quelle di cui non ho mai sentito il suono della voce. Ci sono quelle affettuose, che se ti vengono vicino ti scaldano e hanno un buon profumo. Ci sono quelle che non si lavano e che ti passano accanto come correnti fredde, facendoti venire i brividi. Ma tutte, tutte quante, sono le migliori amiche che io abbia avuto. Guardo le cosce stanche, le borse sotto gli occhi, le mani...di donne così fragili da mettermi in soggezione, e penso che non esiste al mondo una roccia che un giorno non si sbricioli, dentro o fuori, sia che si veda sia che non si veda. E mi sorprendo, ancora, di quando possa essere ostinato e resistente il cuore di una donna.
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In scena: Non solo cinema
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giovedì 9 ottobre 2008

Intervista - dicembre 2008





















Intervista di Rossana Mauri ad Angela Siciliano
Radio Centro Musica - dicembre 2008

D) E' il primo romanzo, ma non la prima avventura letteraria. Raccontarci il tuo percorso e come sei arrivata a una scrittura così completa?

R) È il primo romanzo pubblicato ma non é il primo che ho scritto. Ho scritto sempre qualcosa fin dalle scuole medie. Poi crescendo ho sempre letto tantissimo e di tutto. Mi é piaciuto ad un certo punto di occuparmi di poesia, leggerla, studiarla, ascoltarla, condividerla. Da circa un decennio ho cominciato a mettere sulla carta certi ricordi, un po' a scopo terapeutico, per liberarmi di certi sentimenti legati ad essi, e un po' per puro esercizio. Così mi sono accorta di avere un enorme archivio di esperienze a disposizione! I fatti veri, nel senso di veramente accaduti a volte superano l'immaginazione. Insomma il materiale di cui scrivere non mi manca.

D) Leggiamo che non si tratta di una storia prettamente autobiografica, ma la dinamica del racconto lascia supporre la comprensione di un delicato percorso psicologico, attraverso quali tappe sei arrivata e tali elaborazioni?

R) È biografica l'ostilitá della famiglia di lei, le sue paure, i miei atteggiamenti, ma ho mescolato un po' le carte e cambiato la geografia e la dinamica, quindi in questo senso non è una storia autobiografica.
Ho mescolato sentimenti vissuti in altre vicende con quelli vissuti in questa, perché erano affini. E in alcuni passaggi ho creato situazioni che nella realtà non si erano mai avverati. Ma secondo me non ha nessuna importanza cosa sia veramente accaduto e cosa invece no, perché quello che conta é che la vicenda sia realistica, possibile, credibile. E lo é: le persone che lo hanno letto, le lesbiche, e non solo, riconoscono qualcosa di se stesse e della propria vita o di qualcuno che conoscono personalmente.

D) Come sei arrivata a eleggere la Danimarca come luogo di residenza?

R) Ho cominciato a sognare i Paesi Scandinavi fin da quando avevo 11 anni. Un documentario sull'occupazione delle case, a Stoccolma, da parte di certi "capelloni" che vivevano in collettivi, gruppi comunitari, mi aveva affascinata. A quel tempo io vivevo in Sicilia e mio padre era uno che considerava un delitto contro il suo onore anche il fatto che andassi a scuola. Figurati quindi, che ventata di libertà fu vedere quel documentario! Pensai che "da grande" me ne sarei andata in Svezia! Poi mi lessi, attingendo alla biblioteca della scuola, tutto ciò che odorava di Nord, dagli esploratori in Groenlandia ai programmi scolastici svedesi. Era una fissazione. Molti anni dopo - nelle Marche - in una bancarella trovai un libro di Karen Blixen. E mi innamorai della sua fantasia, del suo essere danese. Ad un certo punto avevo già 37 anni e mi dissi che se volevo vederli questi Paesi Scandinavi dovevo farlo prima che diventasse troppo tardi. Scelsi la Danimarca come prima tappa perché era già nella Comunità Europea e supposi che quindi la burocrazia, relativa al permesso di soggiorno, sarebbe stata più semplice, e poi dal 1989 aveva già reso legale il matrimonio per gli omosessuali. Bene, pensai, comincio da lì.
Riempii il mio sacco a pelo di cose necessarie (dall'ago e filo al vocabolario danese-italiano), mi misi in tasca una certa somma conservata allo scopo, e voilà! Adesso non solo risiedo, ma sono anche cittadina danese, perché essendo sposata ad una donna danese e non essendo questo stato civile riconosciuto in Italia, ho sentito la necessità di creare una parità nella mia coppia, giuridicamente, in questo modo.

