domenica 31 agosto 2008

Gli aratori del vulcano

Foto di asimm : "Umbria"
















.

"Senza dire che, ai privilegi e benefizi, è troppo facile adattarsi. Le agevolezze di vita rendono superficiali, assecondano le riparatrici e già troppo spontanee labilitá della memoria. I dolori di ieri si dimenticano, anche e proprio quando furono più luttuosi e cocenti, e si dimentica quanto cordoglio e quante angosce sia costato questo bene, che oggi pare largito appunto per aiutarci a dimenticare. Ci si abitua ad essere amati, a vivere con facilitá; e l'abitudine rischia di diventare presto un bisogno, e il bisogno acquisito rischia di creare la presunzione di un diritto. Può, questa nostra, parere una riottosa, bizzosa, vittimistica, incontentabile paura di essere amati. Ed è soltanto paura di essere gratuitamente amati, ingiustamente amati, cioé male amati: non più costretti a far nulla per meritarci questo amore. Ma domani, inevitabilmente, dovremo ricominciare a meritarcelo: e allora? non saremo viziati?"
.
Da "16 ottobre 1943" di Giacomo Debenedetti (1901-1967), Otto ebrei - Gli aratori del vulcano, Sellerio editore Palermo - 1993



.
-------------------------------------------------------------

sabato 30 agosto 2008

L'arte di amare

.
Da L'arte d'amare di Erich Fromm -1956 . (Il saggiatore, 1975)


È l'amore un'arte? Allora richiede sforzo e saggezza...dobbiamo procedere allo stesso modo come se volessimo imparare qualsiasi altra arte, come la musica, la pittura, oppure la medicina o l'ingegneria...teoria e pratica....
..
...la maggior parte della gente ritiene che amore significhi "essere amati" anziché amare; ...
...
La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell'illusione di seguire le proprie idee e inclinazioni, di essere individualista, di aver raggiunto da sé le proprie inclinazioni; e si da il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza. Il consenso generale serve come riprova della correttezza delle proprie idee.
...
L'amore immaturo dice: ti amo perchè ho bisogno di te. L'amore maturo dice: ho bisogno di te perchè ti amo.
 
Nessun osservatore obiettivo della nostra vita occidentale può dubitare che l'amore - l'amore fraterno, l'amore materno e l'amore erotico - sia un fenomeno relativamente raro, e che il suo posto sia stato preso da tante forme di pseudo-amore che in realtà sono altrettante forme della disintegrazione dell'amore.
.
.


.
-------------------------------------------------------------------------------------

venerdì 29 agosto 2008

Distrazione


Foto di Anna Svelto: "Ulivi"
------------------------------------
.
 
Distrazione
.
Ritengo sia questo il momento
di entrare nel tuo letto

per sentire il rumore
della fibbia di un collare
che si chiude sul mio collo
esattamente nell'attimo in cui
valutando i tuoi fianchi
ti aderisco al pube.

E se smettessi di piangere
sulla giovinezza
che se n'è andata
lasciandoti tradita
ti accorgeresti
di poter seminare in me

i frutti preziosi
i chicchi pregiati

con sofisticati innesti
e amorevoli potature.
..
 .
 
© Angela Siciliano
.
 
Tra le selezionate della seconda edizione (1990) del
Premio internazionale di Donna-Poesia di Roma.
Pubblicata nella raccolta Tra le dita (Franco Puzzo Editore, 2012).

 
----------------------------------------------------------------------------------

giovedì 28 agosto 2008

Svergògnati!



Gli svergognati
di Delia Vaccarello
La Tartaruga edizioni 2002
.

