lunedì 29 settembre 2008

Interminabile Roth







Joseph Roth
(1894 - 1939)
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Da La tela di ragno (1923): Sentì la strada, il passo delle donne, la musica dei loro fianchi ondeggianti, l'orgogliosa sicurezza degli uomini che camminavano al loro fianco e, tra tutto questo, il senso della propria assoluta miseria. Lasciò la casa , sentendosi povero come non era mai stato prima. Succedeva sempre così. Doveva sempre tirarsi indietro, colpito, quando credeva di essere ormai alla meta, abbandonato da tutti e perso per strade che portavano in basso, mentre desiderava con ogni forza raggiungere la cima.
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Da Viaggio in Russia (articolo sul Frankfurt Zeitung del 7 dic. 1926): Le chiese sono più frequentate di quel che si potrebbe credere. I conventi di frati e di suore, adeguandosi ai tempi, si sono trasformati in comunitá di lavoro, coltivano con zelo i loro terreni e versano alle chiese e ai loro pope i loro proventi, relativamente cospicui.
...L'ironia banale dell'uomo "di cultura", che definisce "conversazioni da té per signore appassionate di spiritismo" tutti i fenomeni che vanno al di là della sua comprensione, e nel dire questo si considera molto spiritoso, non ottiene altro risultato se non quello di rendere anche il più intelligente degli "atei" pericolosamente affine a un autodidatta di mezza cultura.
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Da Ebrei erranti (1927): Le generazioni dei clienti cambiano ogni tre ore. Se vedeva che un cliente della vecchia generazione era ancora seduto, il venditore ambulante evitava accuratamente il suo tavolo. Sapeva con esattezza dove finisce il cuore e cominciano i nervi.
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Da Fuga senza fine (1927): Le donne che incontriamo
stimolano più la nostra fantasia che non il nostro cuore. Amiamo il mondo che rappresentano e il destino che ci additano.
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Da Il profeta muto (1929): Poiché Hilde, convinta della ridicolaggine della vecchia morale non meno che della propria indipendenza, estasiata dalla scoperta fatta durante la guerra delle ragazze borghesi, che cioè una donna può disporre del proprio corpo come vuole, non oppose, per puro e semplice omaggio alla teoria, alcuna resistenza alle pretese che il signor Derschatta aveva verso una segretaria. Era un tempo in cui le donne, mentre si abusava di loro, erano tutte prese dall'idea di avere il dovere di fare qualcosa che le distinguesse dalle loro madri. E se i tradizionalisti lamentavano il ben noto rilassamento dei vincoli, la verginitá veniva definita dagli uomini un fenomeno raro e considerata un peso dalle ragazzette. Molte donne non arrivavano affatto al piacere perchè esercitavano l'attivitá sessuale come un obbligo e perchè l'orgoglio di poter amare come gli uomini le appagava più dell'amore.
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Da La leggenda del santo bevitore (postumo, 1939): Perchè a nulla si abituano gli uomini più facilmente che ai miracoli, se sono ripetuti una, due, tre volte. Sì! La natura degli uomini è tale che subito vanno in collera se non capita loro di continuo tutto quanto sembra aver loro promesso un destino casuale e passeggero.
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...C'é sempre qualcosa di Joseph Roth che non è ancora stato letto!
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domenica 28 settembre 2008

Giovane è il tempo

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Da
Giovane è il tempo
Einaudi - 1974
di
Lalla Romano
(1906 - 2001)
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Foto
di G. Nielsen, Copenaghen
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Non importa
se vi siano da colmare
spazi senza fine
golfi di tempo
e lenti rosari di ore:
io sono la tua vicina di casa

Non senti il mio passo
nella stanza accanto?
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Lalla Romano su Letteratura.it
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venerdì 26 settembre 2008

Imprudenza




Poesia
illegittima
di
Vivian
Lamarque
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Quella sera che ho fatto l'amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po' mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittima
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti é nata una figlia.
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Ancora un po' di Lamarque? Prego!
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giovedì 25 settembre 2008

Les yeux ouverts




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Marguerite Yourcenar
(1903-1987)
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Ad occhi aperti
Conversazioni
con Matthieu Galey
Bompiani-1982
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Traduzione
di Laura Guarino


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"...Ogni scrittore è utile, o nocivo, non ci scappa. È nocivo se è confuso, pasticcione, se deforma o falsifica (sia pure inconsapevolmente) per far colpo o montare un "caso"; se aderisce, senza convinzione, a opinioni che non sono le sue. È utile se arricchisce la luciditá del lettore, lo libera da timidezze o pregiudizi, gli fa vedere e sentire ciò che quel lettore non avrebbe visto né sentito senza di lui.
Se i miei libri sono letti e toccano una persona, una sola, e le danno un aiuto qualunque, sia pure per un momento, mi considero utile. E, dato che credo alla durata infinita di tutte le pulsioni, poiché tutto si perpetua e si ritrova sotto un'altra forma, questa utilità può dilatarsi molto nel tempo. Un libro può dormire per cinquant'anni, o duemila anni, nell'angolo più recondito di una biblioteca, e all'improvviso lo apro, vi scopro meraviglie o abissi, una riga che mi pare sia stata scritta solo per me..."


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mercoledì 24 settembre 2008

La tolleranza della carta




Foto: Robert Doisneau
Quai du Port, 1945
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Da La chiave a stella
(Premio Strega 1979)
di Primo Levi
(1919-1987)
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"...è più facile accertarsi se è 'in bolla d'aria' una carpenteria metallica che non una pagina scritta; così può capitare che uno scriva con entusiasmo una pagina, o anche un libro intero, e poi si accorga che non va bene, che è pasticciato, sciocco, già scritto, mancante, eccessivo, inutile; e allora si rattristi, e gli vengano delle idee sul genere di quelle che aveva lui quella sera, e cioé mediti di cambiare mestiere, aria e pelle, e magari di mettersi a fare il montatore. Ma puó anche capitare che uno scriva delle cose, appunto, pasticciate e inutili (e questo accade sovente) e non se ne accorga, o non se ne voglia accorgere, il che è ben possibile, perchè la carta è un materiale troppo tollerante. Le puoi scrivere sopra qualunque enormitá, e non protesta mai: non fa come il legname delle armature nelle gallerie di miniera, che scricchiola quando è sovraccarico e sta per venire un crollo. Nel mestiere di scrivere la strumentalizzazione e i segnali d'allarme sono rudimentali: non c'è neppure un equivalente affidabile della squadra e del filo a piombo. Ma se una pagina non va se ne accorge chi legge, quando ormai è troppo tardi, e allora si mette male: anche perchè quella pagina è opera tua e solo tua, non hai scuse né pretesti, ne rispondi appieno."