D) Se parliamo di qualità della vita quali sono le differenze fondamentali tra la società italiana e quella del nord Europa?

R) Se parliamo delle fondamentali allora direi: Meno burocrazia in Danimarca, meno rispetto ossequioso verso l'autorità e quindi meno formalità nei rapporti, ma anche meno spontaneità, rispetto all'Italia.
In Italia invece manca, secondo me, il senso pratico. Una semplicità che invece trovi abbondantemente in Danimarca. La grande differenza sta naturalmente nel clima che purtroppo influenza la qualità della vita, l'umore di un'intera popolazione. E poi nella politica, più semplice e più onesta in Danimarca, gli scandali politici della Danimarca fanno sorridere rispetto a quelli italiani: un vino costoso bevuto a spese del proprio ufficio o ministero, compromette tutta una carriera. Direi anche nella religione che in Danimarca é ufficialmente mescolata allo Stato. Chiesa e Stato non sono separati, qui si ha anche il "ministro della Chiesa" (Evangelica Luterana) ma non ci sono crocefissi alle pareti delle aule; le donne fanno i preti e i vescovi, ma i preti vengono licenziati se il consiglio parrocchiale che li ha assunti, non li ritiene idonei! Un altro mondo, rispetto all'Italia dei "Lei non sa chi sono io!" o dei preti pedofili intoccabili. Manca una certa spiritualità secondo me nella società danese, cosa che magari in Italia finisce con l'imporsi e l'asfissiare tutti, credenti e non credenti, di questo o di quel credo.

D) Cosa della società e della cultura italiana ha segnato, nel bene e nel male, il tuo percorso personale e di scrittrice?

R) L'emigrazione all'estero dei miei genitori, mio padre era un minatore minorenne partito con i coetanei per il Belgio, dopo l'accordo tra i due governi, del 1946 (l'Italia dava minatori e il Belgio carbone che serviva per la ricostruzione dell'Italia, dopo la guerra); la mentalità siciliana della famiglia paterna, cioè patriarcale, quasi musulmana; la separazione virulenta in destra e sinistra della società; il maschilismo della società e del linguaggio, il paternalismo cattolico dei valori, il conformismo, tutte cose che mi sono state strette, in un certo senso, le ho subite in certi periodi pesantemente. La cultura di sinistra, legata ai diritti civili, Il femminismo, passando attraverso una fase separatista e poi il lesbismo politicizzato, la coscienza di vivere in una cultura dalle molteplici radici, la bellezza terapeutica di certe opere d'arte e di certi paesaggi unici e indimenticabili, queste sono cose che considero positive e che ho respirato a pieni polmoni, in Italia.

Nel bene e nel male mi hanno costruita queste cose.
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domenica 5 ottobre 2008

Quando l'amore non basta - alcune recensioni




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Domenica 12 ottobre 2008
potremo incontrarci e discutere insieme del mio romanzo
Quando l'amore non basta (con la prefazione di Grazia Verasani.) alla Fiera dell'editoria indipendente di Pisa: pisabookfestival.
Sala verde, ore 17, insieme a Rosa Giovanna Orri della casa editrice Gingko.
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Un brano del romanzo:
"...Le tue carezze mi stordiscono. Ho l'impressione di sentirti fino in gola...i miei secreti sulla tua mano, i tuoi confusi con i miei...i nostri odori che ci avvolgono, come brezza, come seta, come un'essenza costosa.
Sei tenera e vulnerabile, io sono persa e arresa.
Sembra un rito magico, completo, irripetibile, eppure rivissuto ogni volta con la stessa sorpresa, lo stesso candore, la stessa sapienza, la stessa ottusità animale. Un rito diverso e uguale. Universale e intimo. E ogni volta sfinite, senza respiro, sull'orlo del niente e delle lacrime ritroviamo noi stesse, amore mio, come scaraventate sulla riva da un'onda furiosa. Noi stesse come individuo, noi stesse come un due che ci accoglie."

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Link recensioni:  (Ultimo aggiornamento il 03.03.2014)
Su la Repubblica di Bologna  (recensione del 14 ottobre 2014 di Grazia Verasani)
Su Listalesbicaitaliana di Rosi Polimeni
Si parla del romanzo su cinemagay.it (2010)


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venerdì 3 ottobre 2008

Che cosa è e cosa non è

Simone De Beauvoir
ad un certo punto della sua vita...




