Ultima modifica al post: marzo 2013


E' un volume che mette insieme dieci storie autentiche, dieci vite di persone che hanno smesso di vergognarsi per quello che sono e svergognatamente, finalmente, vivono la vita che desiderano, da lesbiche, da transessuali, da gay.
.
Il libro si apre con un ”Avviso ai lettori”:
Tante sono le impressioni che può provocare la storia particolarissima di chi viene, da cartografi di mappe ancora disegnate con scarsa precisione, segnalato come ”diverso”.
Diverso perchè inventa soluzioni non previste (eppure a volte talmente antiche da apparire arcaiche)
...Una definizione, questa, di diversitá, che rivela quanto per noi, nonostante le avvenute e forse consumistiche liberazioni, il continente della sessualitá e le regioni del corpo siano ancora avvolte nel mistero...
Il pregiudizio... avvilisce e uccide, essendo capace di incrinare gli affetti tra i più forti... Riuscendo anche a sottrarre al consorzio civile risorse, fedeltà e talenti...
Parliamo della vergogna: atroce, ingiusta, volto vessatorio della discriminazione...
Vergognarsi dell'amore significa flagellarsi, mortificarsi, abdicare alle possibilitá di vita, sentirci l'ultimo dei veri poveri, da principi che siamo.
.
.
Chi si racconta ha soprattutto smesso di considerare se stesso/a una vittima. È lì il segreto – secondo me - per vivere felice se felice vuol dire in pace con se stessi.
Trascrivo poche frasi da alcune delle storie, che sono tutte interessanti; il libro, infatti, si lascia leggere con piacere, il tono é sempre intimo e delicato, lo si finisce in poche ore e dispiace lasciarlo:
.
Da Per amore di lei, lasciai mio marito: ...Il mormorio della gente, nel frattempo, si era acquietato. Mi ero resa conto che bisognava tenere duro, non dare peso ai pregiudizi e condurre la propria vita; che era sufficiente lavorare bene, con onestà, gentilezza, generosità e passione, così come del resto avevo sempre fatto.
.
Da Non ho voluto mentire: ...Mia moglie non l'ha sopportato. Ha voluto rendermi fragile, ha voluto togliermi tutto...Avevo fatto l'errore di non intuire che mia moglie, la madre dei nostri figli, potesse volermi del male. Avevo sbaglato per ignoranza. Non sapevo che la legge non guarda ai comportamenti , ma ai pregiudizi. Non sapevo che la cosa più importante per tutti non è il mio amore di padre, ma il fatto che io sia gay. Per la gente, per i giudici, per mia moglie, un gay non può essere padre.
.
Da In cerca di un dio migliore: ...E mi confidai con un religioso nel monastero presso il quale ogni tanto mi recavo. Mi disse di non lottare contro le mie pulsioni sessuali, che la santità si può raggiungere in tanti modi, non solo con la castitá...E che non aveva mai conosciuto una persona così sola, orfana di affetti, come gli apparivo io.
.
Da A rendermi diverso non è l'omosessualità: ...Mi hanno attratto sempre le persone che sentivo dotate di una mente matura, che sanno rappresentare e donare strade percorribili, che hanno una chiara e pregnate definizione di sè, una capacità alta di articolare il proprio progetto esistenziale...È questo il mio mito dell'amore. Che prevede ostacoli da superare, ombre da attraversare e un'attesa di globalità.
.
Da Ci siamo fidanzate via e-mail:...A 16 anni con lei ho parlato apertamente, le ho detto: ”Mamma sono lesbica”. E lei ha risposto senza battere ciglio: ”Mia cara, sono fatti tuoi”.
.
.
Delia Vaccarello, tra le altre cose
gestisce una pagina online su l'Unità, dedicata all'identità lesbica, gay e trans: 1.2.3...liberi tutti
.
.
---------------------------------------------------

mercoledì 27 agosto 2008

La bambolona





La bambolona (1967)
di
Alba de Céspedes
(1911-1997)
.
Ultima modifica al post: marzo 2013
 
Un avvocato quarantenne, Giulio, ben avviato negli affari, ancora scapolo (per vocazione naturalmente), di famiglia ricca e antifascista, si infatua di Ivana, incontrata per strada, anzi vista da dietro più che in faccia...e seguendo quei fianchi incantatori , ha cominciato una relazione in un certo senso clandestina, cioè all'insaputa del proprio ambiente e della propria famiglia (se ne vergognerebbe). Lui é uno che sa come manipolare la legge e le persone, soprattutto i dipendenti e le donne. Queste ultime le cambia almeno due volte l'anno, una per l'inverno, una per l'estate, mai le stesse. Tutte sono benestanti, sole, separate dai mariti ma impedite dalla legge a creare un nuovo matrimonio, hanno il personale di servizio, l'auto, gusto e tatto, e lo riempiono di regalini costosi ed eleganti; e quando vengono lasciate, morbidamente, con una tecnica e una strategia il più indolore possibile, gli restano amiche, piene di gratitudine quasi materna. L'unica diversa é Daria, avvocato anche lei, la quale l'ha lasciato un paio di giorni prima che lui lasciasse lei...cosa che ancora non riesce a capire del tutto, e gli legge nell'anima come in un libro aperto...cosa che lo infastidisce molto.

Giulio si muove in una Roma tanto provinciale quanto anonima: basta dire le bugie giuste, evitare determinate strade, cambiare quartiere, trattorie, gioielliere, insomma scendere o salire da una classe sociale all'altra, ancora molto evidenti, per ritrovarsi in una Roma diversa, ed essere, volendo, un'altra persona.
E di queste bugie, di questi itinerari romani e sociali, Giulio se ne serve ampiamente per ottenere lei, una bambolona di carne, un'essere femminile che non é ancora una donna, sformata dai chili dell'adolescenza, pacchiana, educata con una mentalitá indietro di almeno trent'anni; è una che viene dal sud, povero e prigioniero delle tradizioni patriarcali che giustificano, e anzi le impongono di coltivare la sua personalitá passiva, arrendevole, doverosamente mansueta.
Ivana è appetitosa, un bocconcino miracolosamente ancora vergine, un'ossessione costante per Giulio, che per averla, costruisce una serie di menzogne credibili e assurde allo stesso tempo, e intanto sospetta altrettante menzogne e ambiguitá da parte dei genitori di Ivana e da Ivana stessa. Sospetta e furbamente crede di prevenire ogni possibile danno con ulteriori inganni ma, un po' alla volta, credendo di portare le cose a proprio vantaggio, è arrivato a stabilire persino la data delle nozze.