Primo Levi su Wikipedia.org
 
Premio Strega.it


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martedì 23 settembre 2008

Lei


Foto: Il nudo provenzale di Willy Ronis, 1949..
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Da L'affamata - 1948,
di Violette Leduc (1907-1972)
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Edizioni La Rosa- 1980
Traduzione di Margherita Muratore.
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"Apro un atlante. Abbasso gli occhi sulla Corsica, li alzo sull'Inghilterra, li volgo dalla parte della Norvegia. Non conosco né il suo itinerario né la data delle tappe. Lei è ovunque in ogni momento ma io l'ho perduta. Ceno con lei ma è un'apparizione seguita da un rapimento."
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Dedicato a Jacques Guérin. La Lei che riempie le pagine, attraverso lo sguardo e i pensieri della Leduc,
è Simone De Beauvoir.
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sabato 20 settembre 2008

Gli occhiali d'oro


Giorgio Bassani
(1916 - 2000)
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Foto di Lütfi Özkök, 1987
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Gli occhiali d'oro
di Giorgio Bassani
è un romanzo pubblicato nel 1958, presso Einaudi.

Ultima modifica: aprile 2013


I protagonisti principali sono due: l'Io narrante che per molti viene considerato il vero protagonista, cioè un giovane studente di lettere che pendola, insieme ad altri ragazzi, tra Ferrara e Bologna, figlio di una delle tante famiglie ebree e borghesi di Ferrara, con un padre che crede nel fascismo, in quello ”buono”, e il dottor Fadigati, un otorinolaringoiatra che è arrivato in città verso il '19, alla fine della prima guerra mondiale, da Venezia. Viene accolto con simpatia, i suoi modi cortesi e la sua generositá con i pazienti poveri lo rendono interessante e gradevole. Il luccichio dei suoi occhiali d'oro, i vestiti di lana inglese e persino la pinguedine rassicurano e inspirano benevolenza. Presto i cittadini di Ferrara faranno a gara per frequentare il suo ambulatorio privato in cui belle e giovani segretarie si susseguono e ottimi quadri di pittori moderni sono appesi nella pareti delle varie stanze: un lusso tutto quello spazio, quei quadri e quella gentilezza ben distribuita a tutti e che lungi dall'imbarazzare quasi lusinga.
Contemporaneamente dirige il reparto della sua specializzazione presso l'ospedale della cittá. Insomma un uomo di successo. Di insolito c'è soltanto che evidentemente provvede da solo a cucinare i propri pasti invece di frequentare le trattorie come gli altri scapoli della cittá e poi al cinema si siede in platea invece che in galleria come quelli della sua classe sociale.
Inoltre, passando gli anni, avendo raggiunto i quaranta ormai, non piace che non si sposi, lui che potrebbe offrire cosí tanto ad una donna!
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Il suo comportamento generale, però, continua ad essere impeccabile, ha persino la tessera del fascio anche se si definisce ”apolitico per natura”.
Soltanto dopo dieci anni dal suo arrivo in città comincieranno a circolare delle voci che in un certo senso spiegheranno le poche stranezze. Si dirá che lui è...e non viene neanche pronunciata la parola, insomma il Fadigati ha il vizio, conduce in realtá una doppia vita. Ma con chi e come, nessuno ha vere prove per poterlo affermare.
Il dottore del resto, continua ad avere una condotta ineccepibile che favorisce la tolleranza e dà la garanzia che il suo erotismo verrà espresso soltanto dentro i confini della decenza.
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Il narratore e Fadigati si conosceranno quando, nel 1936, anche il Fadigati comincerá un paio di volte a settimana a salire su quel treno per Bologna, e dopo qualche tempo preferirá viaggiare nella loro carrozza, di terza classe, invece che in quella di seconda classe dove inevitabilmente starebbe da solo.
Nel gruppetto di ragazzi che il dottore conosce fin dall'infanzia, c'é anche Deliliers, il ragazzo piú ammirato nella compagnia, modello di eleganza e di esperienza, il quale inizialmente ignora Fadigati ma presto comincerà a provocarlo, offendendolo anche, alludendo volgarmente alla sua sessualitá omosessuale.
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Un giorno, a Bologna il gruppetto più unito si reca in una pasticceria per far trascorrere il tempo che manca alla partenza per Ferrara, e si accorge che nel locale, insieme ad un gruppo di studenti più maturi, occupati a mangiare un gelato al tavolo, c'é Deliliers, e accanto a lui, di spalle, un signore attempato:
”Stava lì, col cappello in testa, le mani raccolte sul pomo del bastone, senza prendere niente. Aspettava. Come un padre dal cuore tenero, il quale abbia acconsentito a pagare il gelato a un branco di figli e nipotini turbolenti, e attenda in silenzio, un po' vergognoso, che i cari marmocchi abbiano finito di leccare e succhiare a loro piacere, per poi, più tardi, portarseli a casa...Quel signore era il dottor Fadigati, naturalmente.”
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Finchè arrivata l'estate e andando il narratore come molti ferraresi in vacanza a Riccione, scopre che il pettegolezzo che riempie le giornate dei bagnanti, riguarda Fadigati e Deliliers. Insieme, i due, hanno soggiornato in vari alberghi della costa, muovendosi in una rossa Alfa Romeo che il Delilier fa ruggire guidandola, dormendo nella stessa stanza e mangiando allo stesso tavolo.
”Gli sposini” vengono chiamati, specialmente dalla signora Lavezzoli che rappresenta il buon senso e il senso del pudore oltraggiati della spiaggia e della Ferrara benpensante. Spiaggia in cui tra l'altro anche il Duce si reca a fine settimana e dove si bagna tra gli evviva e i battimani.
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Per i ferraresi della spiaggia il dottore è un vecchio sporcaccione, mentre Deliliers é soltanto un ragazzaccio che pigramente arriva in spiaggia due ore dopo il vecchio, con un elegante passo da belva, apparentemente infastidito dagli sguardi ma in realtà soddisfatto dell'ammirazione tanto degli uomini quanto delle donne.
Ad un certo punto però, comincerà a fare dei giri in auto da solo, la sera, lasciando il Fadigati alla sua solitudine e all'imbarazzo della situazione. Infine lo abbandonerá completamente prendendosi l'auto che giá formalmente gli appartiene, i soldi e gli ori, lasciandogli il conto da pagare e un pugno in faccia che lo fará andare a terra davanti a tutti, creando uno scandalo nello scandalo.
Al Fadigati non resterá che finire immediatamente le vacanze e rientrare a Ferrara, dove abbastanza velocemente, i pazienti diventeranno sempre più radi e il conseguente disastro economico si profilerà all'orizzonte.
Di Deliliers invece, si verrà presto a sapere che è felicemente a Parigi.
Intanto è già cominiciata la campagna denigratoria contro gli israeliti (come scrive Bassani) sui quotidiani italiani, con articoli che feriscono i patriottici (e persino fascisti) ebrei italiani. Il narratore, rientrando anche lui, in autunno, a Ferrara (cittá abitata da molte famiglie ebree, più o meno benestanti, operose e in simbiosi con la cittá), teme per il futuro, e soprattuto comincia a sentirsi escluso e diverso, almeno quanto Fadigati.
I tempi sono disumani per entrambi. Ci sarà un ultimo casuale incontro, a tre, in una notte di nebbia, tra lui, il dottore e una cagna dalle mammelle piene di latte che sta seguendo il Fadigati spontaneamente, dopo aver ricevuto da lui una carezza. Il dottore gli confida che dopo quanto è accaduto durante l'estate, non riesce più a tollerare se stesso, evita infatti persino di farsi la barba per non vedere la propria faccia allo specchio. Il narratore (che é forse il vero protagonista del romanzo), ha sempre avuto rispetto per il dottore, e alla fine di quell'incontro lo invita a farsi sentire per telefono, nel prossimo futuro, per fare due chiacchiere e magari organizzare qualche gita insieme. Da parte sua Fadigati sa bene sotto quale pressione gli ebrei italiani, e quindi il suo giovane interlocutore, sono sottoposti in quel momento. Gli augura quindi sinceramente buona fortuna, a lui e alla sua famiglia. Sembra quasi un addio, viene da pensare leggendo il capitolo.
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Qualche tempo dopo Fadigati gli telefonerà e si metteranno d'accordo per un giro a Pontelagoscuro per vedere il Po, il sabato seguente, ma poi non telefonerá come promesso. Il ragazzo leggerà, sul giornale del lunedì, di "un noto professionista ferrarese annegato". Il fatto non viene presentato come un suicidio ma come una disgrazia, perché la retorica di quegli anni non permette a nessuno di uccidersi, neanche ad un vecchio ”disonorato” come il Fadigati.
Le leggi razziali stanno per essere varate (1938).
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Del libro è stato tratto un film, nel 1987, con la regia di Giuliano Montaldo, con Philippe Noiret nel ruolo di Fadigati e Rupert Everett nel ruolo del giovane amico ebreo.