Da Quando tutte le donne del mondo - Einaudi, 1982
(Les écrits de Simone de Beauvoir. La vie. L'écriture - 1979, Editions Gallimard).

Articolo intitolato What Love is and isn't in "McCalls", agosto 1965.
(Scritto originariamente in inglese, dunque senza "il maschile" e "il femminile").


Ti innamori perché sei giovane, perché stai invecchiando, perché sei vecchio; perché comincia la primavera, perché comincia l'autunno; perché hai troppa energia, perché sei stanco;
... L'esperienza dell'amore è talmente universale che sembra priva di mistero.
... "Sei diverso. Sei un'eccezione. Non somigli a nessun altro". Tutti gli innamorati hanno detto queste parole...
... Ami per sfidare un marito o una moglie, per sfidare i tuoi genitori, per opposizione agli amici e a un ambiente, per sfidare tutti coloro che ti hanno contrastato in qualche modo.
... L'amore non avrebbe la sua cupa violenza se non fosse sempre, all'inizio, una specie di vendetta: contro una società chiusa alla quale puoi a un tratto appartenere; contro un paese straniero nel quale puoi a un tratto mettere radici; contro una cerchia provinciale dalla quale puoi ad un tratto fuggire.
L'amore ci coglie sovente di sorpresa. Soltanto quando incontriamo l'uomo, la donna che soddisfa la nostra aspettativa quell'aspettativa si rivela a noi.
... L'amore non nasce quando la vita colma i tuoi desideri, né quando ti schiaccia, ma si presenta soltanto a coloro che, apertamente o in segreto, desiderano un cambiamento. È allora che ti aspetti l'amore e ciò che l'amore porta: Attraverso un'altra persona un mondo nuovo ti viene rivelato e donato.
... Esplorare un paese ignoto è una fatica, ma possederlo attraverso l'amore di un seducente straniero è un miracolo. In questo caso, come in molti altri, l'amore è una meravigliosa scorciatoia...
... Ciò che ti aspetti dalla persona amata dipende dalla tua infanzia, dal tuo passato, dai tuoi progetti, dall'intero contesto della tua vita. Puoi cercare qualcosa di molto specifico: un padre, un bambino, un'anima gemella; la sicurezza, la verità; un'immagine esaltata di te stessa. O il tuo bisogno può essere ambiguo, indefinito o addirittura infinito. Puoi volere qualcos'altro, qualsiasi cosa purché tu non l'abbia.
... Il solo fatto che un uomo - o una donna - ti sfugga può bastare: cominci a proiettare su di lui tutte le qualità che cerchi nell'Altro.
... D'altro canto puoi essere affascinato dal fascino che eserciti su qualcuno, dall'immagine abbagliante che ti dà di te. È la trappola del narcisismo. I masochisti e tutti coloro che hanno scelto la disfatta cadono in un'altra trappola: amano coloro ai quali sono indifferenti. Puoi infatti amare non solo per la gioia di amare o per la gloria di essere amato, ma talvolta anche per la lacerante amarezza di non essere amato. E qui ritorno al punto di partenza. Perché ci s'innamora? Nulla di più complesso: perché è inverno, perché è estate; per eccesso di lavoro o per troppo tempo libero; per debolezza, per forza, per bisogno di sicurezza, per amore del pericolo; per disperazione, per speranza; perché qualcuno non ti ama, perché qualcuno ti ama...
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mercoledì 1 ottobre 2008