Giulio ha il permesso di frequentare la casa di Ivana, quotidianamente, ma puo' vedere "la fidanzata" solo in presenza della futura suocera; ogni occasione, dunque, anche di trenta secondi, è buona per palparla, tastarla, insinuarsi tra i vestiti di lei, come un adolescente alle prime esperienze. La remissivitá di lei nel lasciarglielo fare, e nello stesso tempo la durezza con cui respinge ogni altra carezza ”definitiva”, lo convince dell'autenticitá di tutta la famiglia, dei suoi valori meridionali e di classe, quella impiegatizia.
Ad un certo punto regala alla ragazza una pietra preziosa, costata troppo rispetto al valore della ragazza - pensa Giulio, ma senza riuscire a fermarsi nell'acquisto -, e risolve alcuni problemi economici della famiglia, spendendo altre somme cospicue, sentendosi così facendo, autorizzato ad usare la ragazza per le proprie voglie attuali e soprattutto quelle future. Furbescamente sta giá pensando, una volta che avrá consumate le nozze, a come poter fare annullare il matrimonio e riprendersi almeno la pietra preziosa, dopo "la macelleria", come lui stesso chiama lo sverginamento della sua futura sposa, parlando con se stesso. Macelleria che non ha mai apprezzato, ma é tutto quel prima che lo eccita, in tutti i sensi. Quel prima che sta coltivando giorno dopo giorno, manipolando e imbrogliando.

Il colpo di scena arriverà (anzi i colpi di scena, perché le verità sembrano accavallarsi e contraddirsi fino alla fine), e la bambolona non è l'imbecille rosea e innocente che credeva e sperava fosse, ma una furbona che ha usato lui fin dal primo momento, con la complicità di un coetaneo, Gigino, suo amante, e anche insieme ai genitori che si sono prestati al gioco per sfruttare la situazione, economicamente.
Nessun matrimonio dunque e neanche un coito liberatorio, solo il pericolo di una denuncia e la coscienza di esserci finito, dentro il pericolo, di propria testarda iniziativa.

Dice Ivana in un ultimo incontro:
”Papà e mamma sono così; né carne né pesce. Io li odio perchè, quando ero piccola, mi dicevano sempre: copriti, copri la vergogna, tutto era vergogna e porcheria, e poi mi sono accorta che non contavano altro che su quella vergogna, su quella porcheria, per risolvere la vita...Noi sappiamo quello che vogliamo, almeno: vogliamo i soldi. Gigino mi diceva: Un'altra occasione così, non ci capita davvero.”

Tra i personaggi di contorno c'è anche il domestico di Giulio, Diodato, il quale è omosessuale, un gay diremmo oggi, ma l'autrice lo lascia chiamare dagli altri personaggi e da sé stesso ”invertito” e altrove anche ”pederasta”.
In quegli anni queste erano ”le parole per dirlo”. Il linguaggio del libro è comunque molto moderno e libero.
Diodato soffre per un giovane che lo raggira, che sembra affamato di soldi ad ogni costo, ottenendoli in qualunque modo; sono del resto gli anni sessanta, del cosidetto boom economico italiano: tutti vogliono tutto, senza spirito critico, e subito.
Ma in ogni caso, la relazione reciprocamente rispettosa e quasi affettuosa tra l'avvocato ultra virile e fissato con la carne femminile e il domestico gay, vittima innamorata della persona sbagliata, è descritta senza pregiudizi né morali né di classe.

Il romanzo io l'avevo letto la prima volta, quando avevo 19 anni, questo e altri della stessa autrice. Strada facendo, dovendo allegerire il bagaglio durante i vari traslochi, non ho conservato niente di lei (come di molti altri), ma una decina di anni fa ho trovato La bambolona per caso, dentro una cassa di libri usati, in italiano, qui a Copenaghen. L'ho conservato promettendomi di rileggerlo, ma soltanto ora mi sono data il tempo di farlo, 32 anni dopo la prima lettura:... non è mai troppo tardi e il tempo è sempre un concetto molto relativo.
Rileggendolo l'ho trovato gustosissimo, grasso direi, molto moderno in un certo senso. E se alla prima lettura mi era stato facile identificarmi con la ragazzona che ha lo sporcaccione alle calcagna, cioè pedinata e molestata da uno scapolone che poteva essere suo padre, adesso mi è venuto più spontaneo riconoscermi nelle elucubrazioni dell'avvocato quarantenne, sul tempo che passa, il senso della vita e dei rapporti personali, erotici e sentimentali.
Dal libro è stato realizzato un film, di Franco Giraldi, con Ugo Tognazzi e Isabella Rei (1969). Film che non ho visto.

Alba de Céspedes (Roma 1911- Parigi 1997) era italo-cubana, di padre cubano e madre italiana, ma scrisse soprattutto in italiano.
Il suo primo romanzo è del 1938: Nessuno torna indietro. Il regime fascista voleva censurarlo e ritirarlo, il libro però fu difeso dalla casa editrice (Mondadori) con forza, e il romanzo divenne un successo internazionale. Anche i racconti di Fuga (1940) furono "fermati" dalla censura fascista.
Partigiana con il nome di Clorinda, dopo la liberazione di Roma collaborò a Radio Bari e fondò e diresse la rivista letteraria Mercurio (1944- 1948) che ebbe tra i primi collaboratori Hemingway, Aleramo, Moravia.
Alba de Céspedes collaborerà anche al giornale Epoca, con una rubrica: ”Dalla parte di lei” che sarà anche il titolo di un suo romanzo del 1949.
E poi, tra i vari lavori: Quaderno proibito del 1952 e Le ragazze di maggio del 1970 (una raccolta di poesie sul maggio francese).