Tra le opere principali di Bassani: Cinque storie ferraresi -1956, Premio Strega; Il giardino dei Finzi-Contini - 1962, Premio Viareggio (nel 1970 Vittorio De Sica ne farà un film); L'airone – 1968, Premio Campiello.
Gli stessi personaggi si ritrovano in più romanzi.
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L'edizione che ho a disposizione, dalla Biblioteca Centrale di Copenaghen, è degli Oscar Mondadori, del 1980, e ha una introduzione di Luigi Baldacci:
Gli occhiali d'oro sono la parabola di una decadenza, di una progressiva ”perdita dei diritti” documentata nella persona di un distinto professionista, e sono altresì l'apologo di una presa di coscienza civile da parte dell'Io narratore che, per ragioni diversissime ma analoghe, si vedrà anch'egli escluso dal consorzio delle persone che si possono salutare.
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Il romanzo è dedicato a Mario Soldati.



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giovedì 18 settembre 2008

Energia

Anna Simm, Psychedelic poison

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Da Il peso del mondo
di Peter Handke
Guanda - 1977.
Traduzione di Raoul Precht

 
Premessa dell'autore: "Questo libro potrebbe essere definito un reportage; non è il racconto di una coscienza, ma piuttosto il più immediato e simultaneo reportage di essa...".
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1975:
- Spesso appartengo completamente alla massa, col mio viso e con tutto me stesso: ma nel senso più deteriore
- Guardare su in cielo, osservare il passaggio delle nuvole e pensare: no, non mi siuciderò mai e poi mai!
- "Ho aspettato per due giorni che qualcuno mi dicesse una buona parola. Poi me ne sono andato all'estero"
1976:
- "Spesso, dopo essere stato insieme a qualcuno, mi sento orgoglioso di non aver rivelato nulla di me"
- Quando scrivo sono tremendamente nervoso, a un passo dalla follia - eppure, quando poi rileggo quel che ho scritto, tutto mi appare così calmo
- Una rigidissima depressione: e tuttavia come se (spesso verso sera) fosse in agguato un trionfo
- "Dicendo che sembro triste, in realtá vuoi solo disarmarmi"
- Appendere davanti a casa mia un cartello con l'ammonimento: "Attenzione, in questa casa si legge!"
- E davvero, la maggior parte della gente mi diventa sopportabile solo quando l'attacco
- Quest'irritazione nasce solo dal fatto che io amo qualcuno che non conosco, e tuttavia sto insieme a qualcuno che conosco e non amo: vorrei dare un calcio al mondo intero
- Improvvisamente pensai: davvero, non vorrei proprio più ficcare il mio nobile cazzo in una donna così!, e le sorrisi trasognato. Di rimando, lei sorrise
- Tanti anni fa qualcuno disse che la cosa più bella in me era la totale assenza di abitudini. E adesso?
- La mia grandezza: la solitudine
- Persone che non potrò mai redimere, nemmeno con la più vigorosa calma, dalla loro terribile competenza, dalla loro indegna mancanza di illusioni
- Un'illuminazione: posseggo un destino! E l'ho in mano!
- Il potere della tenerezza, che fece crollare d'un colpo quella resistenza, di cui era composto il mio io
- Per la prima volta dopo lungo tempo sono nuovamente in grado di osservare il mio corpo, non come se volessi registrarne i contorni, ma con una specie di attrazione, con una sensazione di appartenenza
- Quando mi pare di riconoscere qualcuno, per strada: un attimo di panico
- Il desiderio di un'ondata d'amore, che dovrebbe salirmi dentro
- Una donna elegante che mi insinui dolcemente la mano sotto la camicia - solo così potrei avvertire ora la pressione della vita
- Se non scrivessi, la vita mi scivolerebbe via
- L'idea che le persone che non leggono non sappiano neanche ciò che fanno; che esse non siano nemmeno raggiungibili
- Tenerezza: energia divenuta coscienza
1977:
- Basta con la memoria! Voglio che ogni cosa sia bella già fin d'ora e non solo nel ricordo che ne avrò
- La sensazione che la maggior parte delle persone non consideri più seriamente la parola, per quanto seria e riuscita essa possa talvolta apparire - tanto affamata è la parola, ormai
- Le persone peggiori: quelle che riescono a provocare in te un senso di colpa per azioni di cui esse sole sono responsabili
- Il desiderio di incontrare gente candida, presso la quale anch'io possa passare come tale
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Diverse opere di Peter Handke (nato in Austria nel 1942), sono ancora pubblicate, in nuove edizioni, presso l'editore Guanda.
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mercoledì 17 settembre 2008