Paragrafi d'amore e di rabbia



Perchè questo è
il brutto
dell'amore

di Nicole Müller

Traduzione di
Valentina Di Rosa,
Edizioni e/o -1992

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11. Per la prima volta nella mia vita ho scritto qualcosa sulla porta di una toilette. "VOGLIO UNA DONNA!" (in italiano nel testo), a lettere maiuscole e con il punto esclamativo. Ora so finalmente che genere di persone imbratta le toilette.
75. Per anni si è lamentata con me del fatto che lui puzzava. "Quando si fa la doccia" diceva "puoi stare sicura che rimette la camicia impregnata di sudore". Non riesco a capire come sia tornata a fare l'amore con quell'individuo maleodorante.
108. "Dammi un bacio" le chiesi. "Dammi un bacio per l'ultima volta". Affondò il viso nel mio collo. "Non per l'ultima volta" mormorò. La nostra pelle si cercava. Fronte contro guancia. Labbra sopra palpebre abbassate. Capelli nei capelli. Finché le nostre labbra si trovarono. Lingue esitanti. Distacco perplesso.
124. Nel cuore della notte si aggrappò a me. "Sei la cosa più preziosa della mia vita" proruppe. "Ti prego, non te ne andare". Fui sorpresa perchè non ci pensavo affatto.
133. "La mia amica" era troppo vago. "La mia collega" una bugia. E "la mia amante" sapeva troppo di avventura. "Insomma come vuoi essere presentata?" chiesi alla fine. Rifletté. "Questa è la donna della mia vita" disse divertita. "D'accordo". L'unica e ultima volta in cui avrei avuto l'occasione di una simile uscita, non seppi coglierla al volo. V. era arrabbiata. "Ma non avevi detto...".
151. "Ma io ho più tempo" cercai di consolarla quando si lamentò che, al contrario di me, non riusciva a scrivere. "E tu che ne sai?" ribatté. Divenni insicura. "Beh, tu dai lezioni di pianoforte e la sera ti occupi dei bambini". "E tu che ne sai?" incalzò. In fondo era vero. A distanza di un mese e mezzo la mia idea della sua vita è già anacronistica.
195. La ripetizione è il leitmotiv della vita. Il fascino sta nella variazione.
212. Talvolta sospettavo di amarla solo perchè avevo bisogno di un indirizzo a cui poter scrivere.
269. C'è bisogno di tantissimo coraggio per infrangere le regole senza venirne distrutti.
278. Ci sono porte della memoria che non oso forzare. I gridolini emessi quando facevamo l'amore. Le mani teneramente sfinite sui corpi caldi e bagnati. Gli sguardi che abbracciavano l'intera stanza. Sopravvivono sensazioni vaghe, ma la loro rievocazione dettagliata scatenerebbe un dolore fatale.
293. Ho accettato una vita senza certezze. L'unica cosa che so è che morirò. Tutto il resto non si sa.
317. "Non è tanto eccitante salire in cima a Notre dame" dissi ripensando alla visuale limitata che si ha di Parigi da lassù. "Tu preferisci senz'altro salire su Ma-dame" rispose V. con un risolino insolente.
322. Stavamo sedute una di fronte all'altra sugli sgabelli della cucina. "J'ai envie de te baiser" dissi immaginando un bacio tenero e appassionato. V. assunse un'aria scostante. Due giorni dopo l'equivoco si chiarì. "Baiser" vuol dire "fottere".
340. Ciò che scrivo non dice nulla su V. Racconta solo di me. E tutt'al più dello spazio tra noi due.
355. La primissima lettera che V. mi scrisse l'ha poi stracciata e gettata via. Sono sicura che ci fossero scritte moltissime cose vere.
376. Ciò che ci viene rubato quando veniamo lasciati, è sempre il futuro.
403. V. voleva una macchina tedesca e rossa. Io una italiana e azzurra. Alla fine concordammo per una tedesca e azzurra.
406. Voleva giá lasciarmi durante l'estate, disse V. l'ultima volta che ci vedemmo. Ma ogni volta si era fatta travolgere dalla sua passione e dalla mia carica seduttiva. "Il nostro rapporto" concluse, "era soprattutto di natura nevrotica". Tacqui. Tornai a casa col petto stretto in una morsa di ferro.
410. È mostruoso, mostruoso, mostruoso. Lei è bella, lei ride, lei si diverte, lei ha tempo, lei mangia, lei lavora, lei gioca con i bambini, lei scopa, in breve: lei esiste senza di me.
415. V. è una vera stupidotta. Lo dico senza alcuna tenerezza.
432. Quando V. telefonò mi venne da piangere. "Controllati" disse. Non le venne in mente proprio nulla di meglio.
434. Soffri, ma per favore in silenzio. Grida di dolore, ma non nelle nostre orecchie, se vuoi farci un piacere. E se proprio devi essere omosessuale, sii così cortese da esserlo tra le tue quattro mura.
475. Sono la madre dei miei testi. Ma i testi non sono figli miei.
482. Distinguere tra una donna dura e una forte riesce a pochissimi.
495. Questo è il documento di un fallimento. Solo che non me ne rammarico. Perché nel fallimento risiede anche una buona dose di successo.
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Dedica dell'autrice: Ai bambini-
Nicole Müller su bibliomedia.ch
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