La critica, ogni tanto ha cercato di affibbiare alla De Céspedes l'etichetta di scrittrice di romanzi rosa...ma chi l'ha letta sa che di rosa c'è molto poco nei suoi lavori, semmai ci sono il rosso passione-politica, il giallo tensione-morale e il verde lucidità-analitica!
La De Céspedes che negli ultimi anni si era divisa tra Roma e Parigi, ha pubblicato ed è stata tradotta - dice la quarta di copertina dell'edizione che possiedo, del 1973 - in più di 29 paesi.
Le sue carte raccolte nel corso della vita sono state donate dalla scrittrice stessa agli Archivi Riuniti delle Donne, di Milano. La coerenza di una vita!
Aggiungo dunque tra i colori del lavoro della De Céspedes il viola coerenza-conseguente.
.

.

Link: wikipedia / erewhon-ticonuno e questa pagina.
.


-----------------------------------------------------------------------------

venerdì 22 agosto 2008

La solitudine fondamentale



 
.
"I non amati pensano che tutto il mondo li abbia abbandonati e non sanno che si sono abbandonati da sè...
Non appena comprendiamo che il punto cruciale sta nell'autoabbandono e nella separazione dalla propria essenza, e non nell'essere abbandonati dagli altri, cominciamo a modificare il nostro modo di vedere. Guardiamo più verso l'interno che verso l'esterno; ci aspettiamo meno attenzione e aiuto dall'esterno e ci accontentiamo di rimuovere gli ostacoli che ci impediscono di amarci e di autoguarirci...
Non cerchiamo più le risorse altrui, ma diventiamo noi stessi la fonte della nostra vitalità. Non viviamo più la solitudine come abbandono, ma come origine della nostra capacità di amare."

Da La ferita dei non amati - il marchio della mancanza d'amore,
di Peter Schellenbaum, RED edizioni - 1991
.

  
Leggi il post Saudade del 1.3.09
.
 
---------------------------------------------------------------------------------------------

giovedì 21 agosto 2008

Punk e macellaio



I fiori sono di
Katinka Matson:

...
Omaggio floreale - mio - a Poul Borum (1934 - 1996).
.
Si dice che essendo lui un po' speciale, un po' bizzarro, conosciuto per le sue provocazioni di vario tipo, un giorno qualcuno gli urlò dal marciapiede opposto, con tono sarcastico: Originale!
E lui rispose, con lo stesso tono: Copia!
Poul Borum era nato nel 1934 ed é morto nel 1996, malato di cancro. Amante della letteratura internazionale, nel suo appartamento c'erano 30.000 libri allineati in doppia e tripla fila. Era un uomo e un artista sempre alla ricerca di nuovi orizzonti, nuove sfide, critico letterario, traduttore, soggettista cinematografico, ed ex marito di Inger Christensen, scrittrice e poeta anche lei, con la quale ha avuto un figlio.
Provocatore per tanti aspetti, anticonformista, diceva e scriveva quello che pensava senza mezzi termini, dai vari media; non era delicato nelle sue critiche e non era di manica larga nelle valutazioni, per questo lo definirono lyrik-slagteren cioè il macellaio delle poesie. Negli ultimi anni, a causa del suo abbigliamento fu considerato, con ironia, il primo e più anziano punk della Danimarca.
Tra le altre cose, dal 1968 al 1996, é stato alla direzione della rivista letteraria, ancora oggi attiva, Hvedekorn (Chicco di frumento).
Di lui propongo due poesie, delicate e sommesse:
.
---
.

Vita di confine
(Per Barret Newman)
.
rimarginata la piaga della luce
notte di nuovo come stato normale
le ostilità appianate
in fuga le nubi rosse di menzogna
ritornati i gridi degli occhi
per segrete vie raggiate
consunto il canto del corpo

sss taci
ancora niente è stato detto
facciamo come se
tra un poco ci svegliamo
in buio paradisiaco
e nomi ci diamo l'un l'altro
.
chiamami pace e allora io
ti chiamerò guarigione
chiamami silenzio delle labbra
e io ti chiamerò poesia
la meta notturna raggiunta
prima che cercassimo
mani come acqua mormorante
rimarginata la piaga della luce

.

---
da Giovani poeti danesi, Giulio Einaudi editore - 1979, traduzione di M.Giacobbe
.
---
.
Sei variazioni su un vecchio tema
(Nel sonno incerto sogno ancora un poco
Sandro Penna) - In italiano nel testo -
.
Stanotte ho sognato
che ritornavi
e io ridevo
e stavo bene
e tutto era come prima
e tu ridevi
e stavi bene
e tutto era come prima
.
Poi ho dovuto andarmene
e quando sono tornato
tu eri seduto/a* e bevevi
una semplice birra
ma mi hai assicurato che
avevi lavorato
per ore e ore
e abbiamo riso
e stavamo bene
e tutto era come prima
.
E allora mi sono svegliato
e son dovuto andare
a bermi un bicchier d'acqua
tanta era la sete
che avevo
di felicità
.
Poi mi sono seduto
al buio
e ho fumato una sigaretta
e quella frase
continuava
a girarmi in testa
"e tutto era come prima"
.
Così sono rientrato
e mi sono riaddormentato
pesantemente
e solo
e risollevato
.
.
Traduzione per Letture e riletture, di Angela Siciliano
Dalla raccolta Om jorden siger jeg (Della terra io dico), Gyldendal -1987

*Ho scelto di lasciare entrambe le possibilità perché nel testo originale non ci sono riferimenti ad un femminile o a un maschile (nella lingua danese non ci sono questi due generi e se in un testo mancano i pronomi o se non si conosce direttamente l'autore, e se non ci sono costrizioni di metrica ...).