Quando l'amore non basta - brano

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A pag. 54:

Un po' alla volta avevo maturato l'idea che non fosse scritto nel mio destino di trovare la mia compagna. E così ho provato a godere la vita comunque, apprezzando una giornata di sole o una passeggiata intorno al lago, ma in realtà stavo appassendo come una pianta in un appartamento disabitato. Appassivo ed ero rassegnata. Non volevo siucidarmi perché pensavo, e penso, debba esserci comunque un senso nella vita anche senza amore. Mi ero rassegnata ad accettare la mia condizione, come lo farebbe una vedova o una prigioniera.
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IBS.it
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Il libro verrà presentato a Pisa, il 12 ottobre 2008, alle ore 17, presso la sala verde del Pisabookfestival
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Dalla prefazione di Grazia Verasani:."..ha ormai raggiunto una libertá di pensiero che non le permette di fare sconti: ha dovuto imparare l'estrema solitudine prima di innamorarsi di nuovo, ed è convinta che la femminilità abbia una sola regola: essere se stesse".

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lunedì 15 settembre 2008

Nave al largo

Anna Simm: Alassio (dettaglio)














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Non lodare nessuno, se non sai bene chi è
nell'indole, nei modi, nei costumi.
Molti occultano, il carattere fasullo,
ingannatore, con precari ammanti,
finchè l'indole vera la rivela il tempo.
Mi son lasciato fuorviare anch'io:
ché ti lodai, ma non t'avevo conosciuto tutto.
Adesso sto, come una nave, al largo
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...
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Teognide "il Megarese"


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Teognide, nato nel Peloponneso a Megara Nissea, circa nel 575 a.C., da famiglia aristocratica, a causa di sconvolgimenti sociali e politici, visse in esilio, tra l'altro in Sicilia, a Megara Iblea. Amò il giovane Cirno a cui è dedicata parte della sua opera.
I lirici greci (traduzione Filippo Maria Pontani), Einaudi.
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domenica 14 settembre 2008

Infinita solitudine

Emily Dickinson (1830 - 1886)






















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Ha una sua solitudine lo spazio,
Solitudine il mare
E solitudine la morte – eppure
Tutte queste son folla
In confronto a quel punto più profondo,
Segretezza polare,
Che è un'anima a cospetto di se stessa:
Infinità finita.
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*
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There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared whit that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself -
Finite Infinity.
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Da Emily DickinsonPoesie,
traduzione di Margherita Guidacci,
Rizzoli - 1979
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sabato 13 settembre 2008

Schiaffi catartici




Una burla riuscita
di Italo Svevo
(Aron Hector Schmitz - 1861-1928)





Il breve racconto è del 1926. Il protagonista si chiama Mario Samigli che è anche uno pseudonimo usato dallo stesso Svevo in alcune pubblicazioni. Il mio volumetto è edito da Passigli Editore - 1985. .
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"L'aggettivo di burlato non s'attaglia in pieno che alla vittima di una burla che abiti una città non grande abbastanza per correrne le vie sicure, cioè sconosciuto. Ogni sua nota debolezza lo accompagna per via insieme alla sua ombra. Tutte le persone dello stesso ceto vi si conoscono ed ognuno ficca le unghie nelle ferite del vicino. Ognuno ha il suo destino quaggiù ma, quant'è noto a tutti, si rincrudisce per un incontro, per un'occhiata. Mai più si sarebbe potuto liberare dal marchio di quella burla...
Le parole, preparate con tanta accuratezza, svanirono, e Mario non ne trovò altre. Il suo organismo intero era come un arco che nelle lunghe ore d'impazienza si fosse teso sempre più fino al limite della resistenza. Scattò: lasciò cadere sulla faccia del Gaia un manrovescio enorme di cui non avrebbe creduto capace la sua mano e il suo braccio, che da lunghi anni non avevano conosciuto alcun moto violento. Il colpo fu tale che dolsero anche a lui il pugno e il braccio, e fu in procinto di perdere l'equilibrio... Da tutte le bestie intelligenti si osserva che un forte dolore fisico come quello prodotto al Gaia dalla percossa, dà intero il sentimento del proprio torto. Intanto, per poter protestare confessò: Perchè? Per uno scherzo innocente.
E così Mario apprese con disperazione ma anche con sollievo che il Westermann proprio non esisteva. Confermò subito il manrovescio precedente con un altro... è difficile, per chi manca di pratica, cessare dal picchiare quando vi si è abbandonato con piena violenza. Perciò piovvero sulla testa del povero viaggiatore di commercio due altri fortissimi colpi, appioppati da Mario a due mani, perché oramai la sinistra doveva aiutare la destra ch'era quasi paralizzata dal dolore...
Si sentiva meglio, molto meglio. Le vittorie dello spirito, non v'ha dubbio, sono molto importanti, ma una vittoria dei muscoli è salutare. Il cuore acquista novella fiducia nel vaso in cui batte e si regola e rafforza."
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giovedì 11 settembre 2008