.
----------------------------------------------------------------------------------

lunedì 18 agosto 2008

Rugiada divina

 Foto di G.Nielsen. Gudhjem, Bornholm - 2007

.














Navigando su internet - mare infinito di tutto e di niente - trovo questa informazione su italiansonline.net:

...scomponendo la parola Italia in ebraico abbiamo il significato di: Isola della rugiada divina: i = isola, tal = rugiada, mentre ia e' un suffisso per indicare l'aggettivo divino.
.


------------------------------------------------------------------------------------------------

venerdì 15 agosto 2008

Il greco di Alessandria



Costantino Kavafis

TRE POESIE E ALTRO


Ultima modifica al post: marzo 2013
.

 
Costantino Kavafis, il greco di Alessandria d'Egitto, nato in aprile nel 1863, era l'ultimo di nove figli. I genitori erano originari di Costantinopoli, commercianti di manifatture, grano e cotone. La casa dei Kavafis, nei primi anni di vita di Costantino, è frequentata non solo dai compatrioti greci ma anche da industriali e professionisti di tante nazionalità. Il tenore di vita dei Kavafis è alto. Ma nel 1870 muore il padre e cominciano le difficoltà economiche. Sua madre decide di trasferire la famiglia in Inghilterra. Dal 1877 la famiglia ottiene il passaporto inglese. Nel 1879 la madre, Constantino e alcuni fratelli tornano ad Alessandria.
.
Costantino si iscrive al Liceo Commerciale, e privatamente studia francese e inglese, viene inoltre educato nella religione greco-ortodossa. Dopo un colpo di stato militare avvenuto nel 1881, gli stranieri e i cristiani sono causa e oggetto di una sommossa, molti europei moriranno, i Kavafis si rifugiano quindi presso la famiglia materna a Costantinopoli.
Bombardamenti e sommosse danneggeranno i quartieri più ricchi di Alessandria, Costantino e sua madre resteranno tre anni a Costantinopoli.
L'Egitto è ormai una dipendenza dell'Inghilterra. Per i greci alessandrini è un periodo di miseria e decadenza. Tra il 1882 e il 1885, presso i nonni materni, Costantino familiarizzerà con la comunità fanariota, si dedicherà allo studio della storia greca, al problema della lingua in Grecia e ...legge Dante in lingua originale!
In questo periodo inoltre avverranno le sue prime esperienze omosessuali.
.
Ad un certo punto, nel 1885 ritorna con la madre ad Alessandria e abbandona la cittadinanza inglese per prendere quella greca. Aiutato dai fratelli, economicamente, si dedicherà esclusivamente allo studio. Nel 1886 prende la tessera di giornalista e con quella lavorerà all'interno della Borsa per il quotidiano "Telegrafo". Trova un lavoro presso il Ministero d'Irrigazione, nel 1892, dove sarà ritenuto utile per la conoscenza delle lingue ma allo stesso tempo, essendo greco - i suoi superiori sono inglesi - lo escluderanno dalle possibili carriere e sarà precario per tutti i trent'anni in cui vi presterà servizio. Pubblica sui giornali locali alcuni articoli e qualche poesia. Nel 1899 la madre con la quale viveva, muore. Va a vivere con due fratelli , in questo periodo, diversi altri componenti della sua famiglia moriranno.
.
Nel 1904 stampa la sua prima raccolta con 14 poesie. Dal 1907, vivrà da solo per tutto il resto della vita. Durante la prima guerra mondiale, E.M. Forster, che si trova a Alessandria, volontario con la Croce Rossa verrà presentato a Kavafis, diverranno amici e grazie a lui la sua opera verrà conosciuta in Inghilterra. Nel 1922 si ritira dal lavoro e decide di trascorrere le giornate leggendo e scrivendo, incontrando la sera amici e ammiratori, al caffé vicino casa.
Nel 1929, la rivista egiziana "Settimana Egiziana" dedica un intero numero a Kavafis.
Nello stesso anno F.T. Marinetti, il futurista, anche lui nato ad Alessandria, visita la città e va a conoscere Kavafis, e l'avvenimento riempirà i giornali locali. Nel 1932 accusa i primi sintomi del cancro alla gola, diagnosi che inizialmente rifiuta, poi si sottopone ad un'operazione che riesce ma gli causa la perdita della voce.
Nel 1933 subisce una ricaduta nei primi mesi dell'anno, ad aprile viene portato all'ospedale greco di Alessandria e vi muore il 29 aprile. A settant'anni. Nel 1935 esce postuma la prima edizione di tutte le sue poesie:
 
."...riconfermando con l'uso del greco quale sua lingua poetica, il suo essere greco in profondità e, nello stesso tempo, il volersi riconoscere "straniero" nella sua patria piú vera: Alessandria. È cioè il caso di un particolare straniero come pure di un particolare greco, un greco che solo molto tardi, in età adulta, andò in Grecia per la prima volta, (ndr: nel 1901, cioè a circa 38 anni) e che in tutta la vita visitò solo due o tre volte e sempre per brevi periodi".
 
Tratto da Costantino Kavafis di Paola Maria Minucci, La Nuova Italia, 1979.