Lingua in bocca



Roland Barthes
(1915 -1980)
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Da Lezione - Lezione inaugurale della cattedra di Semiologia letteraria del Collège de France pronunciata il 7 gennaio 1977, Einaudi – 1981.
Traduzione di Renzo Guidieri..
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"...Il linguaggio è una legislazione e la lingua ne è il codice. Noi non scorgiamo il potere che è insito nella lingua perchè dimentichiamo che ogni linguaggio è una classificazione e che ogni classificazione è oppressiva...un idioma si definisce non tanto per ciò che permette di dire, quanto per ciò che obbliga a dire. In francese...sono costretto a pormi anzitutto come soggetto: ciò che io faccio non è che la conseguenza e la consecuzione di ciò che sono; allo stesso modo, io sono obbligato a scegliere sempre tra il maschile e il femminile, mentre invece mi sono vietati il neutro e il promiscuo; e ancora, io sono obbligato a precisare il rapporto che mi lega all'altro ricorrendo sia al tu, sia al voi: la suspense affettiva o sociale mi è negata. Ecco dunque che, per la sua stessa struttura, la lingua implica una fatale relazione di alienazione. Parlare, e a maggior ragione discorrere, non è, come si ripete troppo spesso, comunicare: è sottomettere: tutta la lingua è una predeterminazione generalizzata."
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(Nota mia: L'italiano assomiglia in questo al francese. Il danese invece non impone il femminile e il maschile, e da decenni, comunemente non si usa più il Lei ma il tu, in quasi qualunque circostanza; dunque nella lingua danese la suspence affettiva o sociale c'é. Ma il danese - naturalmente - impone altri obblighi, in altre circostanze).
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mercoledì 10 settembre 2008

Canarina azzurra







Umberto Saba
(1883 -1957).
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Meravigliosa canarina azzurra
ti sceglievo a compagna. La più bella,
la più cara al mercato. Una gran dama.

Eros ha le sue leggi; è un dio difficile
non solo - sembra - agli umani. L'uccella,
immessa appena nella gabbia, subito
saltò da te per un bacetto. (Come
ti conoscesse da sempre). E tu come
piccolo drago inferocito, subito
(forse geloso di lei) la scacciavi.
Durò tre giorni lo strazio; ed all'ultimo
parve opportuno separarvi. Ancora
coi tuoi radicchi ti consoli. E ad un tratto
non canti più, rechi nel becco intorno
filo od altro che trovi e stimi atto
a un nido inesistente. M'hai deluso,
e con me quella che mi disse: "Devi
comperarle una moglie". Ed ira e pena
mi fai. Pure la colpa è tua, se colpa
v'è, v'è mai stata, in queste cose...

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da Uccelli (1948)
in Il canzoniere (1900 -1954),

Einaudi, 1961
(...dallo scaffale della Biblioteca Centrale di Copenaghen)
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Un'altra poesia di Saba su terresdefemmes
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lunedì 8 settembre 2008

Il prezzo dello zucchero














Da CANDIDO
ovvero l'ottimismo
Un racconto filosofico
sul migliore dei mondi possibili
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di
Voltaire
ovvero François-Marie Arouet
(1694 - 1778)
Traduzione di Piero Bianconi
Rizzoli
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Avvicinandosi alla città incontrarono un negro steso a terra e con solo la metà del suo vestito, cioè d'un paio di calzoni di tela azzurra; a quel poveretto mancava la gamba sinistra e la mano destra [...].
Quando lavoriamo negli zuccherifici, e la macina ci afferra un dito, ci taglian la mano; quando tentiamo di scappare, ci tagliano una gamba: mi son trovato in tutt'e due i casi. A questo prezzo mangiate zucchero in Europa. Eppure, quando mia madre mi vendette per dieci scudi patagoni sulla costa di Guinea mi disse: 'Caro figliolo, benedici i nostri feticci, adorali sempre e ti faranno vivere
felice; hai l'onore d'esser schiavo dei nostri signori bianchi, e così fai la fortuna di tuo padre e di tua madre'. Ahimè! non so se ho fatto la loro fortuna, certo è che loro non hanno fatto la mia. I cani, le scimmie e i pappagalli sono mille volte meno infelici di noi. I feticci olandesi che m'hanno convertito, ogni domenica mi dicono che noi tutti siamo figli di Adamo, bianchi e neri. Non sono genealogista; ma se quei predicatori dicon vero siamo tutti cugini, figli di fratelli. Ammetterete che non si posson trattare i parenti in modo più orrendo.
"O Pangloss!" esclamò Candide " non avevi preveduto quest'abominio; è finita, a conti fatti dovrò rinunciare al tuo ottimismo."
"Cos'è l'ottimismo?" diceva Cacambó.
"Ahimè!" disse Candide " è la mania di sostenere che tutto va bene quando si sta male."
E versava lagrime considerando il negro, e piangendo entrò nella città di Surinam.
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Dall'introduzione di Italo Calvino:
Nel Candide oggi non è il racconto filosofico che ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d'una morale e d'una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e si moltiplica senza provocare nell'emotività del lettore altro effetto che d'una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunégonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, [...] la vecchia servente deve spiegare perché ha una natica sola, [...]. Un gran cinematografo dell'attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi ( i "bulgari" e gli "àvari"), il terremodo di Lisbona del 1755, gli autodafé dell'Inquisizione, [...] qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull'espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana., [...]. Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto, se si eccettua l'unico paese saggio e felice, El Dorado. [...] solo che El Dorado è nascosto tra le più inaccessibili giogaie delle Ande, forse in uno strappo della carta geografica: è un non-luogo, un'utopia.
[...] Ma sarebbe sbagliato dire che Voltaire sorvoli sul costo delle sofferenze: quale altro romanziere ha il coraggio di farci ritrovare l'eroina che all'inizio è "vivace di colorito, fresca, grassa, appetitosa", trasformata in una Cunégonde "inscurita, con gli occhi cisposi, il seno piatto, le guance rugose, le braccia rosse e screpolate"? [...]. Se questa giostra di disastri può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perchè la vita umana è rapida e limitata; c'è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi [...].
La sommessa vena di saggezza che affiora nel libro [...] si dichiara alla fine per bocca del derviscio nella famosa morale del "coltivare il nostro orto". [...] non devi porti altri problemi se non quelli che puoi risolvere con la tua diretta applicazione pratica. [...] Oggi l'esortazione "il faut cultiver notre jardin" suona ai nostri orecchi carica di connotazioni egoistiche e borghesi [...].
Non è un caso che essa sia enunciata nell'ultima pagina, quasi già fuori da questo libro in cui il lavoro appare solo come dannazione e in cui i giardini vengono regolarmente devastati: è un'utopia anch'essa [...] la voce della "ragione" nel Candide è tutta utopica. Ma non è neppure un caso che sia la frase del Candide che ha avuto più fortuna, tanto da divenire proverbiale.
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Nuova edizione con la stessa introduzione di Calvino