*
Per approfondire ulteriormente Kavafis: Robert Liddel "Kavafis - una biografia critica", Crocetti Editore -1998.
Ricchissima di informazioni dalle quali l'uomo Kavafis - il bambino, il giovane, l'adulto e il vecchio...e il poeta - emerge chiaramente, senza falsi pudori e con delicatezza.
E anche Constantinos Kavafis "Cinquantacinque poesie", Giulio Einaudi Editore,1968, edizione bilingue, a cura di Margherita Dalmàti e Nelo Risi, con una interessante prefazione di Nelo Risi.
Trascrivo della prefazione alcune frasi che aiutano a "vedere" Kavafis:
 
"...un poeta europeo sviluppatosi in pieno decadentismo e coetaneo di D'Annunzio, appena maggiore di un Gide che non ha mai amato. Kavafis è cittadino greco ma scrive da un osservatorio periferico come Alessandria: un ghetto immenso e brulicante, odoroso di spezie, ricco e miserabile, molto corrotto; un porto che si affaccia sullo stesso mare di Creta, di Smirne, di Salonicco e di Patrasso: Alessandria, nel primo terzo di questo secolo, non è certo una capitale dello spirito, e Atene è lontana come Roma o Parigi. Ma se guardiamo nel tempo, l'Alessandria di Kavafis è molto vicina a Bisanzio, a una grecità sentita esoticamente, a cavallo tra le religioni antiche e la fede cristiana, tra un'etica stoica e una filosofia della vita che sono il frutto di una sensibilitá modernissima".

(E io a questo punto penso, involontariamente, ad un'altra città mediterranea, brulicante e laboriosa, complicata e godereccia: Trieste. E vedo un altro uomo, più giovane di Kavafis di vent'anni, che esce da una bettola o passeggia sul molo e guarda l'orizzonte: Umberto Saba, 1883-1957. E se non mi frenassi ...vedrei anche Italo Svevo, 1861-1928, di soltanto un paio di anni più vecchio di Kavafis, uscire da un portone affrontando la Bora. Stesso mare, stesso cielo, stesse facce in un certo senso).
Piccola nota simpatica: nella biografia di Liddel, a pag. 102, si riferisce che in casa Kavafis la domestica, Rosina, era probabilmente di Trieste "come avveniva di frequente allora nelle buone case di Alessandria; era una specie di confidente...".
 
*
 
Tre poesie dalla raccolta curata da Dalmàti e Risi:
.

È la fine
.
In preda ai timori in preda ai sospetti
con la mente agitata con gli occhi impauriti
noi ci smarriamo febbrilmente in progetti
per levarci di torno il pericolo
che sembra duramente ci minacci.
Eppure sbagliamo, ché non da quello
dobbiamo guardarci: i segni (da noi male intesi
male interpretati) erano falsi.
Un'altra catastrofe, nemmeno adombrata,
improvvisa violenta ci sta sopra
e disarmati - troppo tardi ormai - a furia ci trascina.

.
.
.
Per quanto sta in te
.
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.
.
Non sciuparla portandola in giro
in balía del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

 
.
La città
.
Hai detto: "Per altre terre andrò per altro mare.
Altra città, piú amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento
dove il mio cuore come un morto sta sepolto
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo intorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina".
.

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove non sperare,
non c'è nave non c'è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l'hai sciupata su tutta la terra.
.
--
 
Nota: Kavafis lo si trova anche scritto Cavafis e Costantino a volte viene scritto Constantino.
Link: Kavafis su wikipedia
.

.
 
-----------------------------------------------------------------------------------------------------

martedì 12 agosto 2008

...e una patrizia.


Patrizia Cavalli
Poesie
Giulio Einaudi Editore - 1992
..
.
Le sue parole malfamate e signorine allo stesso tempo,
come lei stessa le definiva, sono diventate anche classiche.
. .
.
Da Le mie poesie non cambieranno il mondo:
..
Sfacciata sprecata ingrassata
sedevi smisurata
a raccontare le tue malattie.
.
---
.
Non ho seme da spargere per il mondo
non posso inondare i pisciatoi né
i materassi. Il mio avaro seme di donna
è troppo poco per offendere. Cosa posso
lasciare nelle strade nelle case
nei ventri infecondati? Le parole
quelle moltissime
ma già non mi assomigliano più
hanno dimenticato la furia
e la maledizione, sono diventate signorine
un po' malfamate forse
ma sempre signorine.
.
-----------------------------------
.
Da Il cielo:
.
Ti ho sfidata con una parolaccia,
e tu mi hai risposto illesamente dama.
.
---
.
Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una eplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c'è richiamo e non c'è piú ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l'accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso 
vorrei improvvisamente la prigione.
.
---
.
Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l'espiazione, è questo il male.

--------------------------------
.
Da L'io singolare proprio mio:

Ringrazio la sedia la scala la poltrona
che mi accoglieva in improvvisa debolezza
quando improvvisa entrava nella stanza
del tuo corpo assoluto la certezza.
.
---
.
Tu te ne vai e mentre te ne vai
mi dici: "Mi dispiace".
Pensi cosí di darmi un po' di pace.
Mi prometti un pensiero costante struggente
quando sei sola e anche tra la gente.
Mi dici "Amore mio mi mancherai.
E in questi giorni tu cosa farai?"
Io ti rispondo: "Ti avrò sempre presente,
avrò il pensiero pieno del tuo niente".
.
---
.
Non affidarti alla mia immaginazione
non ti fidare, io non ti conservo,
non ti metto da parte per l'inverno,
io ti apro e ti mangio in un boccone.
.
---
.
Meglio morire leggeri,
senza proprietà,
ché a essere proprietari
si è già morti da ieri.
.
.
-----------------------------------

domenica 10 agosto 2008

Una patrizia...