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venerdì 5 settembre 2008

Uscita di sicurezza

 

Ignazio Silone
(Secondino Tranquilli)
1900 - 1978
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USCITA DI SICUREZZA (1965)
Mondadori - 2001
 
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"Le rivoluzioni si riconoscono, come gli alberi, dai loro frutti, e non dallo sforzo che costano"
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"È accaduto a molti di noi che una certa domenica cessammo dall'andare a Messa, non perchè i dogmi, all'improvviso, ci apparvero falsi, ma perchè la gente che vi assisteva ci annoiava, mentre ci attirava la compagnia di quelli che rimanevano lontani. La rivolta di un giovane contro la tradizione è un fatto frequente in tutti i tempi e in tutti i paesi, e raramente essa si presenta spoglia di ambiguità. Secondo la circostanza, la rivolta può condurre alla legione straniera, al gangsterismo, all'arte del cinema, o all'estremismo politico [...]. Fuori della chiesa del nostro borgo c'erano i braccianti. Non era la loro psicologia che ci attirava, ma la loro condizione".
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"...nel 1930, rifugiatomi ammalato in un villaggio di montagna della Svizzera, credevo di non aver più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un racconto al quale posi il nome di Fontamara. Mi fabbricai da me un villaggio, col materiale degli amari ricordi e dell'immaginazione, ed io stesso cominciai a viverci dentro. Ne risultò un racconto abbastanza semplice, anzi con delle pagine francamente rozze, ma per l'intensa nostalgia e amore che l'animava, commosse lettori di vari paesi in misura per me inattesa."
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Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, nasce a Pescina dei Marsi (L'Aquila), perde i genitori ancora giovanissimo, studia in seminario nella sua zona e poi in un istituto religioso di Reggio Calabria. Tra i 17 e i 18 anni vive a Roma dove si dedica alla lotta politica, da socialista. Nel 1921 è tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, insieme a Gramsci e Bordiga. Nel 1922 si trasferisce a Trieste dove è redattore del quotidia­no Il Lavoratore la cui tipografia sarà ripetutamente incendiata dagli squadristi.
Nel maggio del 1927 è a Mosca, per la Terza Internazionale, con Togliatti per partecipare alle riunioni che porteranno tra l'altro alla condanna e all'espulsione di Trotsky. Sarà molto critico su questo avvenimento e Silone stesso verrà espulso dal P.C.I., nel 1930.
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Si stabilisce in Svizzera - da esule, ricercato dal regime fascista - da dove non si occuperà di politica per un decennio ma di letteratura. Tra le altre cose dirigerà la rivista in lingua tedesca Information. Dal 40 si rioccuperá di politica cercando una forma di socialismo diverso. Nel 1944 rientra in Italia a Roma, e sposa l'irlandese Darina Elisabeth Laracy conosciuta in Svizzera, giornalista e antifascista in esilio anche lei, accusata di spionaggio dal regime fascista. Nel 1946 viene eletto all'Assemblea Costituente per il PSIUP in Abruzzo. Abbandona del tutto l'attività politica nel 1956 ma non la letteratura.
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Il 18 Agosto 1978, dopo una lunga serie di malattie (la tisi tra l'altro lo aveva seguito dalla giovinezza), Silone muore in una clinica a Ginevra.
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Alcuni suoi romanzi: Fontamara, scritto a Davos nei Grigioni, in sanatorio, e pubblicato inizialmente in tedesco a Zurigo nel 1933; Vino e pane del 1937; Una manciata di more, scritto a 52 anni, nel 1952 e postumo, tre anni dopo la sua morte, l'incompiuto Severina, una giovane suora, unica donna nella narrativa siloniana, a cura di Dorina Silone.
Uscita di sicurezza è una raccolta di saggi scritti in diverse fasi.
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Scomodo tanto ai cattolici quanto ai socialisti e ai comunisti Silone stesso si definisce socialista senza partito e cristiano senza chiesa.
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"Si potrebbe dire che Silone abbia usato il premoderno (il mondo agrario abruzzese della sua infanzia saldato al medioevo cristiano popolare) come pietra di paragone, termine di confronto, serbatoio - certo non esclusivo - di strumenti per comprendere e raccontare alcuni aspetti della realtà novecentesca", scrive Bruno Falcetto, nell'introduzione.
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mercoledì 3 settembre 2008