 



Foto da Parolario.it
anno 2007

Patrizia Valduga riempe la forma con preziosissimi carati di immagini mentali, spudorate e innocenti.
A volte non solo rasenta il turpiloquio, ma lo spiega addirittura come un ventaglio davanti il lettore, anzi come un lenzuolo. Ma, a me, accade di non trovare volgare, in lei, neanche le parole più esplicite.
Parlo soprattutto di Cento quartine e altre storie d'amore - Giulio Einaudi Editore, 1997. (Io l'ho letto la prima volta nel 1998).
Sulla quarta di copertina c'è scritto " ...per dire senza alcuna omissione o reticenza quello che succede fra un uomo e una donna (ma anche o soprattutto nella mente di questa donna)...".
Decido di scegliere i versi più...spirituali.

21.
"Non mi piace il tuo stile da mistero
e reciti te stessa molto male."
Il sogno è l'infinita ombra del vero
e spesso è più reale del reale.

50.
Ogni mio senso è in ogni senso immerso
e dice addio ogni cellula a ogni cellula:
risensata attraverso l'universo,
io sono un'alga, un'ala di libellula.

55.
Ricordo strade, incroci della fuga,
e lacrime versate in tante stanze;
però il pianto di allora non si asciuga...
"Grandi accidenti in minime sostanze."

65.
Lo vedi bene cosa mi fa il tempo:
mi manda alla rovina, mi assassina...
però in me sento sempre, nottetempo,
un'anima bambina, adamantina.


78.
"Pallida sognatrice di presagi,
sai cosa cerchi?" Certo che lo so.
"Cerchi la caccia, mica prede e stragi..."
Per scordarmi di me almeno un po'.

99.
"Tu che ami soltanto la parola,
non temere l'amore corrisposto...
Prendimi il mento, baciami la gola..."
Non voglio piú baciarti in nessun posto.




-----------------------------------------------------------------------------------------

sabato 9 agosto 2008

Vivi e lascia vivere

.

Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.
.
Vangelo secondo Matteo
7, 1-2
.
.
----------------------------------------------------

venerdì 8 agosto 2008

Abbandonarsi alla vita

...
Guardate i corvi: non seminano e non mietono...
Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?
Guardate i gigli come crescono: non filano, non tessono...

..
Vangelo secondo Luca,
12, 24 - 27
.


-------------------------------------------------------

giovedì 7 agosto 2008

Ottimismo

...
Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perchè chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
.
Vangelo secondo Matteo
7, 7 - 8
.
-------------------------------------------------------

venerdì 1 agosto 2008

La madre


La madre
di
Grazia Deledda
(1871-1936)

Romanzo del 1920
In foto G.D. giovane, da cuec.eu


Ultima modifica: aprile 2013

La madre è una donna povera, una serva, che ha fatto studiare il suo unico figlio in seminario e con il quale vive, ora che lui è sacerdote, in un paesino sperduto e abbandonato, battuto dai venti e in balia anche delle superstizioni. Il giovane prete (cattolico ovviamente) pur totalmente innamorato di Dio, finisce con il legarsi ad una donna, indipendente e solitaria.
La giovane donna possiede terreni, orti, servi e animali, gestisce tutto da sola dato che il padre è morto e i fratelli vivono altrove, e in qualche modo rappresenta il paese stesso poiché i suoi antenati vi hanno lasciato le proprie tracce con gesta che il popolo riconosce e rispetta, rispettando appunto lei, ormai unica rappresentante della famiglia.
Un romanzo che a leggerlo adesso sembra attualissimo, per il linguaggio e per i contenuti; certo il paese e il tempo descritti appartengono ad un mondo senza televisione, senza automobili e senza computer, ma io direi che proprio per questo hanno il fascino delle cose concrete ed essenziali, hanno cioè una dimensione classica.
Un paese è fatto di strade e case, di gente che abita le case e usa le strade, di animali domestici, di storie più o meno crudeli, più o meno felici, storie tanto umane quanto disumane...(un po' come accade nel film "Dogville" del danese Lars Von Trier, tra cinema e teatro, semplice ed essenziale, tragicamente universale).
Un paese è il teatro per eccellenza.