Sicilianità

Foto di G. Nielsen, Piazza Armerina, 2005





















Ultima modifica: aprile 2013



La sicilianità è un modo di essere e di fare, se genetico o culturare non saprei, ma può colorare una vita intera, anche quando questa vita si sposta e si trasferisce lontanissimo dall'isola.
L'accento resta, i gusti pur evolvendosi restano siculi, il metro di misura di ogni cosa, di ogni sapore, di ogni colore, di ogni sentimento o sensazione, è quello dell'isola. L'isola può raggiungere sia punte altissime di cultura e di coraggio sia punte bassissime di vigliaccheria e volgarità: non è mai prevedibile. Tutto è presente nella sicilianità. In quantità esagerate.
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Come scrive Stefano Malatesta nell'introduzione al suo Il cane che andava per mare:
"I siciliani sono gli unici eccentrici italiani."
Malatesta non è siciliano, lui è romano. I non siciliani che si avvicinano alla Sicilia e la frequentano in qualche modo, vengono spesso tentati di raccontare e spiegare la sicilianità. Lo fanno anche i siciliani, naturalmente, perchè come spiega Malatesta: "Nessun altro popolo è ossessionato così tanto da sè stesso da dimenticare tutto il resto...Gli scrittori siciliani continuano a rimestare in eterno nella loro terra, perchè non sanno chi sono e cercano una risposta".
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E a questo proposito, a volte guardarsi attraverso gli occhi degli altri aiuta a capirsi.
Uno sguardo non siciliano, attento e divertito, filologicamente corretto e affettuosamente sazio, è lo sguardo di Luisa Adorno che, in L'ultima provincia, ci racconta una famiglia siciliana, la famiglia di un prefetto, trapiantata per lavoro in un'altra regione, centro-meridionale, in una provincia obbiettivamente fredda. Siamo negli anni cinquanta. Luisa Adorno non è siciliana ma una toscana apparentata a siciliani. Destino di tanti! Ma obbiettivamente non tutti sono in grado di reggere un simile destino! La Adorno ha saputo farlo.
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Il libro è divertentissimo, l'ironia dell'autrice che apparentemente trascrive soltanto contraddizioni e tic, rende la sicilianità gustosissima.
I personaggi principali sono prima di tutto il Prefetto: "... nato a Prefetto in quello spazio di tempo incredibilmente breve in cui, non valendo più le raccomandazioni fasciste, non esistevano ancora quelle del nuovo governo, ha influito su tutta la carriera... La sua origine apolitica, lungi dal dargli credito, ha suscitato la diffidenza di ogni nuovo ministro". Lui è il tipo che " Il 2 giugno...celebrò ufficialmente, con un breve discorso, la giovane Repubblica chiamandola più volte monarchia."
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Poi c'è la Prefettessa, che ha un "unico scopo: la ricerca e la conservazione della salute. Una salute il cui godimento non era previsto e la cui conservazione...assorbiva ogni sua facoltà di pensiero", cioè una che come molti siciliani ha il terrore del freddo. Se deve descrivere, in breve, le sedi in cui il marito l'ha portata con sè: Nebbia c'era è la descrizione di Milano, Pioveva sempre è quella di Torino. Tra le altre manie costringe il figlio, Cosimo, che poi da adulto, sarà il futuro marito della scrittrice, ad uscire solo d'estate: "...passeggiate brevi, per mano, in ricamati giardini del Sud. Il grido fermo ca sudi troncava ogni tentativo di correre. Il resto era inverno. E nessun inverno si distinse mai dall'altro se non quello in cui, mascheratosi a carnevale, la madre lo tenne, per non allegerirlo, mascherato fino a primavera".
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Quando arrivò lei, l'autrice, questo figlio, il quale sapeva che il motto di casa era "Pigghia munnizza d'u tuo munnizzaru e se non ce l'hai accattala", cioè cercati una moglie magari tra le cugine, e lui ne aveva eventualmente tre a disposizione, prima di cercarle altrove:
"Non riusciva a stabilire se per i suoi avrebbe rappresentato un ostacolo maggiore il fatto che io non ero del munnizzaru, che non possedevo niente, che avevo un anno di più o che ero comunista. Nè se sarebbe stato meglio dire tutto insieme o una cosa alla volta..." ma "Quello che c'era di eccessivo e di pazzo nel loro amore per il figlio, li aveva spinti a rompere i loro stessi schemi".
Qualunque cosa entri in casa Adorno, dai gioielli alla domestica, viene considerato il meglio in proposito. Concetta la domestica, addirittura non fu data in sposa ad un indiano...
La domestica entrò in casa durante una malattia grave della Prefettessa, la quale dal suo letto immobilizzava tutte le donne che le si erano avvicinate per curarla, gridando "Vento mi fate!" invece quando arrivò Concetta, lei stessa disse ai familiari " Fermatevi! Vento ci fate!".
E quindi:"La paura di perdere anche questa donna subentrò immediata alla gioia di averla trovata: e immagini di Concetta in fuga, di Concetta sposa, di Concetta in commiato cominciarono a popolare i deliri della malata". Ma niente di simile accadde, Concetta restò a lungo in famiglia.
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E stessa cosa vale per Flik la cagnetta, che per gli intimi diventa "A figghia". Sovrappeso e informe era stata trovata da Concetta vicino la vasca , in giardino, lanciata dal muro o dal cancello, da una mano sconosciuta, probabilmente mancando la vasca.
"La sua ascesa fu rapidissima" e "Assodato che era femmina le furono impediti i contatti col mondo", cosa alla quale la cagnetta si adeguò subito e professionalmente, abbaiando ad ogni minaccia di porta aperta, ad ogni scampanellata, riempendo di orgoglio i padroni.
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Eccetera, eccetera...Perchè non posso mica raccontarvelo tutto!?
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martedì 2 settembre 2008

Lettera dal fango


Oscar Wilde
(1854- 1900)

DE PROFUNDIS

Ultima modifica al post: marzo 2013

Nato a Dublino, nel 1854, Oscar Wilde era figlio di un oculista di fama europea e di una poetessa che aveva appoggiato l'indipendenza irlandese. Vinse una borsa di studio per il Magdalene College di Oxford e lo lasciò con un'eccellente laurea, nel 1878. Dopo la laurea, con la sua piccola ma già esistente reputazione di poeta, si stabilisce a Londra. Nel 1884 sposò Costance Lloyd, figlia di un avvocato di Dublino, con cui fece due figli, ma il matrimonio finì intorno al 1893, pochi anni dopo l'incontro con Alfred Douglas, un aristocratico, poeta, di cui si era innamorato e che gli fu fatale.

Che Wilde si dedicasse all'omosessualità, fin dagli anni del college e durante il matrimonio, lo sapevano in molti, ma era una delle tante eccentricità che gli si perdonava o si sopportava, in cambio della sua conversazione, della fantasia, cultura e fascino. Ma quando nella vita di Wilde arrivò il Douglas detto ”Bosie”, figlio di un Lord, le cose cambiarono. Il padre di Bosie insultò pubblicamente Wilde, dandogli del sodomita, e Wilde si lasciò coinvolgere nella lotta tra padre e figlio, già esistente, denunciando il Lord per diffamazione. Causa che perse, perchè di prove della sua omosessualità ce ne erano parecchie: non era una diffamazione!.

Gli diedero il massimo della pena per sodomia, due anni di carcere, di lavori forzati, e subì la conseguente rovina finanziaria. I suoi libri furono ritirati dalle vetrine, i suoi beni venduti all'asta per pagare le spese processuali, i figli gli furono tolti. Scontata la pena, nel 1897, si rifugerà nel continente con un falso nome. Nonostante tutto, i due uomini saranno ancora insieme, e cercheranno di convivere in Italia, apertamente, ma le rispettive famiglie si opporranno anche con le restrizioni economiche. Una nobildonna inglese gli procurò un vitalizio ma Wilde non fece in tempo a goderne: morirà a Parigi, il 30 novembre del 1900, a causa di una meningite, in un modesto albergo, convertendosi sul letto di morte al cattolicesimo (era stato educato nella religione protestante).
La sua tomba al Cimitière du Père Lachaise è quotidianamente visitata da estimatori della sua opera e da cultori del suo mito: l'esteta, lo stravagante, il privilegiato ma anche lo sfortunato..


Wilde ha prodotto diversi lavori teatrali, romanzi e poemi, fra tutti ricordiamo L'importanza di chiamarsi Ernesto e Il ritratto di Dorian Gray ma soprattutto, per me, il De Profundis che altro non è che una lunga lettera di Oscar Wild a Alfred Douglas, dal carcere. Lettera che fu affidata a fine detenzione ad un amico, con lo scopo di farla pervenire al destinatario, il quale, si dice, la distrusse dopo aver letto poche righe. Ma era una copia! Infatti otto anni dopo la morte dell'autore, l'originale verrà affidata al Britsh Museum di Londra. Si dice anche che in realtà la lettera non fu mai consegnata. Bosie non la lesse mai, in ogni caso. La verità è difficile da rintracciare. ..
Ma cosa c'era in quella lettera? C'era un Oscar che nessuno conosceva: non l'elegante Oscar sdegnoso dei comuni problemi, non il signore eccentrico dalla conversazione ammaliante, ma un uomo spezzato dal carcere, dalla coscienza di tante cose mai viste nè pensate prima. Un altro uomo.
Trascrivo brevi brani della lettera che prendo dalla traduzione di Patrizia Collesi per la Tascabili Economici Newton (1994), con l'introduzione di Guido Bulla, dalla quale ho tratto alcune informazioni, ma attualmente credo ci sia in commercio soltanto il De Profundis della Feltrinelli, con la traduzione di Camilla Salvago Raggi:
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”La nostra tanto malaugurata e deprecabile amicizia si è conclusa per me con la rovina e il pubblico disonore, tuttavia il ricordo del nostro antico affetto...
Il vero pazzo, colui che gli dèi deridono o rovinano, è colui che non conosce se stesso. Io lo sono stato per troppo tempo, tu lo fosti per troppo tempo. Non esserlo più. Non aver paura. La superficialità è il vizio supremo...
Mi biasimo per aver permesso che un'amicizia non intellettuale, un'amicizia il cui scopo primario non era la creazione e la contemplazione di cose belle, dominasse completamente la mia vita. Ammiravi il mio lavoro quando era compiuto: godevi dei brillanti successi delle mie prime e dei magnifici banchetti...
ma non riuscivi a capire quali fossero le condizioni necessarie per produrre un'opera d'arte...durante l'intero periodo in cui fummo insieme non scrissi neppure un verso.
....La base del carattere è la forza di volontà e la mia divenne completamente sottomessa alla tua...
quelle scenate incessanti che sembravano esserti quasi fisicamente necessarie, e durante le quali...tu diventavi una cosa tanto terribile da guardare quanto da ascoltare...
la mania di scrivere lettere disgustose e ributtanti...
improvvisi attacchi di furore quasi epilettico...
Mi sfinisti....
... era soltanto nel fango che ci incontravamo...
È necessario che io dica che vidi chiaramente che sarebbe stato un disonore per me il portare avanti anche solo un rapporto di conoscenza con una persona come quella che tu avevi dimostrato di essere? Attraverso tuo padre tu vieni da una razza con la quale unirsi in matrimonio è orribile; l'amicizia è funesta, e che mette le sue mani violente sia sulla propria che sulle vite degli altri...
E se vuoi sapere quello che una donna prova veramente quando suo marito, il padre dei suoi figli, porta la divisa da carcerato, scrivi a mia moglie e chiediglielo. Te lo dirà...
Solo ciò che è delicato, e concepito con delicatezza, può dare nutrimento all'Amore. Invece all'Odio tutto dà nutrimento. Non c'è stato un solo bicchiere di champagne che tu abbia bevuto in tutti questi anni che non abbia nutrito e ingrassato il tuo Odio. E, per gratificarlo, tu hai giocato d'azzardo con la mia vita, come hai giocato con il mio denaro, in modo incauto, sconsiderato, indifferente alle conseguenze. Se perdevi immaginavi che la perdita non sarebbe stata tua. Se vincevi, e lo sapevi, l'esultanza e i vantaggi della vittoria sarebbero stati tuoi...
Pensavo tuttavia che sarebbe stato bene, sia per te che per me, se tu avessi protestato contro la versione della nostra amicizia fatta da tuo padre, non meno grottesca che velenosa, e tanto assurda nelle sue allusioni a te quanto disonorevole in quelle a me. Quella versione è ora passata di fatto alla storia: viene citata, creduta, e narrata; il predicatore l'ha presa come suo testo, e il moralista come suo sterile tema...
Devo accettare francamente il fatto di essere stato un comune prigioniero di una comune prigione e, per quanto curioso ti possa sembrare, una delle cose che devo insegnare a me stesso è non vergognarmene...
... tra la fama e l'infamia non c'è che un passo, se pur c'è...
Cristo, attraverso qualche divino istinto che è in lui, sembra aver sempre amato il peccatore come possibile punto di massima vicinanza alla perfezione dell'uomo...
Il suo scopo non era trasformare un ladro interessante in un noioso onest'uomo...
Ma in un modo che il mondo ancora non comprende, egli considerava il peccato e la sofferenza belli in se stessi, cose sacre, e espressioni della perfezione. Sembra un'idea molto pericolosa. In effetti lo è. Tutte le grandi idee sono pericolose. Che essa fosse il credo di Cristo non lascia adito ad alcun dubbio. Che sia il vero credo non lo dubito nemmeno io...
Ti ho spiegato che dire la veritá è cosa dolorosa. Essere costretti a dire bugie è molto peggio...Il passato, il presente e il futuro non sono che un unico momento agli occhi di Dio, alla cui luce dovremmo cercare di vivere. Tempo e spazio, successione ed estensione, sono semplici condizioni accidentali del Pensiero...
Ciò che è davanti a me è il mio passato. Devo costringermi a guardarlo con occhi diversi, a farlo guardare dal mondo con occhi diversi, a farlo guardare da Dio con occhi diversi. Questo non posso farlo ignorandolo, sprezzandolo, lodandolo o rinnegandolo. Posso farlo soltanto accettandolo pienamente come una parte inevitabile dell'evoluzione della mia vita e del mio carattere: chinando il capo di fronte a tutto ciò che ho sofferto...
Tu venisti da me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell'Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore e la sua bellezza.”


La moglie di Wilde morí nel 1898, mentre Douglas morì nel 1945 (nel 1902 si era sposato ad un'ereditiera con la quale aveva avuto un figlio).
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