Ma cosa succede in La madre? Succede che il giovane sacerdote combatte, è costretto a combattere il proprio sentimento verso la donna con la quale trascorre le notti, delle quali però si pente di giorno. Il dramma diventa tale nel momento in cui sua madre lo vede entrare, seguendolo nel buio della notte, nella casa della giovane donna:
"... e tendeva a quella donna perchè era la piú affine a lui, anche lei non più giovanissima eppure ancora ignara e priva d'amore, chiusa nella sua casa come in un convento."
.
La madre diventa la coscienza, l'interlocutrice quasi silenziosa e apparentemente dura, durante una lotta estrema che si svolge dentro la mente, l'anima e il corpo del giovane prete. La castità che il suo ruolo gli impone, da una parte, il sentimento verso la donna, condiviso con la donna, proibito, dall'altra parte.
Se vuole continuare ad essere sacerdote deve rinunciare alla donna, se sceglie di dividere la vita con la donna deve rinunciare al sacerdozio e affrontare probabilmente anche la vergogna, e le critiche e l'esilio dai luoghi che ama. La madre nonostante le apparenze lo capisce, rispetta il sentimento che lo unisce alla donna, e per la donna sente pietà quanto per il figlio, perché entrambi soffrono, per qualcosa che dovrebbe essere una gioia:
"Perché, Signore, Paulo non poteva amare una donna? Tutti potevano amare, anche i servi e i mandriani, anche i ciechi e i condannati al carcere; perché il suo Paulo, la sua creatura, lui solo non poteva amare?".
.
Diciamo che il dilemma resta irrisolto perché il finale è tale che tutto è possibile. Non voglio raccontarvelo perché spero che andrete a cercarvi una copia del libro...e che diventiate appossianati/e di Deledda.
A Grazia Deledda è stato dato il premio Nobel nel 1926. Prima di lei il Nobel era stato dato soltanto ad un'altra donna, nel 1909, alla svedese Selma Lagerlöf, e due anni dopo fu dato alla norvegese Sigrid Undset. Se non sbaglio bisognerà aspettare il 1945 perché un'altra donna riceva il premio (la cilena Gabriela Mistral).
La motivazione del Nobel? Trovo su wikipedia.org che fu per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi. Ed io condivido. Le motivazioni del Nobel sono sempre così chiare che è un sollievo!
.
Deledda mi piacerebbe anche senza Nobel, insieme alla sua isola che non ho ancora visitato, e che probabilmente non esiste più come lei la racconta, dato che tutto è in movimento e il progresso e il globalismo stanno facendo il resto! Forse non esisteva neanche quando lei stessa la stava descrivendo, perché probabilmente la sua era una Sardegna, una cultura, un mondo idealizzato, appreso dagli anziani oltre che ricordato da Roma dove si era trasferita.
Per me Deledda ha un piccolo fascino extra, dovuto alla lingua italiana da lei usata, un italiano alla sua maniera, anche con numerevoli sardismi. Non lo vedo come un difetto ma una piacevole diversità, un'originalità. Ma forse l'Italia di allora non era pronta alle originalità linguistiche e pecularietà regionali, allora si voleva amalgamare gli italiani anche con un'unica lingua, anche se questa lingua e questa unicità erano, in fondo, artificiali.
.
Come scrive Maria Giacobbe, nel suo Grazia Deledda - Introduzione alla Sardegna, Bompiani, 1974:
"... per Grazia Deledda l'italiano fu e restò tutta la vita una lingua non appresa naturalmente e durante l'infanzia ... ma una lingua imparata artificialmente, per atto di volontà e soprattutto per mezzo di occasionali e non sempre scelte letture.
Probabilmente non è esagerato affermare che la scrittrice nuorese divenne realmente bilingue solo dopo i trent'anni quando, trasferitasi a Roma con un marito "continentale", le sue occasioni di parlare il sardo andavano diminuendo mentre aumentavano, cioè divennero quotidiane, quelle in cui le era necessario esprimersi in italiano ... il suo lessico s'arricchì e la sua sintassi divenne più naturalmente agile."
.
Grazia Deledda è principalmente un'autodidatta, "ribelle e solitaria" (come la definisce Maria Giacobbe); in quanto donna non era normale nel suo tempo che studiasse ufficialmente, ma lesse molto e di tutto, i classici, i russi, i francesi, i permessi e i proibiti.
.
Trascrivo un breve passaggio de La madre in cui leggo non solo la forza di Agnese, la giovane donna innamorata del prete, ma anche l'idea che Deledda ha dell'isola che le vive evidentemente dentro, la sua terra:
"I fedeli accompagnavano a mezza voce i versetti, e a voce spiegata ripetevano due volte l'antifona.
Era un canto primitivo e monotono, antico come le prime preghiere degli uomini nelle foreste appena abitate; antico e monotono come il battere delle onde al lido solitario; ...Qualche cosa le risaliva dalla profondità dell'essere; le viscere le si sollevavano fino alla gola: e tutto le si capovolgeva intorno...Era tutto il passato suo e della sua razza, che le ritornava su, e la riprendeva, con quel canto di vecchi e di donne, con la voce della sua balia, dei suoi servi, degli uomini e delle donne che avevano fabricato e arredato la sua casa e coltivato i suoi orti e tessuto la tela delle sue prime fasce."
.
Osservando questo personaggio di donna, Agnese, e anche quello della madre, e infine la Deledda stessa, attraverso i suoi libri, mi viene in mente un'altra lettura che risale al 1998 (La Madre l'avevo letto la prima volta nel 1995 e l'ho riletto tutto d'un fiato pochi giorni fa):
In nome della madre - Ipotesi sul matriarcato barbaricino di Maria Pitzalis Acciaro, Feltrinelli Economica, 1978.
Un saggio in cui si ipotizza, si deduce, appunto una forma di matriarcato in Sardegna, soprattutto in Barbagia (e quindi le zone di Grazia Deledda). La donna come regista in un sistema pastorale, la donna che gestisce beni e prende decisioni...ecc. Del saggio voglio riferirvi solo un paio di frasi :
"Nonostante molti detti che circolano sulla focosità dei sardi, in Barbagia è completamente sconosciuta la gelosia verso le donne. Può darsi verso le cose, come esasperazione del sentimento di possesso, ma non verso le donne, o viceversa...è l'uomo che è di propietà della donna e non viceversa...".

E mi fermo. Vado a ri-ascoltare un disco di... Maria Carta!! Si viaggia anche così.
.






------------------------------------------------------------------------